Racconto | Essere Pete Chambers, di Nicolò Rubbi

Aggiornato il: gen 25

Nicolò Rubbi impara alla perfezione la lezione di Roth: la semplicità è tutto. Le storie più quotidiane sono quelle che vediamo di meno, quelle che siamo meno capaci di percepire come storie. Perciò è tanto più straordinario quando qualcuno riesce a renderle tali senza neanche dover ricorrere a postmodernità varie o altri artifizi diabolici. Solo la vecchia, cara, arte del narrare.




Pochi istanti dopo aver scoperto dalla voce dell’infermiera essere il suo turno, Pete Chambers si trovò davanti a Rob Kay, suo ex compagno di classe e celebre urologo di fama internazionale, con i pantaloni abbassati, in posizione prona e con una mano nel retto.


«Adesso ti do una bella controllatina» aveva detto il medico e, guanto alla mano, aveva fatto tutto ciò che il protocollo clinico prevedeva per l’accertamento, alla palpazione, della massa cancerosa del paziente e amico.


«Al tatto, la massa non sembra aumentata» disse gettando il guanto nel cestino. «Ora proviamo con l’ecografia» – e aveva cosparso su vescica e uretra un gel freddo, su cui era poi passato con una sorta di telecomando bianco dalla testa sferica, la quale avrebbe permesso con discrezione e maggior precisione di frugare tra i recessi del suo corpo malato.


Fino a quel momento, Pete era rimasto chiuso in un silenzio riservato, immobile, a fissare la luce calda che si riversava dalla finestra in quel locale così algido. L’attesa era scandita solo dal suo respiro, da quello di Rob e dall’intermittenza di un piccolo sibilo proveniente dall’ecografo. Ma mentre il dottore batteva con la mano sinistra i tasti del pc per catturare immagini ad alta risoluzione, proruppe sciogliendo il riserbo.


«Cosa vedi?» – deglutì, tornando a respirare profondamente, forse per prepararsi alla risposta.


«È cresciuta di tre millimetri in larghezza, Pete. Mi dispiace, ma dovrai riprendere la chemio».


Erano stati grandi compagni di gioco, alle superiori, anche se ora il contesto – commisto a una certa serietà professionale di cui Rob Kay andava tanto fiero – non permetteva di scucirsi più di così. E si congedarono come si erano salutati, con garbo, con un saluto alla stessa temperatura del gel con cui, poco prima, nel gioco di ruolo tra medico e paziente, l’unico concesso, l’uno aveva verniciato l’uretra dell’altro.


Nell’abbandonare la stanza, Pete guardò il colore delle pareti, il bianco del camice, il riflesso sul metallo degli attrezzi medici e venne preso da una sensazione di soffocamento, da una voglia di mare e prati verdi; erano anni che frequentava quegli ambienti contro la sua volontà. Lo aveva fatto più per i figli che per sé, e rincasando decise di passare da Raymond e Julia, che abitavano insieme non lontano da casa sua. Frequentavano entrambi la Powell. Non gli avevano mai dato un problema, quei due. Il suo amore per loro era incondizionato, di una tenerezza che, di stampo burbero com’era, riservava soltanto a quelle due docili creature.


«Com’è andata la visita, papà?» chiese Ray stappando una birra e poggiandola sul tavolino, proprio davanti alle gambe di suo padre.


«Bene. Pare che resterò calvo ancora per qualche tempo» aveva risposto con una vena d’ironia, com’era nel suo stile, lasciando intendere che avrebbe risposto malvolentieri ad altre domande sul tema.


Raymond non chiese altro; dalla cucina arrivava il canto di Julia che, come la sua defunta madre, cucinava sempre con gioia per la sua famiglia. E cucinava cantando. Ella Fitzgerald era il suo motivetto preferito. Pete ascoltava quelle note lasciandosene assorbire, mentre le sue narici venivano catturate da un odore di spezzatino sempre più forte, sempre più condito. Non voleva tenere i figli all’oscuro dell’aumento del tumore, ma in quei momenti di quiete sembrava superfluo, e persino sgradevole, turbare l’atmosfera con queste storie. La vita, la vita che contava veramente, non era forse la somma di questi sporadici attimi di spensieratezza al fianco delle persone che si amano? E questi attimi sparuti di gioia non erano, come il sesso, un trionfo personale e momentaneo sullo spettro della morte? Pensava a queste cose, Pete, eppure non ci pensava. Le teneva a bada, al lato della mente: le gestiva, poiché era perfettamente a conoscenza del terribile dominio che pensieri spiacevoli possono esercitare in un cervello di un corpo in panne.


