Racconto | Case, di Francesca Del Mar, seconda parte

Bruxelles


Prendo un alloggio in uno studentato convenzionato con l’università. Ho visto qualche foto, ma nemmeno troppe. So che avrò a disposizione una stanza e condividerò bagno e cucina con altri. Non mi dispiace, anzi, ho voglia di condividere cose con persone nuove, di fare amicizia, di immergermi in mondi diversi. Il primo giorno conosco Thomas il gallese, poi i miei vicini di stanza: una spagnola cretina e un austriaco interessante. Dall’altro lato del corridoio c’è una ragazza canadese, ma non riesco a non ridere del suo assurdo accento. Non capisco una parola di quello che dice e non ne nasce una grande simpatia. Thomas mi presenta altre persone che sembrano subito fare gruppo. Inspiegabilmente in questo gruppo vengo inserita anche io. Cerco davvero di interessarmi a questi ragazzi o di trovare un contatto, qualcosa in comune, ma la verità è che mi sento subito molto distante. Lo studentato sta in cima a una collinetta in un quartiere molto verde. È l’autunno del 2009. Per raggiungere l’ospedale c’è un autobus ma spesso vado a piedi, anche se è lunga. Cerco disperatamente di innamorarmi della città. Con la scusa dei turni in reparto riesco a mantenere la mia posizione fuori-e-dentro il gruppo. Partecipo ai viaggi e agli eventi più grossi. Tratto tutti con confidenza fingendo che siano miei amici e nei fine settimana mi ubriaco con loro. L’alloggio fa abbastanza schifo. In un certo senso si avverte che ci sono passati molti studenti prima di me. Questo contribuisce a non renderlo piacevole ma quantomeno gli conferisce carattere: mi fa ricordare che sono solo una goccia in mezzo al mare, ed è un pensiero rassicurante quello di potersi confondere. La mia cosa preferita è che la scrivania, in fondo alla stanza, prende tutta la parete. Dalla base del piano di lavoro parte un’unica immensa finestra che si apre da un lato. Il sabato torno a casa che è quasi l’alba, mi ci sdraio sopra e fumo fino a che il sole non è alto.


In ospedale va tutto abbastanza bene, c’è una collega italiana che si è laureata all’università di Bologna, dove mi sono trasferita lo scorso anno. È sorpresa che abbia lasciato La Sapienza all’ultimo anno, e le leggo in faccia che si sta chiedendo se sono stupida o raccomandata. Le dico che l’ho fatto perché la Sapienza cade a pezzi e il mio mentore mi ha mandato da un suo ex alunno che ora è ordinario. Le dico che mio padre ha un incarico lavorativo lì, quindi avevo già la casa e che probabilmente per la specialistica tornerò a Roma. Alla fine si fa l’idea che io sia una raccomandata e smette di farmi domande.


Un amico di Andreas il francese, è venuto a fargli visita a Carnevale. Andiamo tutti insieme a Binche con un pullman organizzato. La sera ci baciamo a lungo e il mattino dopo ho il trucco da zombie tutto sfatto. Per un po’ ci sentiamo, lui torna a trovarmi tre settimane dopo. Più in là lo rivedo durante un weekend a Parigi. Ci perdiamo senza una vera ragione.


A Pasqua decido di non tornare a casa. Insieme al gruppo andiamo a Londra e poi raggiungiamo Thomas nella fattoria dei suoi in Galles. Thomas ha una tremenda cotta per me e per un attimo accarezzo l’idea di un futuro in cui passiamo qui le estati. Io mi appassiono all’agricoltura e coltivo cetrioli nell’orto; lui la sera mi porta a bere in paese con quei vecchi dall’accento così musicale. Ovviamente non succede. Thomas sa di non piacermi in quel modo e non diventa mai inopportuno. L’ultima sera restiamo da soli fino a tardi. Mentre stiamo stesi l’uno sull’altra, un riflesso di luce da fuori mi fa dimenticare tutto per qualche secondo. Il giorno successivo gli leggo sul volto la frustrazione di chi ha capito e la felicità che sto rifiutando.


