Racconto | La Chiave, di Francesco Fioretti


«In tutto questo non ci sono che misteri o errori; dove finiscono gli uni, cominciano gli altri.» René Daumal, Il Monte Analogo A notte fonda la villa pareva disabitata, col suo buio rinchiuso nelle alte camere. Ma dalla modesta cascina tra la villa e i pini secolari del lato occidentale, dalle sue piccole finestrelle, si riusciva a vedere, ogni notte, una luce. E quella luce, se c'era, era lì proprio a testimoniare la presenza dei due guardiani, pagati in modo sospettosamente generoso per sorvegliare il perimetro della magione nelle ore notturne, e di giorno per curarne il giardino e l'orto e tutto ciò che era compreso nel quadrilatero di alberi che la circondava. Quella piccola dimora all'ombra dei pini era da considerarsi la loro casa. La cura del giardino era una occupazione che in due riuscivano comodamente a sbrigare in mattinata, e così per le restanti e interminabili ore di luce i due guardiani erano liberi di vivere a loro piacimento, ma solo all'interno del perimetro del quadrilatero. Nel contratto era stato difatti specificato l'obbligo a non lasciare mai, per nessun motivo, i confini della magione. Sul lavoro gravavano una serie di obblighi e di restrizioni, ma la paga era lauta e i due vecchi erano uomini schivi e privi di velleità, non tardarono ad accettare. Un'ulteriore clausola presente nel contratto da loro stipulato, una clausola ben più curiosa, vietava a entrambi l'accesso alla villa. Eventuali rifornimenti per derrate e mezzi di sussistenza avveniva tramite un fattorino, al quale i guardiani si abituarono a rivolgersi con l'appellativo di Intermediario. Questo parlava del loro padrone comune, l'uomo della villa, sempre con toni affettati, come a mascherare un profondo timore per una figura vaga eppure presente, che pareva incombere dalle balconate o dalle finestre sbarrate sopra al buio degli interni. I due guardiani così utilizzavano il loro tempo libero, e quindi la maggior parte del loro tempo, a giocare a briscola e a tracannare le scorte di vino che l'Intermediario puntualmente riforniva ogni lunedì. E tra i numeri, i conteggi e le visioni che si arrotondavano nelle menti ubriache, i due si ritrovavano spesso a imbastire ipotesi e congetture sulle loro obbligazioni, sulla natura della villa e della sua planimetria occulta e sull'uomo che si credeva dovesse vivere al suo interno, e che non avevano mai incontrato. C'erano ore della notte, quando i due si davano il cambio per fumare fuori dal loro alloggio e passeggiare in tondo nel giardino senza luce, c'erano ore in cui un'idea opaca andava a visitarli, un'idea che sembrava espandersi e rafforzare la sua presa a ogni boccata di fumo. L'idea che il disordine che quella villa sembrava comunicare, quella sensazione ambigua di profonda amnesia e di impotenza che li portava a cercarne il segreto, fosse soltanto una dimenticanza, un ricordo indipendente dalla loro volontà e che già era in loro, nella loro mente, ma nascosto. Un ricordo che la lacuna rendeva irriconoscibile e simile al mistero. Il primo guardiano, quello più giovane, se di gioventù sia lecito parlare nel loro caso, aveva delle ossessioni che preferiva chiamare teorie, e che presentava al collega animandosi e affannandosi come se le avesse tenute dentro trattenendo il fiato. Di notte avevano avuto modo, in tutti quegli anni, di trovarsi di fronte a fenomeni ricorrenti. Il primo guardiano allora prendeva a incalzare il collega con frasi del tipo: Vedi che avevo ragione sul quella storia del dirimpettaio? Sulle frazioni di memoria che uno trova nella frutta, nella verdura che coltiva... E così prendeva a descrivere i suoi sogni, e l'altro, il secondo guardiano, che in un primo momento sembrava sempre guardarlo con insofferenza e astio, ripensando ai propri sogni si faceva come mansueto e più attento. Inoltre amava dire che certe carni, se cotte al sangue, portano nei loro tessuti i ricordi degli altri. O che l'uomo che muore non conosce più nulla e questa è la sua quiete, e nella quiete lascia un mondo che soffre perché ancora una volta nella morte è stato dimenticato, o perché