Racconto | Case, di Francesca Del Mar - Prima parte

Milano #1


Autunno 2012, sono a Milano, ospite a casa di amici di famiglia. Sono arrivata venti giorni fa e ovviamente non avevo idea di cosa significasse cercare un affitto. Prima d’ora ho vissuto da sola passando per canali privilegiati: uno studentato all’estero, l’alloggio di mio padre, l’appartamento di un’amica. I primi giorni sono carichi di entusiasmo, imparo a conoscere la città e c’è il sole. Sono fiduciosa che troverò una sistemazione fantastica al prezzo che voglio. La prima settimana vedo un sacco di catapecchie; le case decenti sono abitate da giovani lavoratori che però non mi richiamano. Sono venuta per un master e per un po’ cerco casa insieme a un ragazzo conosciuto alle selezioni. Non mi piacciono le case che sceglie e comincio a chiedermi come ho fatto a pensare di andare a vivere con una persona che poi dovrò vedere tutti i giorni. Voglio provare a fare le cose in modo diverso dal solito ma non sono più sicura che questa sia una buona scelta. Immagino scenari in cui lui vuole che ceniamo insieme, mentre io voglio chiudermi in camera con le merendine a guardare scrubs per la quarantesima volta. Immagino che mi inviterà a uscite con i nostri compagni e io accamperò scuse per non farlo; che quando lui non capirà il mio atteggiamento sarà difficile spiegargli che la gente mi disgusta e di sicuro non ho voglia di frequentare fuorisede che fanno l’apericena o vanno al sushi allyoucaneat. In poco tempo comincio a imparanoiarmi: non voglio iniziare le lezioni mentre sono ospite, voglio avere i miei spazi e riprendere i miei orari da nottambula.


Inoltre non riesco a capire se e quanto sono un peso, per questi amici. La famiglia è composta da cinque persone, ma in casa ce ne sono solo due: la figlia piccola frequenta l’università a Parigi, dove lavora anche il più grande; il padre è sempre in viaggio per lavoro, e con sempre intendo dire che l’ho visto una sola volta da quando sono arrivata. Dunque a casa non restano che Annalea e Emanuele.


Annalea è la mamma: una bellissima ultrasessantenne che riesce ad essere elegante anche quando dovrebbe essere in disordine. Ha un fisico statuario e uno chignon di capelli bianchi sempre perfetto sulla nuca. Viene da una famiglia dell’alta borghesia pugliese, roba di mezzadri e casali sparsi in tutta la regione. Però nonostante il portamento perfetto e l’italiano impeccabile non è altera, anzi. Purtroppo siamo entrambe segnate dalla piaga delle formalità e della cortesia, dunque le nostre conversazioni restano superficiali come se temessimo di poterci offendere a vicenda in qualche modo. A volte ho voglia di abbracciarla e di dirle che fa un ottimo lavoro con Emanuele e con tutto il resto.


Emanuele è un ragazzone bello come e più di sua madre. Ha lineamenti perfetti, un vocione da tenore e un’intelligenza brillante. Però è autistico, e ogni tanto cade in un loop di paranoia e terrore da cui è difficile cavarlo fuori. Pare si tranquillizzi molto quando c’è il padre, ma per ovvie ragioni non saprei dire.


Emanuele ha qualche anno più di me, ma per la vita che conduce è come se fosse un adolescente. Annalea si occupa di tenergli compagnia e di trovargliela: lo accompagna in piscina e in palestra; per un periodo è anche riuscita trovargli un lavoretto. Ma le giornate sono lunghe e quando torno a casa la sera, mi rendo conto che il tempo è trascorso in maniera diversa per me e per loro.


L’ingresso del palazzo è sul naviglio pavese, circondato da un giardino condominiale rigoglioso e ben curato. Accanto al cancello esterno c’è il parcheggio delle biciclette. Anche Annalea ed Emanuele tengono lì le loro, e so che ogni tanto pedalano fin fuori Milano per svagarsi. D’altro canto la filippina provvede a tutto, quindi l’unico vero compito della madre è quello di stare con il figlio, e l’unico compito del figlio è quello di dimenticare il trascorrere delle ore. Mi accorgo che Annalea non mangia quasi niente.