La serata, sebbene improvvisata, si rivelò assai piacevole. Erano le undici quando Pete prese la porta, salì sulla sua auto e fece il giro dell’isolato per raggiungere casa sua. In cuor suo sapeva che quella calma era per tutti solo una maschera, e che lui stesso avrebbe faticato a prendere sonno. Se è vero che di notte si alza la febbre e si acuiscono le infiammazioni, ciò vale anche per l’anima, per i suoi dilemmi e i suoi quesiti senza risposta. La notte infiamma la memoria, ingigantisce i ricordi, e quella non sarebbe stata diversa dalle altre. Pete si versò la soda nel bicchiere e accese il computer. Qualche settimana prima, per uccidere la noia in modo probabilmente infantile, si era iscritto a un sito di appuntamenti. Appuntamenti sempre fissati, sì, e a cui in verità non era mai andato. E non perché le mancasse la sua defunta Elle. Ah, quella donna impareggiabile. In punto di morte lo aveva pregato, forse conoscendo il suo temperamento e le minacce di un futuro in solitudine, di rifarsi una vita, ma Pete non aveva mai voluto.


A notte fonda, prima di coricarsi, posò il cellulare sul comodino e andò in bagno per la toeletta serale. Quando tornò, lo schermo era illuminato. Un messaggio della sua amica Sandra, del gruppo di lettura, gli chiedeva se ci sarebbe stato l’indomani alla discussione sull’ultimo romanzo di Philip Roth. Con un testo breve al punto da sembrare offensivo, le rispose di sì. Stronzate. Non lo aveva nemmeno mai iniziato, il romanzo. Che senso aveva leggere? Non era stata questa la lezione impartita da Elle in punto di morte a lui, incurabile topo di biblioteca, filologo ed erudito? Esci! Esci, cazzo, e vai a vivere la vita.


Prese sonno sudando freddo, e sudò per tutta la notte poiché fino al mattino lo accompagnò l’immagine di Elle che lo spronava a buttarsi nel grande fiume dell’esistenza. Fino ad allora quasi del tutto sconosciuto.


Il mattino seguente Pete si svegliò di buonora per lavorare intorno alle sue amate ortensie, nel piccolo fazzoletto di terra sul retro della villetta familiare a due piani comprata a suo tempo con Elle. Era stato proprietario della drogheria più fornita di Nantucket, e con grande fatica e amore per la vendita aveva estinto piano piano il mutuo trentennale concessogli dalla Sabadell. Zappava in ginocchio con una piccola vanga laccata di verde, immergeva le mani nelle aiuole senza paura delle serpi o degli insetti. Staccava uno a uno i petali appassiti, e con un lieve movimento della mano accarezzava i superstiti di quella canicola infernale. Dal cappello da pescatore gocciolava il sudore a irrigare le ortensie.


Si fermò solo per trangugiare un boccone e bere una birra analcolica in veranda, dove almeno circolava un filo d’aria leggera. Si trastullava guardando i passanti, salutando cordialmente le signorine nei loro abitini a fantasie floreali, scambiando qualche battuta con Tim sulle prestazioni dei Socks all’ultimo Bowl.


Quando riprese a lavorare di buona lena, gli tornò in mente l’appuntamento pomeridiano di lettura, a cui non sarebbe voluto mancare. Strinse gli occhi e sussurrò ad alta voce ora e luogo, due, tre volte, a volerlo quasi imprimere in quella mente che ormai difettava in memoria. Ma, irrimediabilmente, gli sovvenne soltanto alle quattro e mezza, così che gli sarebbero rimasti trenta minuti per lavarsi, vestirsi e raggiungere casa di Sandra. E questo, per un animo preciso come Pete Chambers, era fare di corsa.


Nel salone di casa Nash tutto aveva il tenue colore della crema. Le tende che cadevano lungo i fianchi delle porte finestra, gli arabeschi della carta da parati, i paralumi, tutto aveva sfumature vanigliate tra il bianco e il giallo denso, l’oro, il madreperla. Abituato al legno com’era, Pete si sedette in disparte sul divano con uno strano senso d’angoscia, un lieve voltastomaco provocato da quell’ambientazione simile a una torta di caramello. Quando sollevò il calice per portarselo alle labbra, intravide l’alone di terra attorno alle unghie, quindi decise di posare il calice, stare con le mani nelle mani a nascondere la sporcizia e di rinunciare a bere.


