Racconto | Le luci del Nord, di Lorenzo Salamone

«Jonas...»


Susannah s’era svegliata, stava sulla porta. L’aveva visto in piedi, fermo lì, sull’orlo dello strapiombo. Stava lì sempre più tempo, ormai. A guardare le valli, la neve dei monti. Vigilava. Avevano visto le luci, questa e quella notte. Ogni volta erano più vicine. Come anche quelle strane foschie.


«Jonas!», lo chiamò un’altra volta. Lui non si voltò. Il granito del Newtontoppen non avrebbe potuto essere più immobile di lui. «Jonas!» Questa volta uscì nella veranda. Faceva meno freddo. Molto meno freddo. Ogni giorno la temperatura s’alzava d’una decina di gradi. Presto, diceva Jonas, sarebbe cominciato il disgelo. Ma s’era in Ottobre: non c’è disgelo in Ottobre. Forse questo, dato che è l’ultimo…


Lui s’accorse della sua presenza. Si voltò. La guardò a lungo, senza parlare. Poi abbozzò un sorriso, ma non gli riuscì. Le macilenze del volto, gli occhi stravolti, gli zigomi sporgenti: tutti testimoni del sonno perduto. Frantumi e cose scardinate, questo gli si leggeva nelle pupille. Se non avesse avuto quasi la certezza d’avere lo stesso sguardo dipinto sul viso, Susannah ne avrebbe avuto orrore. Quella paura con cui il suo animo le imperava di continuare a vivere le gridò nel petto ancora una volta. Lei se ne vergognò: avrebbe dovuto essere rassegnata, davanti alla fine, non spaventata. Forse non sarebbe stato un così dolce soccombere, dopo tutto.


«Susannah», la salutò lui piano.


Era norvegese, le parlava in un inglese stentato e nodoso. S’erano incontrati solo tre mesi prima, quando un ultimo gruppo di superstiti era salpato per le Svalbard. L’Artico era l’unico mare che ancora non stesse ribollendo come acqua in una teiera.


«Non hai dormito stanotte?»


C’era un unico letto, e loro lo condividevano. Avevano anche fatto l’amore, qualche volta. E che avrebbero dovuto fare, soli e sconvolti com’erano? Avevano bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, in quei tempi bui, l’uno al corpo dell’altra. Ma avevano smesso dopo che lui, meno di una settimana addietro, mentre la copriva quasi tutta sotto il suo torso e le respirava nei capelli, era scoppiato in un orrido pianto.


«Io no dormito...», fece lui. Le sue occhiaie parvero annuire fiere a quelle parole. Poi indicò quasi distrattamente un punto dietro di sé, fra i monti. «Luci, vicine».


Mio Dio, mio Dio... «Cosa?»


«Le luci sono vicine».


Susannah lanciò uno sguardo torvo all’orizzonte, muta. «Sono vicine?»


Lui s’avvicinò a grandi passi, con gli occhi rossi e impastati d’insonnia. «Luci qui stasera! Stasera!»


Il suo stomaco si contorse. Mantenne il controllo. Dio mio, Dio mio... «Così vicine?»


«Le luci sono qui stasera. Sono qui stasera».


Susannah non ebbe mai precisa memoria delle urla e del pianto. Ricordò solo il calore del suo respiro e le braccia di lui attorno a sé, il calore del petto.


Aurore boreali avevano incendiato il cielo di verde ogni singola notte, durante tutto il viaggio. E continuavano a incendiarlo, puntuali e immancabili, anche ora, nell’estrema attesa del loro destino. Mentre s’avvicinavano alla terraferma, dalla loro imbarcazione, avevano visto la rovina dei mari. Foche, squali, pesci, uccelli. Tutti morti. Una necropoli scoperchiata, un lastrico di carcasse che ricopriva per chilometri la superficie del mare.