Il primo giorno mi ha accompagnata da loro una zia di Emanuele, anche lei amica dei miei. Quando si rivolge a lui lo fa come se fosse un bambino. Questa cosa mi dà fastidio, così decido di parlare con lui come farei con un qualunque coetaneo. All’inizio è un po’ diffidente e io faccio qualche scivolone: conversando del più e del meno tocco argomenti che lo agitano. Quando succede lascio che sia Annalea a calmarlo, ma con il tempo capisco come si fa e provo da sola. Non sempre ho successo.


Una sera, nel corso di uno dei suoi lunghi monologhi, finisce a raccontarmi di un videogioco trash che ha scaricato. Vuole mostrarmelo, anche se Annalea gli dice di smetterla e che la cosa non m’interessa. Sbaglia. Non lo faccio per compiacerlo, il gioco è divertentissimo, ci scompisciamo di risate. Un po’ mi vergogno perché sullo schermo passano cose molto volgari e lei se ne accorge, però si è creata una bella atmosfera e non voglio rovinarla. Le sere successive giochiamo ancora, l’acme arriva quando scopriamo il quadro che si svolge interamente sulla CostaConcordia – quella del comandante Schettino e di quella brutta storia al Giglio. Guardiamo anche trailer di film di serie z, produzioni in stile oratorio, effetti speciali fatti con paint e dialoghi da scuola media. Mi lego molto a lui in questo breve periodo, credo di capire per la prima volta cosa vuol dire avere un fratello. Nei mesi successivi, quando sono ormai autonoma, provo a chiamare Annalea proponendole di vederci qualche volta. Mi sa che lei crede che lo faccio per gentilezza e alla fine non ci vediamo.


Una mattina esco tardi: mancano due giorni all’inizio delle lezioni e mi sono messa in testa che oggi troverò la mia nuova casa.


L’annuncio dice Moscova, e mi pare un segno perché quando non sapevo nemmeno dove fosse – Moscova – fantasticavo che sarebbe stato bellissimo vivere in un posto con un nome così figo.


Dalla metro cammino un po’, ma sono talmente tanti giorni che vado in giro che non me ne accorgo. Arrivo in una strada pedonale. Il portone sorge tra due negozi: un ristorante cinese e tuttoauneuroChinaTown. Comodo, penso.


La casa al Mare


1991, ho sei anni e ci siamo trasferiti nella casa al mare. Non mi chiedo il perché, la casa mi piace, siamo un po’ accampati, è divertente. Sospetto di associare il trasloco con il fatto che quest’anno vado in prima elementare. Il primo giorno mi accompagna la nonna. Io mi sento serena e faccio amicizia in fretta, anche se vedo che gli altri bambini si conoscono già. I giorni successivi prendo il pulmino della scuola che si ferma sotto casa, ma già dopo poco mi sembra illogico. Imparo allora che la mia testa funzionerà sempre nell’impossibilità di accettare ciò che non registra come razionale: il pulmino fa il giro dell’intero paese perché la strada è a senso unico; camminando nel verso opposto ci impiego meno di cinque minuti ad arrivare. Ottengo il permesso da mia madre di scendere sotto casa da sola al mattino. Non le dico che vado a piedi né che faccio lo stesso a ritorno. Lei non si accorge che dovrei uscire e rientrare a orari un po’ diversi da quel che faccio, ma del resto neanche io. Le maestre non sanno che non ho il permesso di andare da sola e l’argomento non viene mai fuori. Quando la nonna torna a trovarci mi da dei soldi; a volte li investo in un dolce e lo mangio lungo il cammino.


Verso gennaio le giornate hanno cominciato ad allungarsi. Il tempo è mite e c’è sempre un velo azzurroavorio sulle cose. Forse è il riflesso del mare che investe le case, arroccate a formare il paese. Tutto è umido, anche le mura per strada su cui cresce il muschio e altri rampicanti. Tutto è silenzio ed eco quando passeggio da sola. Piove spessissimo e mi accorgo per la prima volta di che cosa significa la pioggia. Lo stesso vale per il mare, che non associo più direttamente all’idea di fare il bagno. Dal nostro terrazzo si vede bene, ma mi trema il cuore quando lo sento urlare. Preferisco starmene alla finestra in camera dei miei genitori a guardare la pioggia investire il boschetto mediterraneo che sale lungo la montagna.


