• Nic Rubbi

Racconto | A te chi te l'ha detto?

Aggiornato il: giu 8




Gli barcollava davanti, un po’ a destra, un po’ a sinistra; usciva dal marciapiede, oltre le macchine parcheggiate, e finiva per fare dei peli a quelle in strada che ogni volta tratteneva il fiato. Era ubriaco merdo, lo avrebbe voluto cazziare ma desisteva: gli dava dieci anni di differenza, anche se gli ubriachi finiscono per assomigliarsi tutti. In realtà, Daniele non somigliava a nessun amico sbronzo che avesse mai riportato a casa. L’alcol lo distendeva, scioglieva l’armatura e lasciava scoperto un bambino di una grande tenerezza, innocenza, delicatezza. Era un’anima gentile.


«È difficile che mi sbagli» – gli aveva biascicato all’orecchio prima di abbracciarlo davanti al portone: «Sei una delle persone più gentili che io abbia mai incontrato» – aveva continuato; ma, per quanto lusingato, non lo aveva preso sul serio. E non perché fosse ubriaco. La vita di Orso, fino ad allora, aveva conosciuto due grandi tappe. In una, si era sentito un dio che cercava disperatamente di ricacciare sotto il diaframma la certezza di fare schifo; nell’altra – ed è inutile dire che ora si trovava ancora con entrambi i piedi in questa – si era sentito uno schifo che cercava di scansare ogni complimento in cui lo si paragonasse a un dio, fosse anche un dio della gentilezza.


«Buonanotte, bestia» – aveva detto girando le spalle.


Si riferiva a Ginevra, quella frase. La ragazza che stava frequentando in quel periodo grazie a lui e alla complicità di Elisa, la sua compagna, amica intima di Ginevra.


Gli aveva detto, una sera, Daniele: «Ti devo presentare una persona», e da lì la curiosità di chi cerca un riscatto aveva finito per fare a pugni con la certezza di essere un fiasco, che sarebbe andata come sempre, la disillusione, l’illusione di una via diversa. Una scazzottata di proiezioni mica da ridere, unita al semplice disamore per queste combinazioni a tavolino.


Com’era finito, allora, per uscire con Ginevra? Per una volta, Orso poteva affermare che no, non per riempire il tempo, né per seduzione, né per gioco. Usciva da una storia lunga tritato come un soffritto, non aveva cuore da sprecare, e abbastanza cuore da non far sprecare cuore a quella ragazza che neanche conosceva. Fu quello che gli disse Daniele a colpirlo: «Io ed Elisa pensiamo siate due anime belle, e che vi dovreste almeno conoscere». La maggior parte degli amici di Orso, se avesse voluto presentargli qualcuno, avrebbe piuttosto reso il concetto con espressioni sul genere di «Un topa pazzesca!», «una gran maiala, vez!», «tipa top, lei». Daniele, però, non era il tipo, specialmente con la doppia supervisione di Elisa.


Orso si fidava di Daniele. Lo conosceva da un anno, ma con lui aveva già condiviso qualche sentiero di montagna. Era uno di quegli amici che ti vuoi tenere per la vita, e il fatto che si fosse espresso così in relazione a lui, certo, non poteva non far ricadere tutto nella scarsa considerazione della seconda macro-tappa della sua esistenza, però gli diceva qualcosa. Certi amici, quelli autentici, sono per definizione capaci di vedere quella sottile linea rossa tra l’auto-esaltazione e l’auto-avvilimento; e ti ci sanno far camminare sopra, facendoti scoprire un crinale di verità modesta ma essenziale sul tuo conto. Un amico lo aveva chiamato anima bella, e lo aveva pensato anche di un’altra persona. «Avete lo stesso modo di abbassare la voce, quando parlate con altri di qualcosa di importante». Si fidava di Daniele e di Elisa più di quanto non si fidasse della percezione interna del proprio valore. Doveva onorare gli amici, dunque, e onorare quanto di sé forse non riusciva a vedere.


Aveva aggiunto Ginevra su Instagram, ma non le aveva mai scritto. Forse qualche reazione a una story– cazzate da ragazzini. Non sapeva cosa pensarne, come immaginarla. Dalle foto sembrava che semplicemente lo sormontasse, così solida, radiosa, determinata, libera. Accarezzava con la zampa il pavimento per preparare già la fuga, l’animale. Poi una sera, una chiamata di Daniele:


«Muoviti o t’inculi» – dolce aretino bastardo.


«Cioè?!» – non aveva capito.


«Abbiamo saputo che sta per vedersi con uno» – bomba delle 22.34.


«Ahó, amen. Si vede che non era cosa» – sconsolato e sollevato dal cosmo della responsabilità di guardare in faccia i suoi timori.


«Non era cosa un paio de palle» – e c’aveva buttato le acca aspirate anche dove non ci volevano.


«Ma scusa: magari questa sta per incontrare l’uomo della sua vita, e io le metto i bastoni tra le ruote? No no no, io non sono quest’uomo qui» – codardo, infame, represso e rispettoso.


«E a te chi te l’ha detto che non sei te l’uomo della sua vita?» – silenzio, sipario, monologo interiore.


