Racconto | Gumenic čekić i

Silvana e Giuseppe vivono in simbiosi. Giuseppe non ricorda un solo momento della sua vita in cui Silvana non ci fosse. Dall’età di sette anni, Giuseppe ha camminato accanto a Silvana. Ogni minuto della sua vita è stato Silvana.

Tutto è Silvana, dal 1987 al momento in cui Giuseppe è disperatamente aggrappato al cavalcavia che porta a casa.

Casa sua ora è la casa in cui viveva sua madre, una donna sola. Giuseppe la va a trovare una volta ogni due settimane e le telefona ogni giorno. Le parla di nascosto, mentre Silvana non è a casa, anche se non è mai davvero assente. Giuseppe è un sorvegliato speciale, ma non ha mai pensato di poter essere in grado di amare desiderare una donna che non fosse Silvana. Silvana è tutto quello che Giuseppe vive e di cui Giuseppe ha bisogno. Niente al di fuori.

Giuseppe è un rinomato cardio-chirurgo. Tutti lo rispettano, le persone gli chiedono Dottor Merioli, perché sto così male? Ma quando Giuseppe Merioli arriva a casa non è più Dott. Merioli: è proprietà di Silvana.

Silvana è una donna forte. Sa quello che vuole, sa dove vuole andare, sa come ci deve arrivare, cosa sacrificare, quali vette scalare. Niente è in grado di fermarla. Una volta ha perso il lavoro e poi si è ammalata di cancro. Ha trovato un nuovo lavoro una volta finita la chemioterapia e poi la sua carriera è stata una promozione dopo l’altra. Parte delle sue colleghe la invidiavano, il resto la ammirava. Alle cene di lavoro, Giuseppe era il suo dolce accompagnatore. Alle cene di beneficenza, Giuseppe stringeva la mano di Silvana con la consapevolezza che, se l’avrebbe stretta troppo, si sarebbe rotta e poi avrebbe dovuto avere a che fare con i cocci rotti delle ossa di sua moglie, solo apparentemente indistruttibile. Giuseppe sapeva la verità; o così credeva. Allo specchio, al mattino, quando si faceva la barba con cautela e precisione, si ripeteva che passava la sua vita sullo sfondo perché aveva sposato una donna estremamente fragile che aveva tutto il diritto di godersi il primo piano.

Silvana non lo sopporta. Giuseppe sarebbe disposto ad annullarsi pur di permettere a Silvana di sopravvivere. Forse Giuseppe potrebbe uccidersi per rendere Silvana felice, al sicuro. Il rapporto fra Giuseppe e Silvana – ma non fra Silvana e Giuseppe – è alla base di ciò che lui pensa che il loro matrimonio sia sempre stato: il giuramento di un amore eterno.

Silvana non è d’accordo, ma Giuseppe non lo sa perché non ha mai avuto il coraggio di chiederglielo. Giuseppe ha messo l’anello al dito di Silvana sperando che sarebbero stati per sempre felici.

Silvana si è annoiata ben presto di Giuseppe. La maniera in cui le si donava, la maniera in cui si dedicava alla casa. Giuseppe era un uomo dedito e Silvana lo odiava. Ogni volta che le portava il caffè a letto, che la svegliava riempiendole il viso di baci e le faceva il solletico con i baffi, che faceva la spesa. Tutto questo pesava sopra la testa di Silvana come un’incudine di affetto pronta a caderle addosso e schiacciarla senza pietà. Non c’era niente fuori dal normale, tutto al suo posto, ma Silvana sapeva che prima o poi qualcosa sarebbe scoppiato, come se qualcuno avesse messo una bomba sotto la sua automobile e lei ci fosse dentro e stesse per metterla in moto. Silvana sarebbe saltata in aria e ridotta in mille pezzi e Giuseppe si sarebbe messo a raccoglierli uno per uno.