I canti delle balene s’alzavano ogni notte. Parevano i lamenti dell’inferno. Degli abitanti pochi erano rimasti sulle isole. Meno di una ventina. Gli altri erano scappati. Molti erano morti, inghiottiti vivi dalle nebbie. Al loro arrivo il porto era vuoto. Solo un uomo stava sul molo: li aveva visti avvicinarsi dalla sua casa, vicino al mare, e s’era precipitato sperando in qualche buona nuova. I soccorsi aveva smesso d’aspettarseli già da tempo. S’erano imbattuti nei cadaveri di due balene spiaggiate, nella spiaggia di pietrisco chiusa dai due moli del porto. L’uomo che aveva fatto loro l’incontro, aveva raccontato come le balene non avessero fatto altro che arenarsi, giorno dopo giorno, aspettando la morte con grida di suppliziati. Ma era contento della moria: quelle urla di cetacei impazziti gli stavano per togliere la ragione. Erano state una novantina negli ultimi quattro mesi, le ultime quattro le avevano tolte da poco meno di una settimana. Poi quasi tutti se n’erano andati o erano morti e quelle immani carcasse erano rimaste lì a putrefarsi. Uccelli non se n’erano visti più. Anche lì avevano cominciato a cadere dal cielo, a dozzine, come fulminati a mezz’aria. Lanciavano all’improvviso un alto stridio ma precipitavano in silenzio. Erano morti prima di toccare terra. Gli animali terrestri, d’altronde, erano sopravvissuti in buona parte. Quanto al cielo, anche quello era impazzito: c’era il disgelo, eppure nevicava. Buio non ce n’era: di giorno splendeva il sole, di notte le aurore. E poi c’erano le luci che vagavano, sempre più spesso. S’erano viste palle di fuoco bianco sulla cima dei monti e per le vallate. E insieme a loro erravano anche quelle caligini misteriose che ingoiavano vivi coloro che incontravano. Chi non spariva nel nulla, veniva trovato cadavere e si disfaceva in meno d’un giorno. Come in ogni altra parte del mondo, i telegiornali avevano parlato di orrende catastrofi, sfere di luce che scendevano dal cielo, radiazioni misteriose... nessuno aveva capito prima della comparsa delle prime vittime: corpi sbiancati del tutto, gli occhi sbarrati color della cera, capelli e unghie che s’incenerivano al tatto, il volto stranamente sereno. Anche le piante morivano in massa: si facevano vizze e nere, in poche ore si decomponevano in una gelatina densa e grigia. Stesso destino toccava ai cadaveri umani, del resto.


Da quando tutto era iniziato e il mare bolliva e i satelliti in orbita erano scoppiati come petardi, le luci pulsavano sempre più grandi e numerose, nella notte. Nulla era rimasto. Amazzonia, Borneo... le foreste più grandi erano nient’altro che immensi pantani di morchia grigia e scheletri neri d’alberi e piante. Susannah era fuggita dal Canada dopo che tutti quelli che conosceva erano morti, scomparsi o scappati chissà dove. Ricordava quello spaventoso mezzogiorno d’Agosto in cui tre quarti dei peacemaker del mondo s’erano arrestati di colpo, o erano esplosi. Interferenze elettrostatiche, avevano detto le autorità. Parole blande, per nascondere l’inaccettabile disperazione. Lei non temeva la fuga verso l’ignoto. Di cose care, ne aveva poche. Non aveva famiglia, né sperava d’averne in futuro. A trentaquattro anni faceva la bibliotecaria di liceo ed era sola. Scappare da quel vicolo cieco di vita era stata un’opzione spesso vagheggiata ma mai presa davvero in considerazione. Aspettava una vera occasione, una vera spinta a fuggire, una promessa che valesse ogni incertezza possibile del domani. Persino la fine del mondo era stata una motivazione appena sufficiente. E ora lei era lì, ai margini del mappamondo, sull’alto di un monte. Viva. Lei stessa, pochi mesi prima, non avrebbe scommesso un centesimo sulla sopravvivenza di una persona insignificante come lei. Adesso era, in cuor suo, vagamente orgogliosa di reputarsi l’ultima donna sulla terra. Ma sotto l’orgoglio stava la paura. E sotto la paura, una stanchezza d’attendere più pesante e nera del piombo.