A maggio è già arrivata la stagione della nostalgia. Penso alle facce sinistre di Botanique, dove avevo insistito per andare perché mi piaceva il nome; al cielo sopra il parlamento quando si apre tutto; alle mie passeggiate solitarie per le periferie e per il centro; ai caffè nella mensa dell’ospedale in cui realizzavo che poco dopo il mio rientro in Italia sarei stata ufficialmente un medico. Penso a tutto quello che dicevano dell’Erasmus: che ti cambia la vita e ti diverti tantissimo. A venticinque anni mi sento il cuore di un vecchio.


Penso a Nicola tutto il tempo ma non racconto mai la verità a nessuno. Quando mi ubriaco parlo di lui e dico che è un mio ex e che non lo sento da secoli. Questo è vero, non parliamo da una vita, parlare davvero, intendo.


Durante una delle mie sessioni di fumo solitario del sabato-notte-domenica-mattina, decido di chiamarlo. Dice che sta staccando adesso dopo un turno di notte, che si è spostato al Sant’Andrea, che è stanchissimo ma tanto meglio se lo tengo sveglio mentre torna a casa. Dice che quando ha visto un prefisso straniero ha pensato subito che fossi io.


– È quasi un anno.


– Dipende da che cosa conti.


Mi racconta della vita in reparto che è un po’ sempre la stessa ma che lui ama, di alcuni vecchi amici, del matrimonio di sua sorella. Io gli racconto di com’è qui, del fascino dei quartieri abitati solo da immigrati poveri accostato a quelli dell’élite politica europea, ma anche del fatto che non riesco a trovare l’anima di questo posto. Per tutti i minuti in cui mi parla della diagnosi fatta a un paziente di ematologia, mi ricordo che cosa avevo amato in lui e nella mia professione: la precisione della macchina umana; le geometriche quadrangolazioni investigative dell’eziologia; quella magnifica sensazione che il proprio cervello si espanda dopo lo sforzo mnemonico cui ci obbliga il nostro studio.


Ci salutiamo che mi sono trascinata sul letto e quasi dormo. Sento nella gabbia toracica un’agitazione dolce. Sono così stanca che non riesco nemmeno a chiudere le tende e lascio entrare la luce. Faccio appena in tempo a sentire che in strada si sta avvicinando una banda di percussioni e ottoni, come quelle che passavano durante le feste in paese quando ero piccola. Non mi chiedo cosa si festeggi, perché mi sembra senza dubbio una mattina da festeggiare.


Bologna


Papà ha una cattedra al Master in giornalismo. Sono due anni che ce l’ha ma non ero mai venuta qui. L’università gli paga un appartamento per dormirci al massimo un paio di notti a settimana per sei mesi l’anno. Da molto tempo ho aperto gli occhi sui nostri privilegi, ma adesso non me ne frega niente. I documenti per il passaggio dalla Sapienza li ho reperiti tra giugno e luglio, mentre facevo gli ultimi esami. Sono perfettamente in regola con tutto e nel trasferimento mi hanno anche convalidato un paio di complementari per i crediti aggiuntivi che avevo. Nicola mi ha aiutata a velocizzare la firma in segreteria spendendo il nome del prof per cui fa l’assistente. Siamo venuti qui con la sua macchina carica delle mie cose. Papà mi ha dato le chiavi perché adesso non può lasciare mamma da sola per nessun motivo. Dice che posso prendermi la stanza grande e che quando tornerà a Bologna dormirà nel divano. Comunque in caso cercherà di andare e tornare in giornata.


Tommaso si è ucciso durante le feste di Natale, lo scorso anno.


