Racconto | Catasta, di Fabio Gaccioli

Racconti così non se ne leggono spesso. Qui la semplicità della prosa arriva a livelli di sublimazione e sconfina nel lirico. Ci vuole una grande abilità per raccontare storie così, inanellare frasi frasi raccontando la quotidianità e costruendo, attraverso il ritmo, un progredire della storia in cui gli avvenimenti sono tutti appiattiti sullo stesso piano: non l'ellissi degli episodi insignificanti ma il costante scorrere della vita, sempre uguale.



Io non lo so mica cosa sono venuti a fare quassù questi due. Hanno preso in affitto la casa del povero Lario, che è morto quattro anni fa e ci si sono infilati come topi. Non li si vede mai in giro per il paese, neanche in bottega da Vannuccio. Per fare la spesa prendono la macchina e vanno al super mercato a Villa, che è lontano quindici chilometri.


A sentire mio papà non devono avere tutte le rotelle a posto. Lui soprattutto, il marito, o quello che è, visto che, a quanto si dice, non sono nemmeno sposati. Di figli non ne hanno, e di parenti non se ne vede mai all’orizzonte. Insomma, sono spuntati dal nulla e, da come si comportano, sembra che vivano nel nulla. Non si mischiano certo con la gente del posto. Hanno un Range Rover, uno di quei gipponi che consumano l’ira di dio e rovinano le strade, che già sono messe male, figurati dover sopportare l’arroganza dei pianzani.


Secondo me, se volete sapere la mia opinione, mi sa che hanno capito male. Qui è facile sbagliarsi. Passi in estate, quando in paese c’è un po’ di movimento, e ti sembra tutta una meraviglia. Questa gente qua, quelli che vengono dalla pianura, è facile che vadano giù di testa. Bisogna starci attenti. Mio cugino, ad esempio, è rimasto fregato con una Milanese. Si sono sposati e dopo appena un anno lei ha cominciato a dare di matto. Non le piaceva niente della montagna. Non ci era mica abituata. Infatti lo ha piantato lì come un tonno, ed è tornata a vivere in città.


L’estate da queste parti passa in fretta, e l’inverno è una faccenda lunga e complicata. A volte piove per settimane, oppure fa nebbia da non vederci a un tiro di sputo, o vento a raffiche che mugghia incanalandosi tra i valloni e sembra capace di scoperchiarti anche la testa. Allora non c’è davvero niente la fuori, se non gli alberi, i sassi, la nebbia o il vento.


Non è che ci si possa fare gran che. Io, ad esempio, me ne resto seduto vicino alla stufa e guardo fuori dalla finestra. Guardo i cani da caccia nell’orto dello zio, chiusi nelle gabbie, e loro guardano me. E questo è quanto.


Ci passo davanti spesso a casa loro. Spero sempre di vedere lei. È una bionda con due tette così, sempre truccata, sempre in tiro. Non se ne vedono tante di donne così da queste parti. Qui è pieno di vecchie con le mani nodose che ti accorgi che sono femmine solo perché portano la gonna, e anche quelle più giovani sono grezze come la cotica, anche se vanno in palestra e si fanno i peli tutti i giorni.


Una volta mi ha anche dato un passaggio in macchina, sul Range Rover. Stavo tornando da uno dei miei giri nel bosco, si era messo a piovere che dio la mandava e io ero tornato sulla provinciale perché i sentieri si erano trasformati in un vomito di acqua e fango. L’idea di fermarsi è stata sua perché io non metto mai fuori il dito. In giro è pieno di gente ubriaca al volante che si ribalta nei fossi, e la mamma non vuole che chieda passaggi.


Da quello che si è capito, si sono messi in testa di ricavarne una specie di albergo dalla casa del povero Lario.