Accanto a lui si sedette una signorina mai vista. I due si scambiarono un sorriso d’imbarazzata cortesia ma non osarono parlarsi, tornando ognuno a guardare nella direzione opposta all’altro. Sandra, accortasi della scena, si fece avanti e ruppe gli indugi.


«Kate, questo è Pete, Pete Chambers. Pete, questa è Kate Randall».


«Lusingato, signorina. Ops: signora o signorina?» esitò Pete, in difficoltà con le etichette.


«Signorina. Molto piacere» rispose Kate con una voce calda e confortante.


E tutto morì lì, così come era cominciato. La serata trascorse tranquilla. Presero passi dai libri di Philip Roth, li lessero, li commentarono. Quando fu il turno di Kate, la donna – aveva circa cinquantacinque anni – lesse un passaggio da L’animale morente, quello in cui Consuela Castillo rivela al professore l’esistenza del suo tumore al seno. Nel farlo, la voce le divenne più acuta e a metà lettura Kate si morse il labbro inferiore. Un’impercettibile stilla di sudore fece capolino dalla sua tempia rossa. Pete lo notò e ne rimase colpito, ma non disse nulla, né a Sandra né tantomeno alla sua nuova conoscenza. La serata terminò tra i saluti più calorosi, ma senza nessuna promessa di rivedersi. La lunga estate avrebbe messo in pausa il gruppo di lettura, in quell’occasione alla sua ultima puntata annuale. Ci si sarebbe rivisti a settembre.


Una volta in casa, dovendo fronteggiare i soliti problemi di insonnia, Pete decise di prendere dalla libreria la sua vecchia copia de L’animale morente. Beh, quella notte ne trangugiò tutte e cento le pagine, lui, lettore solitamente lento, forse in cerca di qualcosa che pensava gli fosse sfuggito o più probabilmente per cogliere a pieno il riferimento messo in campo da quella presenza femminile che, dopo anni senza stimoli, tanto lo aveva toccato così in profondità. Girandosi sul lato per spegnere la luce, la foto di Elle.


Rifatti una vita.


Nantucket è una piccola isola nella baia del Massachussets, un’isola con un solo supermercato. Lo Smart, gigantesco colosso di alimentari proveniente dai deliri capitalistici della terraferma, si era radicato in città sul finire dell’attività di Pete, la quale sarebbe comunque stata spazzata via dalla mancanza di competitività sui prezzi della carne e del formaggio. Pete riuscì ad arrivare all’età di pensionamento con una rata mensile decorosa, per questo non nutriva alcun rancore nei confronti di quello schiacciasassi di beni di prima necessità.


Quella mattina, come tutte le mattine, vi si recò per comparare alcune cose per la casa, quando, fermo al banco alimentari, sentì rumori di vetri rotti due corsie più avanti. Corse, e non appena si affacciò oltre il muro di scansie gremite di prodotti, ebbe una visione: Kate Randall immersa in un lago di salamoia e sottaceti, tutta intenta a scusarsi col mondo per il danno recato. Pete le si fece vicino e, senza dire niente ma soltanto sorridendole, si inginocchiò per aiutarla a pulire. Kate raccolse, uno per uno, tutti i cetriolini, mentre Pete si occupò dei pezzi di vetro di maggiori dimensioni, poiché quelli più minuti li avrebbe spazzati via l’inserviente con l’attrezzatura adatta.


Se ne andarono ridendo, i due; si avviarono alle casse per pagare, misero la spesa nel bagagliaio dell’auto di lui (lei era venuta a piedi) e si diressero verso il caffè del supermercato.


«Sei stato gentile nel venirmi ad aiutare» Kate spezzò ad un certo punto la conversazione.


«Ci mancherebbe» rispose elusivo Pete.


«No, sul serio. Mi tremavano le mani e il vasetto mi è scivolato».


«A me succede quasi ogni settimana» – ed esplosero in una risata di gusto.


«Dai, ti riaccompagno a casa» disse Pete, con gioia e preoccupazione. Perché Pete conosceva la natura di quel tremore. Gli capitava spesso quando pensava alla sua malattia, e così, si disse, doveva essere per Kate, che dal canto suo non aveva ancora avuto il piacere di venire a conoscenza della prostata malconcia di lui.


