Racconto | Il Natale della signora Adele, di Marilia Mazzeo

Aggiornamento: mar 5



Nel tempo che si avvicinava il suo settantesimo Natale, la signora Adele Bon si trovò a sopportare una tale dose di ansia e stringicuore, che forse non avrebbe visto, pensò, il principio dell’anno nuovo. Adele soffriva di palpitazioni e tachicardie, e anche se il cardiologo le aveva più volte assicurato che non era in pericolo di vita, lei non si sentiva tranquilla. Per questo aveva scritto una lettera, disponendo di tutti i suoi averi, che erano: un appartamento da lasciare ai due figli, una collana di perle vere per la moglie del primogenito e un braccialetto d’oro per la moglie del minore. Aveva scritto tutte queste cose in bella grafia, lasciando poi la busta in evidenza sul comò di ciliegio, perché temeva di morire improvvisamente. La sua amica Irma le aveva detto che un testamento non aveva nessun valore se non era autenticato da un notaio, ma l’idea del notaio la spaventava, e perciò aveva deciso che aveva fatto del suo meglio e che dunque andava bene così.

La signora Adele ci teneva a fare del suo meglio, sempre. Era stata una brava madre, una brava moglie, una brava figlia. Per tutta la vita si era occupata del marito, dei figli e anche dei suoi genitori, quand’erano diventati anziani, nutrendoli e curandoli dalla testa ai piedi, e poteva vantarsi che nessuno di loro, mai, si fosse trovato con un bottone allentato o un orlo scucito, i capelli troppo lunghi o i denti storti. Ma poi i suoi figli erano diventati uomini e se n’erano andati lontano, perché a Venezia non si trovava altro lavoro che il turismo, e a loro il turismo non piaceva; i suoi genitori, e poi anche suo marito, erano morti; e lei era rimasta sola, senza più nessuno da accudire.

Ora, finalmente, li avrebbe rivisti tutti insieme, figli e nipotini: un po’ perché era Natale, un po’ perché aveva appena compiuto settant’anni, sarebbero venuti tutti. E appena ne ebbe avuta la conferma definitiva, al telefono, il suo cuore cominciò a battere in modo irregolare.

Si preoccupò perché a Natale c’è sempre la nebbia: Adele era una veneziana vera e non aveva mai guidato, ma sapeva che la nebbia è pericolosa per chi viaggia in macchina, e i suoi figli sarebbero arrivati in macchina.

Si tormentò perché i figli avrebbero dormito in hotel, perché in casa sua non c’era abbastanza posto, le avevano detto, e non volevano darle disturbo: ma lei avrebbe tanto desiderato ospitarli tutti, preparare i letti con belle lenzuola stirate a puntino, e la mattina alzarsi presto per fare a tutti il caffè, un buon caffè genuino, non come quella brodaglia che danno negli alberghi.

Si mise in agitazione perché voleva preparare un bel pranzo di Natale, ma da qualche tempo in cucina combinava pasticci: dimenticava il sale, dimenticava di scolare la pasta al momento giusto, dimenticava il forno acceso e bruciava gli arrosti.

La signora Adele voleva le cose fatte bene: era sempre stata così. Ma per la prima volta dubitò di riuscirci, perché era vecchia ormai, pensò, e aveva il cuore in disordine. Aveva bisogno di parlare con qualcuno, subito: perché si sentiva troppa emozione dentro. Cadeva una pioggia fredda mista a nevischio, ma lei si fece animo, mise le scarpe grosse con la suola di gomma, prese l’ombrello e uscì. Non doveva andare lontano.

“Voglio preparare una bella festa,” annunciò a Nina, che abitava nella stessa calle a tre porte da lei. “Un Natale come dev’essere fatto il Natale: prima il baccalà con la polenta, i bovoeti col vin bianco, le canocie e il risotto di cape per la Vigilia di magro; e poi, per il pranzo di Natale, il brodo di cappone, il lesso colla salsa al cren e il puré, o forse è meglio una faraona arrosto? Poi i bussolai collo zabaione caldo, le castagne roste con l’alloro e poi… e poi…

“I zaeti coll’uvetta?” suggerì Nina.

“I zaeti no; i miei figli non vanno matti per i zaeti.”