– Si chiama BeB – Ha detto mio papà una sera a cena, mentre parlava con la mamma – praticamente loro ti danno una camera con un letto e la prima colazione. Il resto sono fatti tuoi. Ma ormai sono un po’ di mesi che hanno finito i lavori di ristrutturazione e non è che si veda molta gente che si ferma a dormire da loro. L’estate è passata, con le sue illusioni e le feste paesane. Per strada ormai girano le poche macchine di quelli che vanno a lavorare in ceramica, sulle colline. Quasi tutte le case sono deserte e quelle che sono abitate cominciano a mettere su il vestito dell’inverno. C’è questo odore di legno bruciato per le strade del paese.


Sono le prime focate delle stufe, rimaste a riposo per tutta l’estate. Anche noi ci siamo attrezzati per l’inverno. Già a metà agosto, con il babbo, abbiamo finito di scancherare attorno alla legna. Dal taglio al trasporto, dallo spacco alla catasta. Tutto finito e pronto per essere bruciato. Verso la fine di agosto abbiamo attaccato il bindello e segato e fatto a pezzi tutta quella che siamo riusciti a portare fuori dal bosco in primavera. Abbiamo fatto tutto io, il babbo e lo zio. Nel bosco il babbo tirava giù gli alberi con la motosega, lo zio li tronconava e io con il pennato ripulivo tutto. Ma la cosa che preferisco in assoluto è tirare su le cataste. Ci ho passato tutte le settimane dai primi di settembre a oggi, un po’ per volta, un po’ tutti i giorni. C’è bisogno di occhio per tirare su una catasta come si deve e farla durare nel tempo. Bisogna partire alla giusta distanza dal muro e comporre una base solida. La giusta distanza è tutto, nell’accatastare la legna.


Me la cavo bene a fare i lavori di questo tipo. Mio papà dice sempre che, non fosse una cosa illegale, non perderebbe tempo a mandarmi a scuola. Mi terrebbe volentieri a casa e mi porterebbe con sé in cantiere a lavorare. Io per me sarei anche d’accordo. Così almeno avrei finito di sbattermi a scrivere temi che tanto non servono a niente e a nessuno.


Ne abbiamo fatta talmente tanta, quest’anno, di legna, che un po’ ne abbiamo venduta anche a questi due del gippone. Sono venuti a chiedercela loro. Si sono resi conto all’ultimo che l’inverno era vicino. Il babbo gliel’ha piazzata a 16 euro al quintale, una cifra criminale. – Tanto i soldi questa è gente che ce li ha – ha detto, per giustificarsi. – E poi cosa vuoi che ne sappiano di quanto viene un quintale di legna? – A sentir lui non sanno neanche dove sono andati a stare di casa. In un certo senso se lo meritano.


Siamo andati insieme a portargliela, con il trattore. In tutto abbiamo fatto sei viaggi con la palina neanche carichissima. Insomma era più scena che altro. Il babbo gli ha detto che se la finiscono prima della fine del freddo (e la finiranno sicuramente) gliene possiamo portare dell’altra. Allora, se lo conosco un po’, potrà alzare ancora il prezzo al quintale, e spillargli altri soldi.


Tutto questo succedeva all’inizio del mese di settembre; adesso che siamo già a ottobre inoltrato e hanno cominciato a cadere le prime piogge, la legna di quei due è ancora lì, ammucchiata a caso così come è caduta dalla palina. Il papà ha provato a dirglielo, a lui, di spicciarsi a sistemarla.


– Quando lo vedo glielo dico sempre, ma quello scrolla la testa avanti e indietro, fa si, e poi non fa niente… Mah, pianzani! – Dice, e poi cerca un posto per terra dove sputare. – Magari potresti offrirti di sistemargliela tu – Mi dice – Così porti a casa qualche soldino. Se ti dice di sì, gli chiedi almeno dieci euro l’ora. Ma parti da quindici, così sembra che accetti il ribasso. E io in effetti gliel’ho chiesto. Un pomeriggio, tornato da scuola, sono andato a casa loro. Già all’inizio della strada che porta al Bragolo, dove abitano, sentivo la musica. Non è mica così comune sentire musica come quella per le strade del paese.