sa di non poter evitare la direzione che la fine non smette mai di indicare. Nella stanza dove dormivano, i due guardiani molte volte si trovavano a fare discorsi di questo tenore, a parlare come se vi fosse l'ombra di un'amicizia, o semplicemente come persone in grado di comprendersi. Il primo guardiano aveva un'altra teoria sulla vita, una teoria che lo avrebbe portato, a sua detta, a smettere di cercare le cose innanzi e iniziare a riavvolgere il filo. La teoria affermava che ogni accadimento della storia dell'uomo non era altro che una diramazione, o emanazione, di fatti riportati nelle Sacre Scritture, la fonte inesauribile delle cose e degli eventi, il principio che ogni fine sembra riavvolgere. E così il mondo non è altro che un'opaca moltiplicazione del verbo, come lo è la noia incurabile e la solitudine del profeta che aveva conosciuto ogni sapere e ne aveva conosciuto il dolore e l'inutilità, un sapere irradiato fino all'uomo dell'epoca industriale e oltre, passando per l'esilio e la malinconia, e il sacrificio vano, da sempre vano, degli ultimi e la morte che cresce dentro tutte le cose come una pianta in cerca di luce, covata nel buio del corpo come una vita seconda, che cresce fino a nascondere e a confondere ciò che è visto. Insieme alla croce, alla macchia del deserto che uno non supera mai, non supera mai come non si superano i segnali, come il morire di sete o l'essere ciechi, com'è scritto da sempre nei segnali che ci fanno strada. Tutto quello che manca, continuava, manca perché non l'abbiamo cercato, o perché non l'abbiamo nascosto abbastanza. Da cosa trae spunto, infine, ogni testimonianza? Ognuno, dentro qualche libro della sua vita, ha incontrato le stesse parole udite nella fine dei tempi: Quello che vedi scrivilo in un libro... perché dentro i libri siedono le parole, insieme con l'unico e autentico significato. Il primo guardiano segnava le sue inutili folgorazioni dentro una piccola agenda di cuoio nero. La chiudeva lasciando dentro la matita a tenere il segno, e se la riponeva sotto il cuscino. Così, diceva il primo guardiano, sarà vicino al mio cervello mentre dormo, e le parole stimoleranno gli enzimi e apriranno le loro porte, e io potrò accedervi nel sonno. Il secondo guardiano lo guardava arrotolando il tabacco nella carta, con la bocca aperta, impegnato a cercare falle nel ragionamento dell'altro. Si prenda Giona, ecco, al secondo guardiano non veniva in mente nessun esempio a riguardo, nessun evento a indicargli il ripetersi del profeta e del grande pesce, ma allora il primo guardiano gli domandava se non si fosse mai accorto della balena che li aveva ingoiati da tempo, delle preghiere profuse una volta inghiottiti dal sogno e la profonda solitudine di chi parla solo a se stesso, solo nel suo mondo. Uscito all'aperto per fumare, il secondo guardiano accendeva la carta e il tabacco e si mangiava il fiato, e ancora il primo guardiano lo incalzava affacciandosi dalla piccola finestrella del loro alloggio. Una di quelle notti il secondo guardiano provò ad allontanarsi con la scusa di voler vedere le begonie e le rose che avevano da poco piantato dentro grandi orci di terracotta, lungo il lato nord della villa. Ma il primo guardiano lo seguì con la voce, perché il silenzio era totale quando calava la notte, e proseguì a parlargli di quella volta che scendendo lungo il sentiero che portava al lago artificiale, quel piccolo lago tra le forre nelle colline limitrofe, incontrò l'uomo che allungava le ombre. Il secondo guardiano a quel punto sembrò strozzarsi col fumo come se avesse perduto il senno. Si precipitò verso l'alloggio e urlò al collega che era un bugiardo, che non aveva incontrato anima viva nelle forre delle colline limitrofe perché nessuno dei due avrebbe potuto mai mettere piede al di fuori del perimetro di lavoro, per ingiunzione del contratto che avevano stipulato. Ma l'altro lo interruppe, prima con garbo e poi alterandosi a sua volta. L'incontro con l'uomo delle ombre era avvenuto prima della loro assunzione. Il secondo guardiano gettò la sigaretta, la schiacciò col tallone senza distogliere lo sguardo dal collega