Eh, e a lui chi cazzo gliel’aveva detto? Davvero non ci aveva riflettuto. Che poi si è perso in mille dissertazioni mentali sul senso del destino, però gli era chiaro che il fato progredisse anche col favore della stasi. Era una forza che si adattava, il destino; se avesse preferito non scriverle, avrebbe comunque fatto destino per l’incontro con l’altro, e a lui avrebbe affidato il copione del romantico piagnucoloso che ha perso un’occasione per via del destino. Se le avesse scritto, l’avrebbe incontrata, conosciuta, tutto per destino. Aveva sempre sentito parlare di questa forza come una propulsione a priori, che non ti lascia scampo, o come una lettura a posteriori di quello che ti è capitato. Ma qui era palese si trattasse di un crinale tra questi due versanti, una sottile linea rossa simile a quella che Daniele ed Elisa avevano tracciato tra la sua indegnità e la sua esuberanza. Il destino era lì che gli diceva: «Oh, bimbo, io me la cavo. Il mio lavoro lo faccio comunque. Dimmi solo come cazzo ti vuoi comportare, così organizzo il resto dell’eternità». Aveva il suo permesso, e tanto gli bastava.


Daniele, Elisa e il destino, però, in realtà non gli bastavano. Quindi aveva riunito la compagnia dell’anello. Aveva chiamato la Totta, che tenendo il telefono con le orecchie mentre si stendeva lo smalto sui piedi, gli aveva adetto: «Rinco, muoviti. Se non le scrivi, chissà chi se la piglia. Non hai niente da perdere». L’Emy, in vivavoce col piccolo Edoardo, lo aveva solo messo in guardia: «Ti meno». Insomma, gli aveva messo meno pressione il destino e la sua agenda futura delle sue amorevoli amiche manesche.


Due respiri, e aveva il telefono in mano. Ricordava di aver letto un suo post in cui riportava il meme di qualche poeta del web con su scritto: CERCAMI. LO SO CHE MI GUARDI LE STORIES. A chi era destinato? Non lo voleva sapere. A lui no, o forse sì; anzi no. Cosa le doveva scrivere? Schiva la sberla dell’Emy da destra. Io non le scrivo. Rinco, muoviti. Così Rinco si muove, prende coraggio e digita sulla tastiera con la lentezza di sua madre: «Oh, se nel frattempo non ti risponde, una birra te la offro volentieri!».


Boom. Aveva fatto centro. Dopo poco gli aveva risposto, anche se non ricordava con precisione cosa. Una cosa la ricordava, però, il seme di una svolta epocale nel suo atteggiamento: non la voleva stupire con le parole. «Dimmi qualcosa di te» – gli aveva scritto lei. «No, se vuoi ci incontriamo. Non ti voglio stupire con le parole. Un uomo può dirti tutto, con le parole. Può anche fingersi un altro» – aveva risposto senza nemmeno pensare. E lo pensava, quello che aveva scritto, altrochè. Aveva imparato molto negli ultimi anni. Ora voleva sentire, ascoltare, vedere, ne aveva piene le palle di quelle danze tribali sulle interfacce digitali. Gli animali danzano, si studiano, aprono le piume, ma poi la smettono e si danno da fare per costruire qualcosa. Si sentono e si scelgono. I trentenni si guardno le foto, fanno la ruota e si gettano via; tengono solo la prestazione, da registrare come trofeo in qualche angolo della neocorteccia. Voleva capisse chi era, quale fosse il suono della sua voce, quale la sua battaglia interiore. Soprattutto, voleva capire quella di lei. Comprendere, un verbo nuovo, carnoso. Spaventoso.



Ieri erano su un pianoro di montagna, abbracciati a prendere in faccia il vento di quota. Non riusciva a parlare dopo quello che gli aveva detto.


«Sai, tu ti senti sbagliato, anaffettivo, assente; io non mi sono mai sentita così protetta, compresa, ben voluta. Chi ti ha detto che non valevi nulla?» Piangeva in silenzio, Orso, dentro aveva una centrifuga di panni sporchi e ammorbidente. Pensava che tutto quello era meraviglioso, ma che sarebbe finito male. Nel vento, immaginò come una voce:


«Ma chi cazzo te l’ha detto?» – ah, il destino. Si vede che aveva da fare da quelle parti.


«Da fare un cazzo, sono venuto per te» – avevo tuonato, ma con dolcezza.


«Che c’è?» – chiese Orso.


«Sai chi te lo ha detto? Forse qualcuno, una volta, da piccolo. Ma resta il fatto che te lo dici da solo ormai da troppo tempo. È fin troppo facile con te: pensi che tutto andrà a mucchio, e finisci per mandare a mucchio tutto con le tue mani. Sai quali sono i clienti che mi danno più fastidio? Quelli come te. Quelli che, come te, sono talmente prevedibili da farmi mettere avanti con gli eventi, perché tanto so già come andranno. Fatemi lavorare – dio bono. Fatemi cambiare strada! Il mio lavoro sarebbe anche creativo, ma sono quelli come te a rendermi un postino con lo stesso fottuto tragitto ogni giorno, ogni anno, ogni decade» – aveva detto, ed era spirato via, forse un po’ incazzato.


Che poi, a lui, chi lo aveva detto? Non importava, ora sapeva che continuava a dirselo da solo, a ripetere un copione irrazionale. Tanto valeva seguire gli amici, seguire un’amante, stare, dar da fare al destino.


E muovere, muovere, smuovere materia e vita, come il vento di quota faceva vorticare i corvi, i fili d’erba, le nuvole.

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