La macchina era parcheggiata per traverso, in mezzo alla carraia che porta alla casa della povera Ines (tanto la Ines è morta, avranno pensato).La legna era sparpagliata tale e quale. Neanche lo sforzo di coprirla con il telo di plastica avevano fatto. Le finestre della casa erano spalancate. Da dentro, adesso che mi trovavo davanti alla porta, si sentiva baccaiare come a una festa.


Sono stato fermo lì davanti, come un fesso, per un bel po’, senza riuscire a decidermi se bussare o suonare il campanello. Sentivo lei che urlava delle cose e lui che rispondeva allo stesso modo.


Quando mi sono deciso a bussare mi sono ritrovato davanti lui, il marito, o quello che è, con i capelli tutti spernigati e la camicia aperta, fuori dai pantaloni. Aveva una sigaretta, di quelle che si arrotolano, appiccicata alle labbra, e puzzava di tabacco e di birra. Non l’ho mica fatto apposta ma mi sono cascati gli occhi sui piedi, che erano scalzi, con le unghie nere e una noce grossa come un bubbone a lato di un pollice. Lui se ne deve essere accorto che lo guardavo un po’ stranito, perché ha spostato un piede dietro l’altro e mi ha detto, brusco: – Cosa vuoi?


– Sono il figlio del muratore. Quello che ti ha portato la legna…


– Lo so chi sei. Cosa vuoi? – Alle spalle si è sentita lei urlare – Chi è? – Il ragazzino della legna! – Ha sbraitato lui da sopra una spalla, – E cosa vuole? – Mi ha guardato a lungo, in modo eloquente. Ogni tanto dava un tiro alla sigaretta, che si consumava rapidamente, con la brace sempre più vicina alle labbra. Mi sono schiarito la gola e ho detto: – Mi manda mio papà, ci chiedevamo se per caso non volevate che io vi mettessi a posto la legna…


Ma non ho fatto in tempo a finire il discorso che è spuntata anche lei, alle sue spalle. Aveva a sua volta i capelli tutti in confusione ed era mezza svestita e a piedi nudi, proprio come lui. Sembrava che avessero appena finito di azzuffarsi. C’erano delle macchie di colore sul suo viso ed era struccata. Si è spostata di lato una ciocca di capelli che le era cascata sulla bocca e si è messa di fianco al marito.


– Cosa c’è? – ha esclamato – Cosa succede?


– Non l’ho mica capito – ha detto lui – cos’è che vuoi?


– Dicevo che mio papà ha pensato di chiedervi se vi va che vi metto a posto la legna – Ho detto, tutto d’un fiato. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Così, tutta disabbigliata, era ancora più provocante.


– Alla legna ci penso io – ha tagliato corto lui – grazie. – E stava per chiudere la porta, ma lei glielo ha impedito.


– Ti pare il modo di trattare la gente? – gli ha detto. – Almeno fallo entrare. Non vorrai mica che pensino che siamo dei selvaggi. – Poi mi ha guardato con una dolcezza che, vi giuro, stavo per rimanerci lì, e ha detto – Vieni, entra pure. La casa era tutta un casino. – Si vede che si erano messi a imbiancare perché c’erano secchi e pennelli dappertutto. Però non è che avessero combinato gran che. Giusto la cucina aveva tre dei quattro muri colorati. In compenso il portellone del frigorifero era spalancato e sul tavolino c’era un po’ di tutto: bottiglie di birra e di vino, tre posaceneri stracolmi, quadretti, rotoli di Scottex, nastro adesivo, piatti e bicchieri. Avevano una bella stufa, di quelle grandi con lo sportello a vetro che fa effetto camino. Era un bestione che doveva costare un botto di quattrini e, da solo, a occhio e croce, avrebbe potuto scaldare mezzo appartamento senza accendere i riscaldamenti. Peccato che i cannoni non erano montati ma se ne stavano appoggiati a una parete, ancora incellophanati e nuovi di spedizione; il buco della canna fumaria era spalancato e lungo il muro era cascata parecchia fuliggine.