“Eh già, a Natale bisogna far contenti i figli… io faccio i bigoli col ragù d’anatra: per conto mio preferirei il brodo, ma i miei fioi li vogliono assolutamente.”

Adele la interruppe senza complimenti, perché la sua mente galoppava come il suo cuore. “Due e due quattro, con me fanno cinque: saremo cinque adulti e quattro fioi, una teglia non basta per le canoce: Nina, ce l’hai una teglia grande da prestarmi?”

Nella cucina dell’amica, calda e vaporosa, piastrellata di giallino, sulla tavola coperta da un’incerata a

fiorami, esaminarono diverse teglie, di alluminio e di ceramica, e insieme scelsero la più adatta.

“Ti ringrazio sai,” disse la signora Adele, rimettendosi il cappotto. “Ora metto giù la teglia in casa e poi vado alla bottega di Brusan a comprare il percarbonato.”

“E cos’è il percarborato?” si incuriosì Nina.

“Percarbonato, sempia. Lo sbiancante, no? Per la tovaglia di Natale, quella buona, grande, ricamata, che dev’essere ingiallita: son tre anni che non la prendo fuori dalla cassapanca, chissà com’è ridotta! La voglio candida come un petalo di giglio.”

“Lo so, lo so che tu sei una perfettina,” sorrise Nina con indulgenza. “Ma a Natale mancano ancora due settimane!”

“Son poche! Due settimane cosa sono? Passano in un lampo!”

“Anche questo è vero. Sarà meglio che faccia l’albero di Natale. Amedeo!” gridò Nina al marito, che rientrava in casa in quel momento. “Vai in magazzino e portami su l’albero di Natale, che domani passa la Silvia coi bambini!”

“L’albero, certo,” approvò Adele. “C’è tanto da fare! Devo cominciare subito. Chissà se le lucine funzionano ancora? Tante volte, da un anno all’altro, le ritrovi fulminate… e anche il presepio va controllato per bene, che le statuine siano ancora intere e non ne manchi nessuna.”

“Precisina,” rise Nina, cominciando a tagliare le verdure per il minestrone. “Io, del presepe, faccio a meno. Troppo daffare.”

“Ma scherzi? Il presepe ci vuole, con i putei. Che festa è senza presepe? Senza Gesù Bambino?”

“Ai putei di oggi non interessa Gesù Bambino,” dichiarò Nina con fermezza. “Te lo dico io che i nipotini ce li ho qui e li vedo spesso. Ai bambini moderni gli interessa Babbo Natale: è lui che gli porta i regali, per loro Natale è la festa dei regali.”

Il cuore di Adele fece una capriola. “I regali, Maria Vergine!” quasi gridò, giungendo le mani davanti alla bocca.

“Quanti anni hanno i tuoi nipoti?”

“Sono ancora picinin, perché i miei figli si sono sposati tardi, lo sai. L’hanno tirata tanto in lungo! Ma alla fine ce l’hanno fatta, a metter su famiglia. Il grande ha due femmine, chissà se hanno imparato l’italiano? L’ultima volta non capivano una parola, fantoline! Una ha sei anni e l’altra sette, o forse otto… Mario ha due maschi, il piccolo non va ancora a scuola… devo guardare nel mio calendario, là c’è scritta la data di tutti i compleanni, così non mi scordo mai di telefonare per gli auguri.”

“Precisina,” rise Nina, cominciando a tagliare le verdure per il minestrone. E poi, facendosi seria: “Fidati di me, lascia stare il pranzo e l’albero di Natale, per ora. La prima cosa da fare è comprare i regali” dichiarò con l’autorità di chi è nonna a tempo pieno, “e dopo sei libera di pensare al resto.”

“Hai ragione! È la prima cosa, comprare un bel regalo a tutti i miei nipotini. Ma… dove?” Improvvisamente la signora Adele vide tutto nero. Si lasciò cadere su una sedia, chiuse gli occhi e si premette le mani sul cuore.

Nina accorse. “Oddio! Ti senti male?”

Lei teneva gli occhi chiusi e non rispondeva.

“Bevi,” disse Nina porgendole un bicchiere. “Bevi, cara, un sorso d’acqua.”