A merenda mangio i cereali nel latte e guardo Willy il principe di Bel-Air seduta in poltrona. È il mio momento preferito della giornata. Di solito per quell’ora ho finito i compiti e quando sarà primavera andrò a giocare in cortile. Adesso che è inverno continuo a guardare la tv oppure disegno accanto a mia madre, che fa la scrittrice e sta spesso in casa. Mio padre invece lavora lontano e sono abituata ad accogliere i giorni in cui rientra come una piacevole novità. Un giorno di febbraio torno a casa e scopro che abbiamo un cane. Non è esatto: è il cane di mio fratello, che però è figlio solo di mia madre. C’è anche lui. Tommaso mi fa paura, è sottile come un fenicottero ma anche alto come un gigante. Non mi considera mai, mentre io sono abituata a ricevere molte attenzioni. Ha dieci anni più di me, gli occhi languidi e la carnagione pallida. Trascorre lunghi periodi a casa nostra e ancor più lunghi periodi in quella di suo padre, che però è morto. Nella casa del padre morto c’è anche la sua nuova moglie, ma a sei anni non ho il quadro così chiaro. So solo che Tommaso va e viene.


Mia madre gli compra un motorino per andare a scuola che da quel che ho capito è molto lontana. Glielo compra anche se dice che è pericoloso fare tutta quella strada con la pioggia eccetera. Lui comunque lo usa tutti i giorni. A casa ha la sua stanza dove sta sempre chiuso insieme al cane. Quando è arrivato l’hanno svuotata dei mobili di casa vecchia, che stanno accatastati un po’ ovunque da quando ci siamo trasferiti. Nella mia, oltre al letto e all’armadio, ci sono una cassapanca, una scrivania, due comodini e tre sedie.


A marzo il tempo migliora e comincia a spirare un vento profumato che rende l’aria ancora più malinconica. Sto tornando da scuola e ho detto a Matteo C. che accettavo di fidanzarmi con lui, ma adesso me ne pento. Mi sento stupida e squallida, sono arrabbiata anche se non mi è chiaro con chi ce l’ho e perché. Sotto casa anziché salire mi siedo sui gradini del portone per qualche minuto. Non so come dirgli che ci ho ripensato e mi viene da piangere al pensiero delle maestre, di sua madre, e specialmente di mia madre che quando sapranno questa cosa faranno una marea stupide moine. Mi strappo le unghie con i denti per dare un sapore alla mia frustrazione. Quando sono al cuore nero del dramma alzo la testa: Tommaso sta fermo sul suo motorino dall’altro lato della strada e mi fissa. Quando i nostri sguardi s’incrociano lui china la testa di lato. Succede qualcosa d’impercettibile: forse serra brevemente le labbra e inarca un sopracciglio. Credo sia la prima volta che mi guarda. Senza dire una parola rimette in moto, mi supera e va a parcheggiare. A merenda tengo il volume della tv bassissimo: ho paura che mi dica che Willy è stupido, che io sono stupida. Ho paura che mi veda mangiare tutti quei cereali e che pensi che non sono elegante come lui e mamma.


Il giorno dopo è venerdì, mamma e papà mi vengono a prendere in macchina per la prima volta perché dobbiamo partire per il weekend. All’uscita li vedo subito perché nessuno in paese va a prendere i bambini in auto. Mentre li sto per raggiungere mi sento chiamare. È la madre di Matteo C. Lui le sta attaccato alla gamba tutto rosso in viso: mi porge una lettera piena di cuoricini mentre ride scioccamente e vorrebbe nascondersi. Mentre lo guardo le labbra mi si chiudono come se fossero incollate. Senza capire da dove mi viene inclino la testa di lato e lo fisso per qualche secondo inarcando un sopracciglio. Me ne vado senza dire una parola.


– Mettiti comoda amore, andiamo a vedere se ti piace la casa nuova – mi dice papà con entusiasmo quando apro lo sportello – tra pochi mesi avrai una bellissima cameretta, non sei contenta? –


Roma #1


Pasqua 2002, la mia amica Claudia prova a insegnarmi a guidare il motorino.


Claudia abita in un quartiere residenziale a Roma nord. Mi ci ha portato con il suo Scarabeo, in sella al quale adesso ci sono solo io. Dietro casa sua c’è una strada larga che però fa parte di un comprensorio, quindi ci passano poche macchine. Mi spiega un po’ di cose e poi mi fa provare. Riesco ad andare dritta per qualche metro, riesco a fare un paio di curve. A un certo punto mi emoziono: decido senza un motivo di frenare e sterzare. Cado per terra, mi faccio male, mi arrabbio. Le dico che non ci proverò mai più.