– Avete pulito il camino? – Ho chiesto al marito. Continuava a tirare dalla sigaretta anche se era ormai quasi del tutto consumata, tanto che mi sono chiesto come faceva a non bruciarsi le labbra. – Ci ha provato – Ha risposto lei al suo posto – ma secondo te c’è riuscito?


Lui allora l’ha fulminata con gli occhi e ha detto: – Se la smettessi di piantarmi grane e mi lasciassi lavorare, forse riuscirei a finire tutto, che dici? – Lei ha scrollato le spalle. È sparita qualche secondo nell’altra stanza e ha tolto il volume della musica. Quando è ritornata indietro è andata dritta al frigorifero, ci ha guardato dentro e poi ha richiuso lo sportello di scatto.


– Mi dispiace, non abbiamo niente da offrirti – Ha detto.


Me ne stavo impalato senza muovermi e più mi guardavo in giro più non riuscivo a far combaciare l’interno di quella casa con quello che mi ero immaginato. Se non fossi salito sulla loro macchina e mio padre non mi avesse assicurato che erano ricchi sfondati, a vederli mi sarebbero sembrati due poveracci, più poveri e trasandati di Pini, che era morto nel ‘92 di freddo e quando mio papà aveva sfondato la porta, insieme ad altri uomini del paese, gli aveva trovato gli scarafaggi nelle orecchie. – Senti – Ha preso la parola lui. Si era tolto la sigaretta di bocca e l’aveva schiacciata dentro uno dei piatti ammassati sul tavolino – questo qui mi ha chiesto se vogliamo fargli sistemare la legna…


– Mi sembra un ragazzo robusto – ha detto lei – È un’ottima idea.


– Secondo me invece è un’idea imbecille. Se non lo avessi ancora capito, questi qui del paese, e suo padre su tutti, ci considerano degli idioti. Se mi sono trasferito qui so quello che faccio e so quello che voglio. E quella legna del cazzo me la sistemo da solo.


Adesso che mi davo il tempo di guardarlo meglio, aveva una faccia sottile e dei lineamenti delicati. Solo, la pelle era tesa sugli zigomi come su un tamburo, e aveva un colorito giallognolo, malaticcio. Ho anche notato che l’indice e il medio della mano destra erano gialli di tabacco. Però gli occhi, di un nocciola chiaro, non erano cattivi. Giravano dappertutto senza mai fermarsi su niente, e su nessuno.


– Mi dispiace giovanotto. – Ha detto poi, con un tono improvvisamente più dolce – non prendertela a male per quello che ho detto, ma la legna preferisco sistemarmela da solo.


– Certo, come preferisce… – ho fatto io. E già stavo per prendere la via dell’uscio, quando ho visto lei passare oltre il tavolo e venirmi incontro.


– Sciocchezze. Questo bel ragazzo non va da nessuna parte. – Era più alta di me, di parecchio. Mi aveva messo le braccia sulle spalle e mi guardava fisso, con quell’azzurro dentro cui vedevo brillare chissà cosa. – Io la gente di qui la trovo molto corretta, invece. Sono uomini che non si perdono d’animo. Che si prendono cura. Vero? – mi ha chiesto – Anche tuo padre deve essere uno che sa come fare a prendersi cura. Non è così? – Poi ha come perso un colpo, si è piegata un po’ da una parte, tanto che temevo che sarebbe cascata per terra. A giudicare dal tanfo di birra che le usciva dalla bocca doveva essere parecchio avanti, come dicono i miei vecchi. Era comunque riuscita ad abbassarsi su un ginocchio per guardarmi meglio negli occhi.


– E così, ragazzino, vorresti sistemarmi la legna, sì?


– Se per voi va bene. Io sono bravo a fare certi lavori.