L’amica aprì gli occhi, respinse l’acqua. “Il cuore, sai,” disse solennemente. E dopo un minuto: “Dove comprerò i regali per i miei nipotini?”

L’altra non capiva. “In un negozio?”

“Eh, in un negozio, già, un negozio… fai presto tu! Ma dove sono i negozi di giocattoli? Ora che ha chiuso anche Molin, a Venezia non ce ne sono più!”

Nina tornò al lavoro sul tavolo di cucina, rassicurata. “Troveremo una soluzione, non ti angustiare.”

Ma Adele si angustiava. L’ultimo negozio di giocattoli, il famoso Molin di san Giovanni Grisostomo, aveva chiuso l’anno prima: al suo posto c’era ora un negozio di brutte maschere fatte in Cina. Famoso a Venezia, perché tutti i genitori e i nonni della città erano passati da Molin. Quante volte Adele ci aveva portato i suoi figli! Soldi ne avevano pochi, si sa, ma un sacchetto di biglie o una manciata di soldatini ci scappavano: però i suoi bambini, prima di andarsene, volevano guardare tutto; e anche lei ci si divertiva. E adesso? Molin era stato l’ultimo a chiudere: Pietrobon in campo Manin, Linetti nelle Mercerie, Sabbadin in calle dei Fabbri, avevano calato la saracinesca da tempo immemore.

“C’erano tante botteghe una volta, a Venezia,” spiegò all’amica. “Tu non sai, non puoi capire. Sei foresta.” Nina era venuta a stare a Venezia vent’anni prima, da Vicenza, a seguito del marito militare di marina, ma per tutti, nel quartiere, era ancora una straniera. “Era una città normale, con le botteghe normali

che servono a tutti: giocattoli, mercerie, ferramenta,” continuava Adele. “Falegnami, calzolai, tappezzieri, sarte, fabbri, orologiai. C’erano i negozi di calze, i negozi di cappelli, negozi di cravatte.” Nina annuiva, tagliando le carote a dischetti, ché quel discorso l’aveva già sentito tante volte. “Ora hanno chiuso tutte quante, e al loro posto ci sono i negozi per turisti. Ci sono i suvnìr!” Pronunciò quella parola con disprezzo.

“Stai buona, ché non ti devi agitare, te l’ha detto il medico. I regali li troveremo.”

“E dove?”

“Io vado a comprarli a Mestre, con la Gisella. Puoi venire con noi! Andiamo insieme. La Gisella conosce bene Mestre, i suoi figli e nipoti sono tutti là, in terraferma.”

“Mestre? Dici poco! Io non mi posso stancare, lo sai.”

“Non è mica lontana Mestre.”

“Come, non è lontana Mestre? Ma se ci vuole un’ora, fra vaporetto e tram!”

La signora Adele non andava in terraferma da anni: le sembrava remota come la luna.

“E allora, se proprio non vuoi venire, te li prendiamo noi. Tu mi dici cosa vuoi comprare e io te lo compro. A Mestre c’è Toys, che ha tutto quanto!”

“Ma io voglio vederli con i miei occhi, voglio scegliere! Io voglio fare le cose come si deve!”

Quella notte non chiuse occhio. Alle sette del mattino impastò una ciambella, la cacciò nel forno, e convocò tutte le amiche al telefono, per chiedere consiglio. Vennero Nina, Gisella, Irma, e Alberta; e riversò su di loro un torrente di parole e di ansie.

Le amiche mangiarono la ciambella, bevvero il caffè, e sospirarono.

“Adele mia, cosa ci vuoi fare,” esordì Gisella, spazzandosi le briciole dal petto formoso. “I giocattoli a Venezia non li trovi più. Son rimasti pochi fioi! Siamo tutti vecchi. Cosa ci vuoi fare? Ha ragione la Nina: devi venire con noi a Mestre.”

“A Mestre, con questo freddo? con la pioggia, con la nebbia?” disse Alberta, che era la più anziana e soffriva di reumatismi. Volsero tutte lo sguardo alla finestra, dove una fitta coltre di umidità gocciolava sui tetti. La signora Adele si strinse nel golf, sgomenta.