Silvana sperava che un giorno si sarebbe svegliata dall’Incubo. Rimpiangeva di aver baciato Giuseppe quella sera, ebbri di giovinezza, e di averlo sposato e di essere stata felice in quel lasso di tempo che aveva preceduto il “sì, lo voglio”. Essere felice prima significa stare male dopo e lei avrebbe dovuto saperlo. Ora lo sa; Giuseppe glielo ha mostrato. Le ha mostrato tutto ciò che poteva andare storto, un marito troppo premuroso, un’odiosa spalla su cui piangere; come ci si sente a voler distruggere a martellate il viso di un uomo di mezza età, con dei baffi ingrigiti e lo stomaco gonfio, che non ha fatto altro che amarla dalla prima volta che l’ha vista? Ora sono sdraiati uno accanto all’altra, nel giardino della loro casa delle vacanze.

Silvana sente l’erba sotto le dita, Giuseppe sente solo le dita della mano di Silvana – due pezzi di metallo presi a caso, costretti a formare un binario interrotto. Stanno sdraiati, nudi, mezzi felici, numerosi insetti morivano sotto al peso dei loro enormi corpi. Quando aveva iniziato a piovere, erano corsi in casa e Silvana aveva scopato Giuseppe mentre Giuseppe faceva l’amore con Silvana. Erano la coppia perfetta: non litigavano, non disturbavano. Quando Silvana morirà, Giuseppe andrà a visitare la sua tomba ogni giorno, con il sole, la pioggia, la neve. Proprio una bella coppia, Giuseppe è stato un buon marito, Immagino quanto sarà distrutto ora che sua moglie non c’è più.

Di nuovo in giardino, Silvana segue con attenzione le evoluzioni dei cumulonembi e dei cirri, pecore monche che corrono sole. Silvana immagina le nuvole diventare animali da stalla e scendere nel suo giardino per mangiare l’erba alta. Giuseppe dovrebbe rasarsi quei baffi del cazzo.

Giuseppe dice Ti amo. Silvana dice Anche io, tesoro. Giuseppe guarda il cielo e guarda Silvana e vede Silvana nel cielo e il cielo in Silvana. Poi arriva l’elicottero.

Dapprima è solo un rumore sordo in lontananza, simile a quello che farebbe il phon di Silvana se venisse roteato in aria, legato alla fine di un grosso lazo. Giuseppe lo guarda per un po’ prima di indicarlo con l’indice a Silvana. Dice Guarda, un elicottero e Silvana dice Mh, un elicottero; rimangono in silenzio mentre la grossa macchina volante passa alto sopra casa loro e poi torna indietro. Giuseppe segue l’elicottero con il dito, chiudendo un occhio, come quando da piccolo si stendeva nel giardino della casa della nonna e faceva la stessa cosa con gli aerei. La nonna di Giuseppe, morta a tavola con la faccia in un piatto di minestra bollente, era solita sedere in balcone e osservare gli aerei che passavano sopra casa sua, vicina alla rotta di un aeroporto militare del centro Italia; li indicava e li seguiva con il dito, chiudendo un occhio.

Silvana si alza e se ne va, accompagnata dal rumore dell’elicottero che va e viene, sopra la casa e le loro teste. Sono ancora nudi, il muro di cinta sul retro è abbastanza alto da non lasciar entrare occhi indesiderati, Giuseppe guarda il culo di sua moglie che si allontana lentamente, verso la porta a vetri; quando la apre il grasso in eccesso sui fianchi tremola e Giuseppe sente che comincia a venirgli duro. Mentre Silvana entra in casa, Giuseppe si alza e cammina a piedi nudi fino in casa, sulle scale, oltre lo zerbino, ma prima di muovere il culo muove la mano verso il pene quasi indurito e pensa che non sarebbe male farsi una sega lì, in giardino, ma che Silvana potrebbe rimanerci male. Desiste.