Passiamo insieme l’ultima settimana di agosto in questa nuova casa. È il 2008, sono cinque anni che ci conosciamo e lui non ha mai smesso di amarmi. Mentre spacchettiamo la mia roba o pranziamo in qualche ristorante di cui abbiamo letto la recensione su Trip Advisor parlo soprattutto io. Mi chiedo come sarà vivere qui, se me la godrò come gli studenti drogatini fuorisede, se non sono troppo vecchia per queste cose. Ragiono sui tempi in cui dovrei stare per laurearmi entro l’anno, su come saranno i miei compagni, se farò amicizia, sulla fortuna che ho avuto che sia andato liscio lo spostamento della tesi. Lui ragiona con me, su di me, su di lui, e sulla vita che faremo adesso. Facciamo i conti di quanto ci abbiamo messo in macchina, ci diciamo che col treno è meglio. Quando non ho più niente da dire mi arrabbio. Lui prova a tenere viva la conversazione ma dice sempre qualcosa di sbagliato. Mi arrabbio ancora di più, comincio a trattarlo con sufficienza, a fare del sarcasmo. La notte mi tiene stretta e tra le sue braccia riesco a dormire senza sognare. Gli dico che lo amo tantissimo.


A settembre resto sola in quella casa che è mia ma contemporaneamente non lo è. Non riesco a pensare di poterci stare stabilmente, quindi anziché alle pareti comincio ad attaccare cose all’armadio.


Frequento il reparto e mi tengo impegnata tutto il giorno. Conosco della gente: sono tutti molto ospitali e molto calabresi. Mi portano nei bar, nella famosa Via Zamboni, al Kindergarten a sentire la techno. Rivedo Paz e mentre corro dall’ospedale alla mia casa in zona Murri, provo a riconoscere i posti.


Di solito la sera mangio cose fritte sul letto e tengo al telefono Nicola in ogni momento possibile. Lui sta finendo la specialistica. È molto impegnato ma prende il treno per venirmi a trovare appena può. Quando viene è bello anche se credo che Bologna non gli piaccia. A mano a mano gli mostro i posti che scopro, ci divertiamo ma mi rimane attaccata la sensazione che niente di ciò che facciamo gli interessi veramente. Ogni volta che va via glielo dico. Gli dico delle cose tremende e gli urlo contro.


Per le feste vengono a trovarmi mamma e papà. Non lo chiamo per quasi una settimana e lui non dice niente, dice solo che mi pensa e non vede l’ora di abbracciarmi.


A gennaio il prof gli assegna una mia ex compagna di corso come tesista. Si chiama Enrica e non siamo mai state amiche ma me la ricordo. Gli dico che Enrica è un nome ridicolo ma che lei mi sembra una a posto. Me lo rimangio, gli dico che è una cretina, mi ingelosisco e passiamo dei mesi d’inferno. Viene fuori che Enrica è simpatica e comunque si vedono per cose relative alla tesi. Ammetto che succede sempre che si faccia amicizia tra colleghi e lui si preoccupa di farmi notare che non sono mai soli. Provo a calmarmi e a tratti ci riesco. A volte gli dico che deve scegliere tra me e lei. Mi rendo conto dell’assurdità della cosa e gli chiedo scusa, salvo poi tornare a tormentarlo. La notte mi metto a pensare a tutti questi anni che sono passati.


La prima volta che ci siamo visti faceva freddo, io avanzavo da un lato del viale fuori da chirurgia generale, lui dall’altro. Mi aggrappo al ricordo della sua stabilità, al ricordo di quell’epoca in cui ero carica di meraviglia e di speranza, in cui mi sentivo una potenza. Era successo che dopo un paio di mesi che ci frequentavamo gli avevo detto chiaro e tondo che non lo amavo. Gli avevo detto che mi dispiaceva perché le cose andavano perfettamente tra di noi, che amavo la sua testa, il suo modo di amare la medicina, le sue spalle larghe, il suo abbracciarmi come se fossi una cosa sacra, ma purtroppo, purtroppo non lo amavo. Lui aveva detto okay e se ne era andato, ma quando ero tornata a pregarlo di farmi comunque restare nella sua vita aveva detto di sì col suo cuore bambino tutto aperto. Da allora ci eravamo visti sempre.