Da principio, non trovarono altro che ricominciare i soliti discorsi, ripetuti cento volte, passando dalle botteghe che non c’erano più, agli storti con la panna che erano diventati introvabili, ai turisti che si facevano sempre più numerosi e invadenti, affollando le calli, i campielli e i giardini, tanto che per loro, i veneziani, non rimaneva più nemmeno lo spazio per muoversi. “La nostra Venezia non c’è più,” disse Alberta, e le altre sospirarono in coro, perfino Nina. Ogni bottega, ogni casa, ogni spazio era dedicato a loro, i turisti. Nel loro rione popolare, dove non c’erano monumenti degni di nota, venivano in cerca del pittoresco. Erano dappertutto, con i loro zaini e i loro trolley rumorosi, occupavano le poche panchine rimaste, accarezzavano i loro gatti, sedevano sulle vere da pozzo, sui parapetti dei ponti, sui gradini delle chiese, per rifiatare e per mangiare i loro panini.

Adele, Irma e Gisella, in quel sestiere, erano nate e vissute per tutta la vita. Quel grande labirinto di calli e campielli che tanto affascinava gli stranieri, con i panni stesi, i gerani e il basilico alle finestre, le cappellette dedicate alla Madonna con il lumino acceso sotto, quel labirinto dove i turisti si smarrivano, lo conoscevano come le loro case; anzi facevano poca differenza fra il dentro e il fuori, perché ai tempi loro, come dicevano, si viveva tanto per strada: gli uomini lavoravano all’aperto, per avere più spazio, e le donne portavano fuori le seggiole e stavano là a cucire, a sgranare i piselli, a infilare perline di Murano, talvolta perfino a fare il bucato, tenendo d’occhio i bambini che giocavano. Ma col tempo, anno dopo anno, tutto era cambiato. Se in una sera d’agosto Adele, Nina e le altre sedevano all’aperto per godersi insieme il fresco della sera, ecco subito i turisti a fotografarle, senza nemmeno chiedere permesso, tanto che si sentivano come animali dello zoo: e così, piano piano, avevano perso quell’abitudine tanto cara, e se ne stavano ognuna in casa propria, mugugnando la propria solitudine.

Quando ebbero finito di lamentarsi di com’era cambiata Venezia, tornarono a rimpiangere i bei negozi di giocattoli che non c’erano più, Molin, Linetti, Sabbadin e Pietrobon, e quell’altro, aggiunse Irma, in campo Santa Margherita, di cui tutte avevano dimenticato il nome. In quelle botteghe l’una ricordava di aver comprato una bambola che diceva mamma, l’altra un orso di peluche soffice come bambagia, o addirittura, Gisella che era la più benestante, un trenino elettrico completo di rotaie e stazioncine.

Ma non sapevano che dire a Adele. Anche loro avevano nipoti, e a Natale avevano lo stesso problema; ma non erano altrettanto esigenti. Alberta, che non aveva più le gambe buone, si limitava a mettere una banconota in una busta. Irma comprava giocattoli nelle tabaccherie, roba di scarsa qualità, secondo Adele, cianfrusaglie da due soldi. “Mia sorella,” suggerì Irma senza offendersi, volenterosa, “ai nipotini compra libri, o abitini: quelli ancora si trovano.”

La padrona di casa fece una smorfia.

“Ho un’amica, la Sandra,” rifletté Gisella, “che è moderna e i regali li compra in rete, senza muoversi da casa, con la carta di credito: posso farmi spiegare come si fa, è come ordinare da un catalogo, no? Te lo ricordi il postal market? Non sarà poi così difficile.”

Ma Adele non aveva la carta di credito, e i giocattoli voleva sceglierli con i suoi occhi e toccarli con le sue mani, per capire se erano roba buona, resistente. Voleva vedere i visetti dei bambini, nello scartare i pacchetti, sorpresi e felici; un maglioncino, un libro, una banconota, secondo lei non avrebbero sortito l’effetto che desiderava.