e poi tornò verso le begonie, con lunghe falcate. Appena giunto agli orci la voce del primo guardiano tornò a popolare l'ombra del giardino. L'uomo che aveva incontrato nella forra, lungo il sentiero che portava al lago, lo aveva trovato accucciato dentro un folto groviglio di giunchi. Con la mano era lì che girava una manovella piantata nella terra nera e limacciosa. Quando il primo guardiano, che allora era solo un semplice manovale, lo vide e gli si avvicinò con discrezione, l'uomo della manovella parve non curarsene. Continuava a girare la sua manovella e ad affacciarsi con la testa fuori dai giunchi, per misurare il sentiero che proseguiva davanti a loro. Allora il primo guardiano, che all'epoca era solo un manovale, chiese quale funzione dovesse avere quel meccanismo, e l'uomo gli rispose con grande semplicità che quel meccanismo aveva il potere di allungare e accorciare le ombre. Per mostrargli il funzionamento girò due volte la manovella, in senso orario e poi antiorario, e indicò le colline ai lati del sentiero. E al primo guardiano pareva di vedere ancora le loro ombre, col solo raccontarlo, le ombre delle colline, allungarsi e poi ritirarsi a seconda del volere dell'uomo e della sua mano.


Il secondo guardiano era sul punto di accendersi un'altra sigaretta e rivolto verso il loro alloggio, che a quell'ora aveva i contorni sfumati dai grumi della notte, chiese al collega quale avrebbe dovuto essere, in sostanza, lo scopo di un marchingegno simile. Allora il primo guardiano rispose che non lo sapeva. Forse per vedere meglio la via. Il secondo guardiano rise strofinandosi la barba. Fece ritorno all'alloggio, si scolò la rimanenza di rosso avanzata dalla cena e poi si stese sul letto. Il primo guardiano continuava a fissarlo con uno stupore infantile, seduto fuori dalle coperte.


Durante gli ultimi anni di servizio avevano affinato, per puro caso e a partire da una delle improbabili teorie del primo guardiano, un metodo per accedere nella villa. Andando a letto molto presto, e nascondendo sotto il cuscino aghi di pino o radici raccolte dal giardino, messe da parte e custodite fino a notte, arrivavano ad aprire quella che il primo guardiano chiamava la porta del sonno e coricandosi ne attraversavano la soglia, fin dentro le mura della villa. Le stanze e i corridoi della villa ai quali si aveva accesso tramite il sogno contenevano ogni tempo a partire dalla sua fondazione, come se i secoli che quelle mura testimoniavano fossero stati convogliati sotto un unico tempo e dentro un'unica immagine. Per orientarsi dentro quello spazio sovrapposto avevano trovato un sistema condiviso di segni, frecce, lettere e croci per indicare al sognatore che sarebbe seguito le svolte da prendere, i luoghi già visitati e le soglie che non andavano oltrepassate. La loro presenza nella villa era tollerata solo se visitata uno per volta. La notte della loro prima incursione tentarono di avventurarvisi insieme, ma una voce appena sussurrata sembrò pervadere e infestare le stanze, suggerendo loro passaggi per vicoli ciechi o camere nere. La voce chiedeva ai due avventori di cercare delle chiavi, o di dimenticare certe parole a loro familiari come ombra o giardino o quadrato, di non toccare i muri delle stanze, muri che si facevano sempre più scuri e che scoprivano le sagome immobili di grandi ragni neri. I due guardiani allora si ritrovarono a percorrere un intrico di corridoi, che conducevano a bivi che li portavano a separarsi e a farsi sempre più lontani nella grande stanza del sogno, e a percepire la paura dell'altro dietro gli angoli come uno spettro in attesa. La voce alla fine di quella notte si fece più forte e con essa la sensazione di morire, di svanire nelle camere nere. L'angoscia fu così grande da farli svegliare. Da allora le incursioni alla villa vennero alternate e divennero consuetudine. I due guardiani credevano di aver trovato dentro di essa una mappa. A ogni sogno le stanze che visitavano divenivano più riconoscibili. Gli oggetti dentro di esse parevano moltiplicarsi, e con essi i rimandi significativi al loro padrone, che parve visitarli in sogno