Pochi giorni dopo ho un appuntamento con gli altri davanti scuola. È primavera e i miei sono andati a Praga. Ho diciassette anni e sono sempre in ritardo. Mi guardo allo specchio da mezz’ora anche se sono pronta:


contemplo la perfezione dei miei capelli,


la tenerezza delle mie ossa sottili,


la grazia delle mie mani smaltate.


Contemplo la volgarità del mio naso / che mi rende umana,


la tela maciullata delle scarpe / che mi spoglia di superbia,


la scarsa statura / che addolcisce la mia potenza intellettuale.


All’ingresso della casa c’è un tinello e da qui gli ospiti hanno accesso al salone. Ai lati del tinello partono quattro corridoi che arrivano in quattro aree concettuali diverse: area notte mammaepapà, area notte mia, cucina&stanzediservizio, area lavoro.


Nell’area lavoro c’è lo studio di mia madre, un bagno, un salottino-libreria e la vecchia stanza di Tommaso che però è nella casella concettuale sbagliata. Attraverso il mio corridoio e quello dello studio, entro in camera sua che sembra sempre sospesa nel vuoto. Sulla scrivania c’è un posacenere di terracotta invaso di spiccioli, matite e pacchetti di cartine vuoti. Dal caos pesco le chiavi del motorino che ha ormai abbandonato nel nostro garage.


La primavera è meravigliosa e guidare nell’aria fresca di Roma mi galvanizza: all’improvviso lo so fare. Da qualche anno sono fidanzata con Gabriele e credo seriamente che potremo finire per sposarci. Gabriele mi piace perché asseconda tutte le mie manie senza essere uno zerbino. Quando mi sento confusa sulla nostra relazione si siede a ragionare con me; se impazzisco perché ho preso un sette e mezzo anziché un otto non mi dice mai che esagero; quando voglio uscire con i miei amici, ride ascoltando le storie che gli racconto il giorno dopo.


Alla fine delle vacanze di Pasqua comincio a usare il motorino tutti i giorni. Dico a Gabriele che non voglio più che mi venga a prendere la mattina e mi piace che si adatti a questa nuova routine senza darci peso. Se non tardo troppo riesco a dargli un bacio prima di entrare. Lui mi accoglie sorridente e mi sento orgogliosa di poter fare il maschiaccio senza che lui sembri una femminuccia. Ho un sacco di amici maschi, e in effetti mi diverto tantissimo a comportarmi da capobranco. Lui li conosce tutti e va a genio a tutti. La luce calda che emana mi sembra il corollario definitivo dell’immagine di perfezione che sto costruendo per me.


Poco prima della fine dell’anno Gabriele vince il certamen di latino della scuola. Il pomeriggio viene a studiare a casa mia insieme agli altri anche se frequenta una classe diversa. Facciamo pausa quasi tutto il tempo perché il giorno dopo c’è assemblea. Al suo rientro, mia madre invita tutti a restare per cena, come succede spesso. Oltre a me e Gabriele ci sono Claudia, Andrea e Simone. Mangiamo la parmigiana, che lei cucina alla perfezione, fumiamo a tavola e stappiamo anche una bottiglia di vino. Lei ascolta le loro storie e li incanta con il suo modo di fare contemporaneamente intellettuale e accessibile. Seduta a capotavola li chiama per nome e ricorda le loro storie molto meglio di quanto non ricordi i nomi dei loro genitori. Stiamo tutti intorno al grande tavolo in cucina e mi scappa di pensare che tra poco più di un anno ci sarà il diploma e poi l’università, gli addii, le cose nuove. Mi scappa di pensare che vorrei trattenere qualcosa con me di questa epoca, almeno il verde lucente dei mobili della cucina che brilla insieme alle pentole di ottone appese al muro. Almeno l’immagine di Simone che si offre di preparare il caffè e sa dov’è la moka, dov’è il caffè, come accendere il fornello piccolo. Almeno le loro scarpe sul pavimento, o il cimitero di cicche nel posacenere. Quando stiamo per finire mia madre va nel suo studio a prendere un libro che vuole regalare a Gabriele per festeggiare. Si chiama Eloquenza e letterarietà nell'Iliade di Vincenzo Monti. Lui non conosce questo saggio ma ne conosce l’autore che è un professore universitario milanese. Dice di averne letto un bellissimo romanzo in autunno, una vecchia copia di suo padre, poi una raccolta di racconti meno bella. Dice che quando è stato a trovare sua zia a Milano, lo ha trovato in una rivista letteraria che avevano in casa. Mia madre gli chiede ancora e lui dice altre cose. Cose su Milano, sulla letteratura, su dove lo hanno portato i suoi cugini quando è stato lì. Parlano della Statale, dove lei aveva iniziato un dottorato in filologia che non ha mai finito e dove il cugino di lui studia. Ci racconta di un quartiere che si chiama Ortica e del fatto che stanno sorgendo molti studi di architettura in quella che una volta era una periferia industriale. Dice che anche se ama le materie classiche ha fatto un giro al Politecnico quando è andato su, e che sta pensando di iscriversi proprio ad architettura. Ragiona sui pro e contro di Valle Giulia, a Roma, che è la scelta più ovvia, ma anche sul fatto che il Politecnico ha uno stampo più ingegneristico.