Arrivati a casa, Kate pensò fosse cosa buona ricambiare la gentilezza di Pete con un’ulteriore tazza di sé in casa sua. Nessuna mira sessuale, ci mancherebbe; soltanto la curiosità di conoscere meglio quel signore che le era sembrato da subito così riservato eppure così arguto, spiritoso. Interessante, lo trovava interessante. E non era cosa da poco per una donna che aveva buttato i suoi anni migliori dietro a un uomo preso soltanto da birra e televisione, da cui si era separata per sfinimento, lei, creatrice, inventrice, sarta e falegname, innocente e sensuale. Pete accettò. Salì e si posizionò in soggiorno, sul divano, come la sera precedente durante il gruppo di lettura. Dopo poco, sentì ancora rumore di cocci rotti, e un pianto fragoroso. Si recò in cucina lentamente, con discrezione, e con altrettanta discrezione posò le mani sulle spalle di Kate, rannicchiata per terra a raccogliere le stoviglie, e la fece alzare.


Aspettò che si calmasse e, col suo fare gentile, osò dirle che conosceva quel tremore. Ne era affetto anche lui.


«Si chiama paura, Kate».


Kate piangeva sempre più forte. Si pulì il viso con una manica e confermò la supposizione del vecchio.


«Ho paura Pete. Non so cosa fare» – Kate si lanciò in una confidenza che le pareva opportuna, vista la delicatezza con cui l’uomo le si stava rivelando; anche se mai avrebbe potuto immaginare la verità.


«Ho il cancro, Kate. O lui ha me, dipende dalla prospettiva» Pete accennò un sorriso in direzione della donna, che lo guardava con occhi increduli.


«E come fai? Come ci convivi?»


«Lascio che le cose vadano come devono andare. Mi curo, anche, per amore dei miei figli» disse lui. Ma con grande spontaneità, Kate proruppe in una confessione spontanea e inaspettata:


«No, Pete. Ti prego. Curati anche per me. Se una persona così onesta. Non voglio perderti».


Quella notte, Pete la passò a consolare Kate, a conoscerla meglio spostando dal viso bianco con un dito le ciocche di capelli bagnate di pianto, e così fu per le settimane a venire. Certo, non sempre condivisero il letto, ma non è scorretto pensare che cominciarono a condividere la malattia. Entrambi pensavano che il fardello comune pesasse meno su due paia di spalle. Ma non fu solo questo: Pete era stato toccato da Kate e, con la naturalezza con cui certe cose prendono piede, prese alla lettera – ma senza poi pensarci troppo – il monito della defunta moglie Elle. Si stava rifacendo una vita, e lo stava facendo raccogliendo sottaceti e cocci di una esistenza che era andata in frantumi più volte, prima con la perdita di Elle, poi con il cancro. Ora si dava una nuova prospettiva, la più amara, la più dolce condivisione del male, oltre che del bene. Di notte, con cura e attenzione, le palpava il seno nella speranza che la massa tumorale rispondesse all’amore e retrocedesse. Nella migliore delle ipotesi, sarebbero morti insieme, come nella canzone degli Smiths che a quel tempo passavano tutte le stazioni radio: “e se un autobus a due piani ci venisse addosso / morire al tuo fianco sarebbe un modo celestiale di morire”.


Passò un anno. Raymond e Julia conobbero Kate e ne furono a loro modo entusiasti.


In ottobre, doveva essere un mercoledì, Pete accompagnò Kate alla visita mensile di controllo per la mammografia di rito. D’un tratto il dottore si girò con gli occhi sbarrati verso Kate e Pete.


«Il tumore si sta riassorbendo. È diminuito di 6 millimetri».


Tornarono a casa e festeggiarono con pesce alla brace e vino bianco. Pete non smetteva di accarezzare Kate. Kate, la mattina seguente, lo trovò disteso in un mare di cocci rotti. Piangeva, poiché l’amore lo aveva reso di nuovo vulnerabile. Avrebbe di nuovo perso quel che amava, ma questa volta sarebbe stato lui la causa dell’abbandono: sarebbe stato lui ad andarsene. Il peso del male, ora, trovava di nuovo due spalle sole; e tagliava il fiato, spremeva le lacrime fuori, faceva tremare le mani.


Nicolò Rubbi

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