Quattro anni più tardi, avevano trovato mio fratello con la faccia in giù nella sua vasca da bagno. I mesi successivi me li ricordo appannati. C’è solo, ogni tanto, il sorriso di Nicola che emerge dal grigio. Mi sono aggrappata a lui con tutte le forze, così tanto che se si fosse staccato da me solo un momento sarei annegata. Quando decido di trasferirmi a Bologna, forse, crede che mi farà bene e starò meglio. Per molti versi è così, ma con lui tutto precipita in fretta. Mi accorgo degli sforzi che fa per non odiarmi e questa cosa mi fa infuriare ancora di più. Cado a pezzi. Quando viene fuori che ho fatto domanda per l’erasmus, anche se così ritardo la laurea di almeno un anno, mi pare di vedere qualcosa nei suoi occhi che si rompe. Dice comunque che va bene e che continuerà a fare avanti e indietro per venirmi a trovare.


A fine agosto facciamo una settimana di vacanza al mare che è come un lungo addio. L’ultimo giorno piango e gli dico che ho rovinato tutto, che ormai sta meglio con la tesista che con me. Gli dico che lo so che non mi ama più e non so cosa fare. Lui ancora una volta mi consola ma smette di parlare di certi argomenti. Diventa così serio da non consentire più ch’io mi lasci andare all’ira. Quando ci salutiamo per l’ultima volta dice qualcosa sul dolore. Qualcosa come che è banale quello che proviamo noi – ma che è insostenibile quello che provochiamo agli altri.


Milano #2


Al 2017 mancano una manciata di settimane e io festeggio il mio compleanno. Vivo ancora a Moscova, ma ho lasciato quella prima casettina che mi aveva accolta tre anni fa. Non è neanche Moscova ad essere precisi, è la zona attorno a via Sarpi, quella dei cinesi. Adesso lo so, all’epoca non capivo che differenza ci fosse tra 500 metri più in là o più in qua. Dopo il master sono rimasta qui e qui lavoro, qui vivo. Sono tutti in cucina, io parlo e rido e tiro fuori la torta. Fumo e bevo e mi accendo le candeline da sola.


Mi cantano un tanti auguri stortissimo, facciamo un casino tremendo e urliamo come se di anni ne stessi compiendo venti. Mi sento felice. Il giorno dopo la casa è devastata. So che c’è qualcuno nel letto accanto a me e anche più in là sul divano, ma non ho ancora voglia di voltarmi. Rimango per un po’ a crogiolarmi tra le coperte, ho il pigiama al contrario mentre il vestito di ieri sta sdraiato da qualche parte sul pavimento. Alzando di più il mento riesco a vedere il muro alle mie spalle.


Ricordo ad occhi aperti una domenica di almeno un paio di anni fa. Lavoro già in azienda, non più camice e stetoscopio ma excel e meeting con il team. Ho traslocato da poco: una nuova casa, ancora una volta. Sto bevendo il tè sul divano con Elena, che ho conosciuto durante il master. Le voglio molto bene perché è leggera e intelligentissima allo stesso tempo. Non so di cosa stiamo parlando, ma a un certo punto le sto raccontando del meccanismo di contrazione del cuore, di come funziona e che cosa comporta. Lei ascolta. Poi sono in piedi sul letto e traccio segni a matita sul muro. Indico le correnti di scambio tra sodio e potassio, tra sodio e calcio, la struttura di atri e ventricoli, del fascio di His, della vena cava superiore.


Per tutta la settimana, quando rientro la sera, guardo quei segni a matita. Il sabato successivo li cancello con la gomma, poi compro pennelli e colori acrilici: inizio a dipingere come in quelle vecchie illustrazioni dei libri di medicina.


Ci impiego mesi e mesi a finire, riempio tutto lo spazio disponibile. A sinistra metto la gabbia toracica, prima intera e poi tutta smontata e scomposta; a destra sezioni di tessuti, di vasi sanguigni di varie dimensioni; al centro metto il cuore com’è nella sua rappresentazione più classica, grande, sospeso nel vuoto.


Quando sono tornata da Bruxelles è venuto fuori che dopotutto, Nicola si era preso una cotta per Enrica e sì stiamo insieme ma non c’entra niente con noi due. Non ti ho mai tradita, ma poi sai, tu te ne sei andata. Non sapevo come dirtelo, è stato bello quel mattino parlare con te dopo quasi un anno di silenzio, dopo tutto quell’odio, parlare come ci parlavamo prima. Rimango ancora qualche minuto a osservare il mio cuore dipinto sul muro, poi sento che gli altri cominciano a svegliarsi.