Infine, decisero di andare in centro tutte insieme, a guardare le botteghe nuove: chissà che non saltasse fuori qualcosa. Alberta propose di aspettare il sole, ma il sole non c’era nelle previsioni del tempo, e Adele soffriva lo stringicuore. Due giorni dopo, sotto un cielo fosco e plumbeo ma senza nebbia, si misero in marcia verso Rialto: Irma con la sua vecchia pelliccia di lupo, Nina con gli scarponi che aveva comprato per la nevicata dell’Ottantacinque, Alberta col bastone ortopedico, ché zoppicava un poco, Adele con la sua berretta più calda ben calcata sulle orecchie, Gisella che si era fatta bella, in onore del Natale, e si era messa il rossetto e gli orecchini di corallo. Andavano pian pianino, alcune tenendosi a braccetto, su e giù per i ponti, poggiandosi al parapetto; e guardavano, con diffidenza, le vetrine. Si indicavano l’un l’altra i negozi nuovi, sconosciuti, e dicevano: là c’era il negozio di stoffe di Zane, te lo ricordi? Là c’era quella latteria che faceva la panna in ghiaccio, una bontà! Quella era la bottega della Angelina, che aveva il più grande assortimento di bottoni di tutta Venezia! Al loro posto bar e ristoranti, gallerie d’arte, maschere, falsi vetri di Murano e tanti, tanti suvnìr.

“Però, però… guardate quella collanina,” disse a un tratto Irma, e si fermò. “Non è mica brutta.”

Si strinsero davanti al negozio dei vetri, perplesse.

“Ma quale?” Adele inforcò gli occhiali, che teneva pronti alla bisogna, nella tasca del cappotto.

“Quella lì, rosa, sottile! È carina. Non hai una nipotina di otto anni? Io dico che le piacerebbe.”

Lei tentennava. “Ma è ancora una putea… non è troppo presto per le collane?”

“Ma se è appena un filo!”

“E quanto costerà?”

Si risolsero a entrare. Adele era intimidita: a parlare fu Irma. “Ci mostra quel filo di perline rosa che è in mostra, signorina? Sarebbe un regalo per una bimba di otto anni, lei cosa ne pensa?”

La commessa fece un bel sorriso e giurò che non potevano trovare un regalo più adatto. La collanina passò di mano in mano. Il prezzo non era alto, ma lei non era convinta: per quella nipotina aveva sognato una Barbie. “Ma sei matta?” le disse Nina. “Le Barbie non esistono più! Sei antica, Adele.” E la commessa confermò: le Barbie esistevano, ma erano fuori moda da tanto tempo, e una bimba di oggi avrebbe certo preferito una collana: e quando le mostrò la scatoletta in cui l’avrebbe messa, una bella scatoletta che pareva di velluto, Adele si decise. E l’acquisto fu fatto.

Di nuovo in strada, erano tutte più ottimiste. “Ora vedrai, cara,” disse Gisella, “che troviamo qualcosina per tutti.”

E così fu. A Santa Maria Formosa comprarono una mascherina di cartapesta a forma di muso di gatto, per il nipote più piccolo. “Ma la romperà!” dubitava lei. “Signora, è un oggetto resistente, di buona qualità,” disse il venditore, e a queste magiche parole lei si lasciò persuadere. In salizzata san Lio trovarono un piccolo carillon, con una ballerina che ruotava su se stessa accompagnata dalle note di Venezia, la luna e tu: la destinarono alla nipote più giovane. Per il maschio di sette anni, scoprirono nelle Mercerie una statuetta di metallo pesante che riproduceva il monumento del Colleoni a cavallo. “Ma sono suvnìr!” diceva Adele, sconcertata. “Manca solo la gondoletta… Mi fate comprare robe da turisti!”

“Son robe di Venezia,” le disse Nina seria seria. “I tuoi nipotini non la conoscono Venezia, e tu, con questi regali, gliela fai conoscere.”

“Son troppo picinin per capire,” lei obiettò.

“Ma tu glielo spieghi, no? Gli devi raccontare chi era il Colleoni.”

“Ma io non lo so mica bene, chi era il Colleoni, non mi ricordo più,” ammise Adele.

“Te lo faccio spiegare da Amedeo, che lui va matto per la storia! E poi ai tuoi nipoti gli insegnerai la canzone del carillon, le conosci le parole, no?”

“Eccome che le conosco!”

“Gli spiegherai com’è nata la tradizione delle maschere,” incalzò Gisella, “come i veneziani andavano in giro travestiti, tanti secoli fa. Gli racconterai del vetro di Murano, la nostra isola delle meraviglie.”

“Li porterai a una fornace, a vedere come fanno le perle e i vasi!” gridò Irma, ispirata.