S’erano riuniti tutti, una razzumaglia strana davvero, in Norvegia. Lontano da quell’afa innaturale, lontano dai mari fumanti. Non si conoscevano fra loro, il caso li aveva uniti. C’era una famiglia tedesca, un’anziana signora francese, due uomini indiani, un grosso gruppo di spagnoli e svariati norvegesi. Lì aveva conosciuto Jonas. Era poco più giovane di lei, di anni ne aveva trentadue, e di mestiere costruiva case.


Quello era un gruppo di superstiti, non d’amici. Avevano attraversato il paese e poi erano salpati per le Svalbard, navigando a vista. Radar, radio e GPS erano andati. I telefoni erano andati, così satelliti e televisioni. Praticamente ogni sistema di comunicazione era morto da quando le tempeste elettriche erano cominciate e quelle luci radianti erano scese come neve dal cielo. C’era ancora la corrente, però. Non erano passati pochi giorni che il loro gruppo s’era assottigliato: gli Staufen, quella famiglia tedesca, non voleva salpare per le Svalbard, e se n’era andata; uno degli indiani l’avevano trovato morto durante la traversata, assiderato sul pontile; due notti dopo il suo altro compagno, tre degli spagnoli e due dei norvegesi compagni di Jonas, di comune accordo, s’erano uccisi, buttandosi fuori bordo mano nella mano. Vedere con che facilità si potesse morire e poi, in qualche modo, resistere fu il vero dolore di quei giorni.


Nemmeno gli uccelli volavano più nel cielo.


Avevano visto le luci, sul mare. Uguali a grandi fari nella nebbia, solo molto più bassi, con intermittenze più lunghe. Che indicibile orrore avevano provato alla vista di quelle sfere silenziose. Così ridotti, i superstiti erano arrivati alle Svalbard, con la natura che, in anticipo, svernava. Erano diretti lì perché Jonas possedeva una casa fra le montagne. Il viaggio verso i monti era stato lungo, ma tutto pareva procedere, seppure a fatica. Poi c’era stato il massacro.


Una sera, fra le tende, s’era alzato un grido. Susannah aveva fatto appena in tempo a uscire fuori dalla tenda, avvolta nel suo parka. Un fiotto di luce bianca le aveva sfiorato la tempia. Era stato come una corona di spine conficcata sul suo nudo cervello. Aveva sentito la testa bruciarle, come l’infuocarsi d’una meningite. Poi era caduta oltre un basso fosso, svenuta. S’era svegliata molte ore dopo. Tremava. Aveva le dita blu. S’era alzata lo stesso. Aveva notato allora della ciocca di capelli bianchi che le penzolava sulla fronte, davanti agli occhi.


Aveva ripreso a nevicare. Nevicava sempre dopo che le luci erano passate. L’aria era più densa del vetro. C’era qualcosa nell’aria, una specie di tensione elettrica, che faceva accapponare la pelle. La prima cosa che aveva scorto erano stati i cadaveri che giacevano silenziosi, semisepolti dalla neve. Almeno due di loro già cominciavano a decomporsi: la loro pelle, color della cera, cominciava a farsi tumefatta e molle come un frutto marcito al sole. Sono tutti morti. Poi aveva sentito un ansito.


Stava lì per terra, tutta rigida, come folgorata, Madeline, la vecchia francese. Irradiazione non totale: le luci l’avevano investita solo per metà del corpo. Le sue rughe trascoloravano, man mano che procedevano verso il lato destro del viso, nel candore del gesso. Un occhio era diventato del tutto bianco, quello ancora buono invece andava follemente avanti e indietro, in preda al nistagmo. Susannah s’era inginocchiata vicino a lei. Aveva provato a sollevarle la testa e un garbuglio di capelli l’era rimasto fra le dita.


Gli occhi di Madeline s’erano fermati su di lei, acquosi e sgomenti, e la sua mano, bianchissima, le aveva toccato la guancia, asciugandole una lacrima. Lei poteva sentire il sistema nervoso di lei che capitolava, gli organi vitali che, quietamente, collassavano. «Ma chère fille...» Poi il braccio era ricaduto. Nel colpire terra, tre delle sue unghie s’erano staccate dalle dita come foglie morte dal ramo battuto.