Mi si scalda il petto di gioia e gratitudine mentre vado in cucina a preparare il caffè.


La prima casa


1989, ho quattro anni. Scopro delle cose pazzesche: i colori dei fiori nel mio giardino, l’aria dolce della sera, il cielo stellato. Non so dargli nome, a queste cose, ma mi accorgo per la prima volta che ci sono e che sono altro da me.


La casa in cui viviamo è grande e bella. Al piano di sotto ci sono i nonni e io li amo. Corro per lunghi corridoi e invento un sacco di giochi, mi sdraio per terra nello studio di mia madre e per ore disegno mentre lei scrive. Un’altra cosa che noto per la prima volta è la presenza di mio padre. Non che non sapessi chi fosse o che si trattasse, appunto, di mio padre. Ma in quella prima stagione di cui ho contezza, succede che lo vedo tutti i giorni per diversi giorni.


Le ore scorrono liete e piene di grazia. Andiamo a fare una gita in collina un giorno, e al mare un altro. Ci sono altre persone con noi, amici dei miei con i loro figli. Io mi diverto tantissimo e tutti lodano la mia dolcezza e la mia intelligenza vivace.


Non mi ricordo dell’arrivo di Tommaso, ma a un certo punto c’è anche lui. So che è mio fratello ma questa parola sta lì senza un vero significato. Viene con noi a fare le gite, ma se ne sta per lo più in silenzio e per i fatti suoi. Io mi emoziono a guardarlo perché ha ciglia lunghe e lo trovo bellissimo.


Un giorno stiamo pranzando a casa insieme ad alcuni invitati. Il sole batte ma l’aria è fresca. Forse è aprile? Maggio? Giugno? Il pranzo è quasi finito, sta per arrivare il dolce. Ci sono altri due bambini con me e mentre qualcuno sparecchia e qualcuno fuma alla finestra, noi giochiamo a nascondino: vale tutta la casa mentre la conta si fa sullo stipite della sala da pranzo. Quando è il mio turno vado a infilarmi sotto al letto della stanza dei miei. Resto in attesa sicura di aver trovato il nascondiglio più intelligente. Mi piace il fresco del pavimento di marmo, ma dopo un po’ nessuno arriva e mi viene la paura che gli altri si siano dimenticati di me. Sento le loro voci lontane e qualcosa mi nasce nel cuore misteriosamente: comincia a espandersi dentro di me dalle arterie, fluisce nelle vene, nei capillari, fino agli angoli più nascosti del mio corpo. Si posa nei tessuti, nelle mucose, penetra le ossa e so che non mi lascerà mai più. Mi tiro fuori, ho capito che nessuno verrà a cercarmi e che il gioco è finito. Anziché tornare di là vago per i corridoi.


Sul retro della casa c'è un balcone che affaccia sul giardino. Da lì ho ammirato i colori dei fiori, l'aria dolce della sera, il cielo stellato. Ma i giorni appena trascorsi mi sembrano lontani mille anni. Adesso il giardino è silenzioso e mentre lo osservo dall’alto, con le mani che stringono la ringhiera, vedo Tommaso. Non mi ero accorta che non fosse a tavola con noi, ma non mi aspettavo di trovarlo lì. È strano: se ne sta disteso per terra a occhi chiusi, sul viottolo di ghiaia che costeggia i prati. Se ne sta lì immobile, come un oggetto dimenticato. È tutto vestito, non sta prendendo il sole; sono certa che non sia caduto o magari svenuto; non c’è traccia di dolore sul suo volto, né di pianto, né d’altro.


Immagino che semplicemente, mentre camminava deve aver deciso che quello era un buon punto per sdraiarsi. Sdraiarsi, chiudere gli occhi, forse dormire.


Ogni tanto si alza un po’ di vento che muove le foglie delle palme, le ombre gli volteggiano sul viso.


Lui però continua a non muoversi.




Francesca Del Mar




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