– Hai sentito? – ha detto rivolta al marito – Lui è bravo. Sei bravo? – Mi ha guardato in un modo che, non so come spiegare, era così serio da far venire i brividi. Non sapevo davvero cosa risponderle, o cosa fare. Mi è sembrato un momento lungo un’eternità. Mi ha abbracciato. Giuro su dio che mi ha abbracciato. Così, di punto in bianco. Mi teneva stretto, tanto che potevo sentire i suoi seni, duri come la pietra, muoversi su e giù. Aveva la testa appoggiata sulla mia spalla, e la sentivo respirarmi vicino all’orecchio. Poi ha fatto una cosa. Ha mosso una mano e me l’ha passata sotto la maglietta. Sentivo la sua mano, credetemi, sulla mia pancia, e io ero come morto.


– Smettila, alzati che sei ubriaca – la voce di lui ci ha raggiunti dal fondo di un pozzo – Non vedi che lo metti in imbarazzo? – Allora lei si è staccata. Mi ha guardato un’ultima volta, tenendomi per i polsi. Poi mi ha lasciato andare. Mi sono fiondato fuori dalla porta, credo, senza neanche salutare. In casa mi sono chiuso in bagno per più di un’ora.


Da allora non l’ho più vista, se non di sfuggita, a spasso per le strade del paese e sempre da sola. Adesso che l’inverno è alle porte io esco di casa più spesso che mai. I temi di scuola, i compiti in genere, sono un castigo che ho imparato a scontare in fretta, sballottato dagli scatti del bus.


Le strade, i campi, le carraie e i cortili sono tornati proprietà del vento. I vecchi se ne stanno chiusi in casa, escono un poco verso sera, dopo cena, e quei quattro che restano si ritrovano ai tavolini del bar che, anche se chiuso, accende la luce soltanto per loro. Io, se non piove, taglio per i campi e mi infilo nei cortili delle case deserte, dove d’estate ritrovo gli amici che vivono in città. Mi sento addosso una solitudine che mai, quasi fosse l’investitura di un re. Ritengo la terra che calpesto in silenzio un mio possesso, e corro spesso, dopo che mi sono fatto un bastone nel bosco, sul muro di cemento del piazzale della chiesa, lo percorro avanti e indietro come una sentinella, e guardo la valle che si allunga a incontrare il fiume, vegliando che non salga nessuno, che da laggiù non si affacci un solo nemico.


Il Ventasso ha nubi scure che gli tagliano la testa e io sento nel vento un freddo più intenso. Tra poche settimane calerà il buio che mangia il culo alla luce e io ormai avrò fatto l’abitudine all’odore di legna bruciata che sale dai camini delle case.


Ho deciso di andare alla pietra bianca e da lì affacciarmi a guardare le montagne ammantate di nebbia: il Prampa, la Cisa, il Cusna. Con un po’ di fortuna posso anche incrociare le impronte di un cervo o le rugate di qualche cinghiale. Mi porto il coltello da caccia che mi ha dato mio padre. Ma non posso andare troppo fuori dal sentiero, ci sono sempre quelli che vanno a penna e se muovi il cespuglio sbagliato ti fanno fare la fine del fagiano.


Mi lascio alle spalle le ultime case del paese, alla Colombaia, e dopo poco arrivo davanti allo stallone di Toni. Nello spiazzo di terra, vicino al mucchio del letame, c’è un erpice arrugginito. Non ho mai scavalcato questo recinto. Toni non mi piace per niente, né a me né a nessuno. È un tizio grande e grosso, un moraccione con la faccia quadrata che passa il tempo giù dal trattore a mangiarsi i confini dei campi, e al catasto non dicono niente. Allo stesso mondo si mangia i letti delle giovani spose. E a dar retta alle voci, ha mangiato, e a lungo per giunta, alla greppia dei nuovi arrivati, i pianzani. A me danno fastidio queste voci che sento, e saperla toccata da quelle mani mi mette il nervoso. Ma era chiaro che non poteva funzionare. E dire che, dopo quel pomeriggio che li ho visti ubriachi, io a lei me la sono pure sognata. E da sveglio, poi, ci sono tornato ogni tanto, e al sogno e al ricordo. Ma non c’è niente da fare. Quassù non dura mai niente.