Poche ore dopo è notte e non riesco a prendere sonno. Leggo, provo a guardare la tv in sala, a mangiare latte e biscotti in cucina. Potrei chiamare Gabriele: non sarebbe la prima volta che lo sveglio perché sono insonne. Non lo faccio. Vago come un fantasma in giro per i corridoi. Finisce che mi metto a sfogliare una rivista nella mia poltrona preferita del salottino-libreria. Davanti a me, oltre la porta aperta, dall’altro lato del corridoio, c’è la stanza di Tommaso, sempre chiusa e sempre vuota.


Mi sento infinitamente sola e ragiono sull’impossibilità delle relazioni umane, sull’infelicità intrinseca dei rapporti, sulla separazione cui fisiologicamente siamo condannati. Mi pare di sentire il vuoto dell’universo, dove l’infinito chiacchiericcio del nostro pianeta non può arrivare: non può arrivare niente nelle galassie lontane, non può arrivare a Dio. Elaboro un sistema sillogistico che dimostra come la vita sia una trappola alla quale resistiamo grazie alle false speranze cui ci condanna il nostro stupido cuore di esseri umani. L’unica via d’uscita dalla trappola è un atto doloroso e socialmente stigmatizzato, che se non causa dolore a noi, incide per sempre e irrimediabilmente sulla rete di contatti che siamo condannati a creare. Nel cuore della notte, alla soglia del mattino, immagino di entrare in camera di Tommaso e fumare una sigaretta stesa sul letto. Indugio in quel pensiero un tempo che non so quantificare, poi vado a letto e al mattino dimentico tutto.


Roma #2


Non sono brava con l’arredamento. Sono pigra. Non è che preferisca avere mobili semplici, ma a meno che non ci sia qualcosa che mi disturba particolarmente, il letto, l’armadio, il comodino, possono avere più o meno qualunque forma o colore.


Ginevra dice che sono grafomane: le lascio in giro bigliettini per qualunque cosa. Ne lascio anche a me stessa, e nel corso degli anni ho preso a parlarmi in terza persona: oggi devi chiamare il tizio x per la faccenda y. Oppure: oggi devi fare questo e quello. Funziona meglio, mi fido della me stessa lucida che ha scritto l’ordine più che di quella che vorrebbe procrastinare quando lo legge. In ogni caso, poiché quando divento la seconda me stessa la prima non c’è, le contrattazioni sono ridotte all’osso.


Anziché buttarli, i bigliettini, dopo aver letto il messaggio li attacco tutti sull’armadio. Piano piano si forma una macchia di post-it disordinati. Sull’armadio attacco anche altre cose: flyer di serate che mi piacciono, un fiore secco, locandine di concerti e spettacoli. Dentro di me penso che questa sia una pratica un po’ adolescenziale. Mi perdono quando mi capita sott’occhio qualcosa che mi fa sorridere.


È l’estate del 2012 e la città è deserta e caldissima. Vivo con Ginevra nel suo appartamento. Siamo amiche dall’università, ma lei dopo il primo semestre ha lasciato medicina e si è iscritta a lettere. Io invece sono al primo anno della specialistica. Non mi pesano i turni o gli ambulatori in sé, il mio problema è che non me ne frega niente di quello che faccio. Ho scelto medicina perché era scontato che scegliessi altro, che facessi la giornalista come mio padre o comunque qualcosa di cerebrale come mia madre. Sto cominciando a pensare di averlo fatto per dispetto, di scegliere qualcosa non potessero capire, anche se mi sono tenuta alla larga da facoltà come chimica, matematica, o fisica, che davvero sarebbero state troppo al di là delle mie capacità. Mi ritrovo in una carriera che non m’interessa, per far loro un rimprovero talmente silenzioso che non se ne sono mai accorti.