Fu in quel momento in cui sentì Jonas dietro di lei. Piangeva.


«Vi må gå», aveva detto. «Noi dovere andare».


«È così che finisce, allora?» 


«Finisce?» Lui non aveva capito.


Lei continuò a parlare. L’essere capita non le serviva più, a questo punto.


«Ci dev’essere un modo!» Lei s’alzò di scatto.


Ora lui capì. «No modo, no modo. Le luci stasera sono qui. Noi aspettiamo».


Aspettare, certo. È tutto quello che rimane, dopo aver attraversato il mondo intero. Dopo aver visto le fosse comuni straripare e la terra gettata sui cadaveri con le ruspe. Eppure Jonas pareva finalmente rilassato: l’esasperazione dell’attesa era conclusa.


«Susannah? Tu bene?»


Lei afferrò un portafoto da sopra un mobile e lo scagliò a terra. «No! Non sto bene!» Il vetro andò in frantumi.


«Susannah! Mine foreldre!» Lui balzò in piedi.


Lei si rese conto delle facce sorridenti sulla foto, ricoperte da schegge di vetro.


«I tuoi genitori... scusa».


Jonas si chinò sul pavimento. Imprecava sottovoce mentre toglieva i pezzi di vetro dalla foto. Si tagliò. «Ah, steikje!» Il taglio era minuscolo, ma il sangue gli ruscellava sul palmo. Il sorriso di sua madre sparì sotto una grassa goccia rossa.


Lei s’inginocchiò con lui per terra. «Scusa, scusa, scusa. Sono un’idiota».


Lui s’alzò e andò a sciacquarsi la mano sotto il rubinetto della cucina.


«Jonas, scusami».


Lui fece un gesto come a dire: lasciami in pace. «Va bene, va bene».


I suoi erano morti quando lui era piccolo. Una frana in una notte piovosa, fuori città. Lui dormiva dai genitori della madre. Susannah lo sapeva: s’erano raccontati per bene le loro vite. In fondo non erano altro che due miserabili, finiti a dormire sotto lo stesso tetto mentre tutto il resto, intorno a loro, periva in silenzio.


Rimasero zitti per un po’. Lui s’era messo un cerotto, lei pensava alla morte. Che sarebbe successo? Forse era anche meglio così: una rapida fine, vista arrivare da lontano, con tutto il tempo necessario a dolore e rassegnazione. Eppure non sapeva cos’avrebbe dato per ritardare anche di una sola notte l’arrivo di quelle luci. Nei suoi giorni di vita, quand’era una triste zitella che andava per la quarantina, aveva pensato alle possibilità alternative: avrebbe potuto incontrare il grande amore, ammesso che fosse entrato nella biblioteca del liceo in cui lavorava; avrebbe potuto spegnersi da sola, come la vicina di casa di sua nonna, ritrovata dopo giorni seduta davanti a un televisore ancora acceso, con un barboncino che le rodeva i calcagni per la fame; avrebbe potuto mandare giù un pacco di sonniferi con un calice di vino e poi incidersi le vene. Ma la vita l’aveva sempre amata, per quanta paura ne avesse mai avuta. Di amici ne aveva tanti, così come d’impegni. Non poteva dire lo stesso a sera, quando si coricava in un letto matrimoniale usato solo da un lato. E nemmeno poteva dire lo stesso alle riunioni di famiglia, dove lei era sempre l’eterna, occhialuta solitaria.


E come la troppa mestizia sfocia nell’imprudenza, così la sua memoria, dopo le ugge, rievocò le follie. Aveva diciassette anni quando aveva fantasticato sul far l’amore con un’altra ragazza e aveva creduto d’essere lesbica: era davvero andata a letto con un paio di ragazze, ma poi s’era resa conto di fare i capricci. La verità era diversa: si sentiva impotente ad amare.