Dalla cucina si sente ancora il rumore dell’elicottero che entra ed esce dalla sfera delle capacità uditive di Giuseppe e Silvana. Silvana non si è ancora infilata le mutande, sta spalmando della marmellata di frutti di bosco su due fette di pane in cassetta, prese da una busta di plastica che finirà in testa a qualche animale marino. Nella busta ci sono ancora quattro o cinque fette di pane, Giuseppe la richiude al posto di Silvana. Una zanzara la punge sull’incavo del ginocchio sinistro, ma lei non se ne accorge. Giuseppe le poggia la pancia sulla schiena e la testa sulla spalla; mette le mani sul piano della cucina, disegna una cornice intorno a sua moglie, che comincia a mangiare il pezzo di pane e marmellata, e glielo appoggia sulle chiappe. Silvana finisce il suo spuntino e l’elicottero torna di nuovo; questa volta il rumore è più intenso, il cazzo di Giuseppe comincia ad ammosciarsi. Entrambi guardano in alto, verso il soffitto, anche se sul soffitto non ci sono fessure o aperture che permettono di guardare o anche solo vagamente percepire cosa stia succedendo. L’elicottero potrebbe essere sopra di loro o sotto di loro e comunque non avrebbero modo di capirlo perché non possono guardare né oltre il tetto né oltre il pavimento. Silvana mangia il suo pezzo di pane e marmellata, Giuseppe smette di appoggiargli il cazzo sul culo e si avvicina a una delle finestre, di quelle che affacciano sul vialetto d’ingresso. C’è una capra bianca che cammina per strada, ruminando nel frattempo. Muove la mascella a semi-cerchi in senso antiorario, avanzando placida sulla strada vuota. Per l’appunto, non c’è nessuno. I vialetti: vuoti. Le porte: chiuse. Sembra non esserci nemmeno nessuno affacciato alle finestre, o nascosto dietro alle porte; automobili parcheggiate nei garage aperti: nessuna. Nemmeno quella di Marco e Luciana, della villetta di fronte, con il muretto basso dove poggiavano, talvolta, ciotoline di acqua fresca e ciotoline di crocchette per gatti per i randagi che, d’estate, si piazzano spesso di fronte ai portoni per implorare del cibo. Marco e Luciana sono una coppia piacevole, sempre piena di buoni propositi, cercano di avere un figlio da tanto tempo nonostante l’età, tempo fa hanno iniziato uno di quei percorsi per l’inseminazione artificiale in un’altra città, era costata loro molti soldi e loro avevano comunque proseguito e, alla fine, avevano fallito. Ora la loro macchina era sparita, un’Alfa grigia, un modello non troppo recente.

Giuseppe chiede a Silvana se si ricorda della macchina di Marco e Luciana, lui giura di ricordarsela lì, nel garage aperto, ben visibile dalla finestra che affaccia sul vialetto d’entrata di casa loro. Silvana risponde di non averci fatto caso e continua a mangiare nuda il suo pane e marmellata; pensa che ne mangerà un’altra mentre Giuseppe le chiede della macchina di Marco e Luciana un’altra volta e insiste sull’Alfa grigia, modello non troppo recente, che giura di aver visto la sera prima, poche ore prima, lì davanti al vialetto di casa sua, dall’altra parte della strada, nel garage aperto.

Il garage di Marco e Luciana è ancora aperto, ma la macchina dentro non c’è. Quando si muove, Giuseppe vede solo il loro cane che dorme nella penombra: alza il culo per stiracchiarsi, si agita, sgrulla via la stanchezza e trotterella fuori. Se ne va per strada e si aggiunge alla capra bianca, che ora sta piluccando qualche ciuffetto d’erba intorno al muro di cinta di Marco e Luciana, che non ci sono più. Silvana scrolla le spalle e raggiunge il marito con lo sguardo prima che con il corpo intero; lo guarda spalmare la faccia sul vetro e pensa che sia veramente stupido. Poi nota la capra bianca in strada e le pare strano, ma l’opinione su suo marito non cambia – nemmeno quando il cane di quella troia di Luciana si avvicina alla capra e inizia a seguirla giù per la strada. A quel punto, Silvana è accanto a Giuseppe e guarda per strada. Forse Giuseppe ha ragione, la sera prima l’Alfa di Marco e Luciana era parcheggiata nel garage. L’elicottero continua a fare casino sopra di loro, facendo avanti e indietro a intervalli regolari.

Se ne saranno andati stamattina presto. Non avrebbero mai lasciato aperto il garage. Magari hanno avuto un’emergenza. Non avrebbero mai lasciato da solo il cane; non hanno nemmeno lasciato da mangiare ai gatti.

Il Grande Botto.

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