Così impari a non impormi quel che è meglio. Così impari a fare la radical chic. – dice la parte meschina di me.


La prima settimana in cui abbiamo traslocato è venuto qualcuno a trovarci quasi tutte le sere. La domenica contiamo le bottiglie di vino vuote che abbiamo accatastato in cucina e faccio a Ginevra una bellissima foto seduta in mezzo a quel cimitero trasparente. Durante l’inverno smettiamo di uscire per guardare una serie tv in streaming. Lei cucina, poi mangiamo sul divano e restiamo per ore incollate allo schermo. Quando non devo andare in ospedale troppo presto al mattino, ascolto l’opera a tutto volume mentre faccio le pulizie. Canto imitando malissimo la voce di Caruso, ma lei dorme come un agnello e non se ne accorge. È un periodo molto bello, anche se abbiamo entrambe il cuore spezzato. A volte ce ne stiamo ciascuna nella propria stanza e sento il rumore dei suoi mostri sbattere dall’altra parte della parete su cui sbattono i miei.


Nei pomeriggi silenziosi in cui non sono in ospedale, mi rendo conto che la mia vita potrebbe andare avanti così per sempre. Potrei restare in questa città, a fare questo lavoro, a vedere gli amici invecchiare e sbiadire. A ventisette anni potrei decidere che mi sta bene non fare niente e aspettare che accada qualcosa, mentre già alcune cellule nel mio corpo cominciano a morire senza la speranza di poter rinascere. Distesa sul divano assaporo l’idea di non alzarmi più. Quando Ginevra rientrerà le chiederò con gli occhi di farmi la carità e nutrirmi, perché sono una povera vecchia malata. Nutrirmi e darmi da bere, così potrò dormire ancora e ancora.


Ma è solo un’idea. Mentre il fantasma di me imputridisce sul divano, un’altra me prepara il caffè e vaga con la mente. Per tutto l’autunno e l’inverno, quest’altra ha urlato e fatto a pezzi tutto ciò che la circondava. Ha passato in rassegna ogni ricordo, ogni momento, ogni parola, ogni ombra. E ha dato fuoco a tutto. Ha gridato disperandosi fino a rompere i vetri, ha ingiuriato se stessa, il destino, tutto il creato e Dio.


Io, in mezzo, sono rimasta a guardare. Quando non è rimasto più nulla da maledire è arrivata la primavera, e mentre il mondo rinasceva, la Furiosa ha trovato una forma di disprezzo più silenziosa.

Ho ricominciato a ragionare un pezzetto alla volta. A poco a poco è nato un disegno, un progetto, non proprio un desiderio, ma un motivo per credere di avere una parte attiva nella mia felicità, o se non altro che posso crearne una di carta e ascoltare sempre solo rumore bianco.


Sono gli ultimi mesi di lavoro in ospedale. Li faccio perché durante il master non avrò entrate, e oltretutto dovrò mantenermi a Milano. Voglio chiedere meno soldi possibile ai miei genitori. Sospetto, di nuovo, di non volerli rendere artefici di qualcosa che potrebbe rendermi felice, ma fingerò che sia perché voglio cavarmela da sola.


Appena ufficializzo che a Settembre me ne vado, Roma scatena contro di me tutta la sua bellezza. Mi si aggroviglia lo stomaco passeggiando per i viali del Policlinico. L’ombra delle mura che lo circondano è fresca e piacevole; la luce attraversa i vetri per fermare i miei ricordi con uno spillone nella carne. Mi re-innamoro di San Lorenzo, dei palazzi popolari, dei ballatoi, dei caffè. Percorro su e giù il muro torto semi deserto e mi ricordo di una vecchia canzone che non canto mai:


posso essere uno stupido felice / un prepolitico, un tossicomane quello che se ne va nelle storie d'amore / camminare leggero, soddisfatto di me.


Gli ultimi giorni preparo gli scatoloni che lascerò a casa dei miei fino a che non avrò trovato una sistemazione a Milano. In alcuni metto le cose che voglio portare con me veramente; in altri metto tutto il resto. Non mi va di buttare oggetti o vestiti ancora servibili ma nemmeno di farli marcire. Nella nuova casa terrò questi scatoloni da parte per un po’ e piano piano regalerò tutto. Il giorno della partenza, invece, il mio bagaglio è leggero.


Francesca Del Mar


Fine prima parte


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