Mi sono fatto una camminata lunga, fin su al sasso e poi indietro, di nuovo in paese. Non ho resistito alla curiosità e, anche se stava già facendo buio, sono andato fino al Bragolo, a vedere se il Range Rover era parcheggiato al solito posto o se c’era luce che veniva dalle finestre.


Il lampione sopra al monumento ai caduti, davanti alla casa dello scarpolino, era già acceso. Anche quello sulla strada del Bragolo mandava il suo bagliore giallognolo. L’aria, intorno, era livida e blu. Il macchinone, però, era sparito. Stavo per incamminarmi lungo lo sterro che porta alla casa dell’Ines, a vedere la scultura di legno che rappresenta un serpente che si drizza all’insù. Volevo anche gironzolare intorno al cortile e sbirciare le finestre. Faccio così in tutti i cortili delle case lasciate. Mi riprendo il possesso.


Sono arrivato fin sotto la finestra della cucina, convinto che non ci fosse nessuno, quando ho sentito la porta aprirsi.


Aveva la solita aria trasandata, con quella barbetta rada un po’ a punta e i capelli spernigati. Mi si è parato davanti e mi ha guardato come uno che torna da un sonno pesante. In bocca aveva la solita sigaretta arrotolata che bruciava vicino alle labbra. Ho notato che in mano stringeva un paio di guanti da lavoro che, così a occhio, dovevano essere due volte la sua misura. Non mi ha detto niente; è rimasto impalato a fissarmi, poi è passato in là, verso la legnaia.


Mi sono accorto in quel momento che la legna era sparita.


L’ho visto armeggiare con la catena che tiene chiusa la porta a due battenti. Ha aperto lasciando che le ante si spalancassero, gemendo sui cardini. Ho visto tutti quei quintali ammucchiati là dentro. Alla fine l’aveva spostata. Mi è sembrato di vedere una mezza parete di legna ordinata, ma il resto era buttato per aria come dopo un terremoto. L’ho sentito bestemmiare come bestemmiano i miei vecchi. Allora mi sono avvicinato fin sull’orlo dell’uscio.


S’era messo i guanti da lavoro e si è drizzato a guardarmi, con dei ciocchi in braccio. La sigaretta aveva smesso di mandare del fumo, ma non badava a riaccenderla.


Ho dato un’occhiata in giro e ho provato vergogna per lui.


– Devo aver sbagliato qualcosa – mi fa. – È venuto giù tutto.


Ha lasciato cadere i ciocchi e ne ha raccolti degli altri. Li scaravoltava cercando di guadagnare un po’ di spazio vicino al muro. La parete di legna che non era crollata era giusto una punta. Mio papà mi avrebbe bestemmiato addosso per tutto l’inverno se avessi combinato un disastro così.


– Secondo me hai lasciato troppo spazio tra un ciocco e l’altro, e non sei partito alla giusta distanza. Questa legna è già stagionata, puoi fare benissimo una catasta stretta.


Sapevo che non mi avrebbe capito. Si è voltato a guardarmi un attimo, con fastidio, e poi si è rimesso a rovistare tra i ciocchi. Ho provato un sottile piacere a vederlo intontito. Poi, però, mi ha fatto pena. Era evidente che non sapeva dove mettere le mani. A quel punto, che la legna fosse in disordine, non era proprio una colpa. Nessuno nasce imparato, come dice il mio babbo, e sbagliare si sbaglia perché si lavora.


– Stavo andando a vedere il serpe verde – Gliel’ho detto, così, per dire qualcosa. Stavo per andare oltre e chiedergli dove fosse lei, ma non mi sono azzardato. Dalla casa alle mie spalle veniva solo silenzio.


– Ah sì? – Fa lui. Si è rimesso dritto di schiena strappandosi via la sigaretta dalle labbra. Ha morsicato qualcosa stringendo i denti, e poi si è rimesso al lavoro.