solo una volta sotto le sembianze di una mangusta. Fu il primo guardiano a incontrarlo. L'animale aveva al collo una spessa chiave nera in ferro battuto e la sua apparizione fu breve e imprevista. Venne rincorso lungo una rampa di scale a chiocciola, verso i piani sotterranei e inesplorati, e poi fu perso di vista. Da allora il primo guardiano si fece sempre più triste. Passava le mattine steso sul letto in balia di un pensiero ricorrente, e quando il secondo guardiano gli faceva visita per parlargli e per chiedergli cosa fosse a renderlo così amareggiato, mentre si strofinava i guanti incrostati di terriccio, l'altro gli rispondeva che era colpa della chiave, la chiave che l'animale gli aveva mostrato. Aveva avuto tempo di ponderare un'ultima teoria: la chiave avrebbe aperto la stanza madre della villa, la camera dove era custodito il padrone. Ma un padrone non viene custodito, al massimo abita o amministra la sua magione. Ma in quel momento non sembrò dubitare delle sue stesse parole. Nelle notti seguenti il primo guardiano saltò il suo turno di esplorazione. Insonne continuava a parlare della chiave. Diceva che la visione di quell'oggetto, dentro quel corridoio buio, lo aveva colpito proprio come quando si butta lo sguardo dentro il cerchio del sole. La traccia di quella chiave gli si era come impressa sulla membrana della retina e la sua ombra non voleva andare via. Cercava di aprirsi le palpebre per permettere al secondo guardiano di guardarci dentro, e lo implorava come una maschera irreale, gli indicava il punto del bulbo oculare dove il solco della chiave gli era rimasto impresso. Il secondo guardiano era solito sfilarsi il guanto dalla mano destra per abbassargli la palpebra inferiore col pollice, scoprendo la sclera, come in cerca di una ciglia, come fosse per diletto o per farlo contento. Scuoteva la testa e poi tornava a lavoro. I collegamenti spaziali tra porte, corridoi, anticamere e scale visitate dal secondo guardiano presero a cedere in maniera imprevedibile durante le perlustrazioni. Delle volte avrebbe voluto attraversare una soglia, dopo aver notato la presenza di un indizio o di un barlume o di un'ombra. E nell'attraversare quello spazio così ristretto, così immediato, ritornava al punto di partenza, in una camera già nota e segnalata, o nel peggiore dei casi dentro le camere nere e senza pareti, dove sentiva di morire. Una mattina il secondo guardiano si svegliò e trovò il collega come pietrificato sul letto, senza vita. Cercò di smuoverlo, di farlo sedere, ma la rigidità del corpo non lo permetteva. Vide che sulla sua fronte si era scavato un buco della forma di una serratura. Ne fu così sconvolto che indossò la casacca, infilò i guanti da lavoro e uscì per dirigersi all'orto. Pensava che se avesse dato tempo a quella visione di svanire, se fosse riuscito ad allontanarla dal suo sguardo il tempo necessario per permetterle di dissolversi, tutto sarebbe tornato come prima e il primo guardiano avrebbe potuto svegliarsi. Tornò nell'alloggio per l'ora di cena, constatò di essersi sbagliato. Aveva paura di addormentarsi, di entrare nella villa e di essere visitato dalla chiave, dalla stessa chiave che aveva portato il primo guardiano alla morte. La notte si alzava per mangiare qualcosa, beveva litri e litri d'acqua per tenersi sveglio, e di tanto in tanto tornava con lo sguardo sul corpo disteso sul letto, e su quel foro che tanto lo intristiva. Guardando il soffitto si accorse che l'immagine del cadavere gli si era come impressa nella retina, e lo seguiva ogni volta che serrava le palpebre, e pareva rinnovarsi nel buio come un'ombra luminosa. Percepì un grande peso, la difficoltà di muoversi nello spazio come se il suo spazio non fosse altro che un punto, un singolo punto dove il movimento non può che avvenire dalla profondità di quello stesso punto verso la sua superficie, o viceversa. Quel punto poteva essere un sogno, il sogno di una villa o quello di un amico. E senza nemmeno rendersene conto, passando per una transizione che non lascia traccia nella memoria, entrò nella serratura.

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