Adele, dondolando la testa, rifletté: forse non era una cattiva idea. “Però, i giocattoli veri erano un’altra cosa,” mormorò, e le vennero gli occhi lucidi, pensando alle bambole, ai fortini, agli zoo e ai castelli che avrebbe voluto comprare. Se ne accorse Irma, che era di cuore buono. “Ma pensa, cara, che di giocattoli ne hanno già tanti, tantissimi, questi putei moderni,” le disse. “Questi tuoi regali invece sono speciali, sono regali con una storia dentro. Sono meglio dei giocattoli!”

“Sarà come dici tu,” disse lei, sfregandosi il naso. “Speriamo.”

Si lasciò prendere a braccetto dalle amiche. “Ho fatto del mio meglio,” dichiarò per rassicurarsi, e tutte furono d’accordo.

“Ormai che siam qua, e abbiamo finito gli acquisti,” decise Nina, “tanto vale che andiamo fino in Piazza a vedere se han fatto l’albero.”

“E magari ci prendiamo una cioccolata colla panna, che al Quadri, se stai in piedi, non costa mica tanto,” propose Gisella, la più golosa. “Offro io.”

“In piedi è fatica,” borbottò Alberta, avviandosi stancamente dietro le altre, e restando indietro, finché Irma venne a prenderla sottobraccio.

Il Natale arrivò, e la signora Adele fu contenta, perché tutto era riuscito bene: la tovaglia era immacolata, la cena e il pranzo erano riusciti bene, l’albero brillava luminoso e il presepe aveva tutte le statuine intere. Si ricordò di comprare il panettone senza canditi, che i bambini non gradivano, e fu attenta a non nominare Gesù Bambino, per paura di sbagliare. Il suo cuore saltò qualche battito mentre i nipoti scartarono i regali: ma tutti apparvero felici. La bambina si mise subito al collo le perline rosa, e andò a rimirarsi allo specchio; il piccolo indossò la sua mascherina, e non volle toglierla nemmeno per mangiare lo zabaione. Il carillon risuonò per tutta la serata, e perfino la statuetta del Colleoni riscosse l’ammirazione generale. Figli e nuore la ringraziarono e lodarono le sue scelte. “Ora, appena ho finito i piatti,” disse la signora Adele al nipote, mentre le nuore sparecchiavano la tavola, “io e te ci mettiamo sul divano, e ti racconto la storia di quel grande condottiero.”

Ma il nipote, essendosi comportato bene, aveva avuto in premio mezz’ora di gioco con lo smartphone, e mentre Adele cercava di capire cos’era che lo impegnava tanto, i figli avevano già riempito la lavastoviglie, e radunavano cappotti, berretti e sciarpe, per andarsene. “Domani, mamma, domani,” le dissero. “Ora vai a riposare: chissà quanto sei stanca.”

“Non sono stanca,” protestò lei, ma rinunciò e andò in cucina a riordinare, perché voleva le cose fatte bene, e la casa in ordine. Pensò che l’indomani avrebbe avuto tutto il tempo.

I figli si fermarono a Venezia quattro giorni: ma lei non riuscì mai a raccontare al nipote la storia del Colleoni, che s’era preparata con impegno, né a spiegare al piccolino, che non le dava retta, la tradizione del Carnevale. Non riuscì nemmeno a insegnare alle bimbe le parole di Venezia, la luna e tu: capivano poco l’italiano, e non riuscivano a andare oltre il primo verso. Che stringicuore, quelle nipotine foreste! La sua proposta di portare i bambini a Murano, a visitare una fornace, dapprima fu accolta con entusiasmo; poi si mise a piovere, e a tutti passò la voglia. I suoi ospiti sembravano non desiderare altro che sedere al calduccio dentro casa, o riposarsi nelle loro camere d’albergo: gli adulti parevano stanchi, rifletté, più stanchi di lei che era vecchia, e i bambini erano ipnotizzati da quegli aggeggi, gli smartphone, prestati dagli adulti.

“Ho fatto del mio meglio,” si disse ancora una volta la signora Adele, salutandoli infine sulla porta di casa, porgendo la guancia ai loro baci. Ma non era convinta; e pensò che era stato un Natale strano, ma non sapeva dire perché.

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