– L’ha scolpito Pini, uno che è morto di freddo. La povera Ines lo ha piazzato all’inizio delle scale, perché dice che tiene lontano il malocchio. È un serpe, verde, che si drizza all’insù e mostra i denti. Mi sa che è qualcosa che ha a che fare con la bibbia, ma nessuno può dire. Non mi ha nemmeno risposto. Io ogni tanto buttavo un occhio alla casa, se la vedevo passare davanti alla finestra, ma niente.


– Sta merda non vuole saperne di star dritta! Aveva ricominciato ad accatastare, ma non badava al lavoro. Alzava di troppo e la legna era instabile alla base.


– Se vuoi ti faccio vedere…


– Mi avete già fregato una volta, tu e tuo padre, a farmi pagare più del dovuto. Son stanco di farmi fregare dalla gente di qui. Allora sono io che mi sono vergognato. Guardavo la schiena di un uomo, vicino all’inverno, che si sentiva tradito. Mi sono fatto prendere da una commozione strana, da una simpatia che di solito riservo solo agli amici.


– Non ti chiedo niente. Ma se vuoi ti posso spiegare. Se vieni dalla città certe cose mica si sanno da subito. Bisogna imparare.


Devo aver detto una cosa che l’ha colpito, perché si è fermato con un ciocco in mano. Fissava quel ciocco come si guarda negli occhi la morte.


– Il serpente che dici tu – mi dice senza voltarsi – È un po’ che ci penso anche io.


Come prima cosa, gli dico, bisogna partire alla giusta distanza dal muro. Bisogna pensarci prima: calcolare quanti quintali devi mettere a posto e quanto spazio ti serve, soprattutto in altezza. Bisogna fare in modo che la legna si appoggi man mano alla parete e non sporga all’infuori, altrimenti è un disastro. Poi si scelgono i legni più grossi, spaccati a mezzo, e li metti con la corteccia rivolta all’ingiù. Questa non è legna che deve seccare, ma è comunque una buona cosa tenerla sollevata da un pavimento così, per evitare che prenda l’umidità. Puoi usare dei bancalotti, se li hai, oppure due legni lunghi che metti paralleli e a giusta distanza. Devi avere un po’ di occhio, che la pendenza del pavimento non sia eccessiva: puoi usare dei legni da esca o altri pezzi più piccoli per aggiustare il filo. Se la catasta viene troppo corta rispetto al muro, devi aver cura di chiudere il lato esposto sistemando i ciocchi a incastro, due per il lungo, due per il largo, così da alzare una specie di colonna. Dovrai badare a sceglierli con cura perché dovranno sostenere il peso della catasta, su quel lato. Mano a mano che procedi ricordati di scalare di qualche millimetro verso l’interno l’appoggio dei ciocchi, e cerca di fare una cosa uniforme, come fosse un muro di sasso; non devi lasciare spazi troppo vuoi: alterna i randelli alla legna più grossa e aggiusta il filo con tavelle o legna da esca. Meno riesci a usarne, comunque, più bella a vedersi sarà la tua catasta.


Lavora così e in silenzio. Non farti distrarre dai pensieri. Cerca di dare un nome al legno che usi: se è faggio, cerro, abete. Non scordarti mai che l’inverno ritorna ogni anno, e nel fuoco che brucia puoi sempre cercarci una faccia. Io faccio così, me ne resto vicino alla stufa e guardo fuori dalla finestra. Guardo tutto quel bianco dove prima era verde e calore, e guardo i cani da caccia nelle gabbie, e loro guardano me. Hanno il pelo bagnato e tremano al gelo, neanche ti abbaiano.


Io sono contento di avere un fuoco che brucia. Tanto, il resto, è roba non mia.


Gli do una mano con la prima fila di legna e poi lo lascio lavorare. Lo capisco da me che queste son cose che van fatte da soli. È ormai buio, quasi ora di cena. Sento la voce di mia madre che chiama, con l’urlo solito con cui mi cerca, affacciata a una finestra, le sere d’estate. Mi chiudo la lampo della giacca fin sotto al mento. Ormai viene il freddo. Lo si sente soprattutto a quest’ora, quando i lampioni buttano luce sulle strade deserte.




Fabio Gaccioli


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