Poi si ricordò della sua più bella pazzia. Erik, si chiamava lui. Uno di quei ragazzi che hanno diciott’anni e ne dimostrano insieme sedici e venti. Andava spesso in biblioteca: leggeva poesie, sfogliava libri d’arte. Lei n’era affascinata, doveva ammetterlo. Poi si ritrovò a fantasticare su una relazione con quel ragazzino. Alla fine, complice l’aver conosciuto l’ennesima fidanzata di suo fratello minore, lo sedusse. Non era una brutta donna, dopo tutto, e non c’è bel diciottenne che non fantastichi sullo stuzzicare una donna adulta, più grande ed esperta di lui.


Appena due mesi era durata la cosa. Due mesi in cui tutti s’erano complimentati con lei per quel nuovo sereno che le spianava la fronte. Aveva cominciato anche a dimagrire. Ma le sue stesse speranze erano fuori controllo, e lo sapeva. Al ragazzo faceva credere d’esser solo una lussuriosa, ma non erano poche le volte che s’era ritrovata, sola nel letto, a ripensare a quelle guance lisce e a quei muscoli che si flettevano svelti sotto la pelle. A immaginare, forse, una vita insieme. Forse bambini.


S’era rimproverata quelle leggerezze: era una vecchia pazza che andava coi ragazzini. E se la voce si fosse sparsa? E se i genitori di lui l’avessero scoperto? E i suoi amici? Carriera, reputazione: tutto sarebbe andato in malora. Troppi ostacoli. E il primo era lei stessa. Ma non aveva troncato le cose: venne l’estate ed Erik rivolse le sue attenzioni a ragazze d’età più appropriata. Ma adesso vedeva come la guardavano tutti i liceali che prendevano in prestito un libro, come ridevano laidi quando passava. In autunno Erik non era più al liceo. Ora studiava ingegneria. Non le aveva stretto la mano, né le aveva detto addio. Ma forse era meglio così. Ora Erik, ci avrebbe messo una mano sul fuoco, non era che un cadavere in mezzo a migliaia di altri.


Pranzarono in silenzio. Prosciutto in scatola, una manciata di fagioli. La carne di balena salata, data loro dall’uomo del porto, l’avevano finita. La carne d’un caribù ucciso prima d’inoltrarsi fra le nevi era finita tempo fa. Acqua almeno ne avevano in abbondanza.


«Nemmeno io volere morire», iniziò Jonas.


Lei alzò lo sguardo verso di lui. Gli occhi verdi del norvegese le premevano dentro.


«Io no volere morire. Ma se muoiono tutti altri, perché volere vivere?»


«Speranza». Le sue parole erano state un sussurro. «Gioie passeggere».


Lui scosse la testa. «Noi non potere scappare. Noi potere correre, le luci più veloci. Noi potere andare in tutto mondo, luci più veloci».


Lei mise una mano su quella di Jonas. «Vorrei poter correre più veloce della luce. Con te».


Lui la misurò a lungo con lo sguardo. Non era meno disperato di lei. Si sforzava d’essere forte per lei. Nessun amore clandestino da liceale avrebbe potuto farle sentire quel calore che sentiva ora.


«Tu credere io felice? Io stare su burrone ogni notte, io guardare per te. Se tu non ci sei, io salta da burrone. Giù. Non ho niente da fare di mia vita, ora. Tutto è morto».


«Oh, Jonas...»


Forse era davvero fortunata. Tutti bisogna morire e forse, ma solo forse, l’amore conta, dopo tutto.


«Noi potere piangere. Oppure noi fare finta di niente e stasera andare dalle luci. Noi essere coraggiosi».


Gli occhi di lei s’inumidirono. Si sporse oltre il tavolo e lo baciò. Un primo bacio, un secondo. Poi lui la prese e la portò a letto.


M’avete portato via il mondo, provate a portarmi via questo.


Questo pensava Susannah, nuda sulla sponda del letto. Jonas stava in silenzio, nudo anche lui, ma prono sul materasso. Il viso affondato nel cuscino. Lei si girò di lato e gli percorse la schiena con una lunga carezza. La sua mano indugiò sulla spalla piena di lui.


«Sei l’uomo più bello con cui io sia mai stata».


Lui si girò verso di lei. Aveva gli occhi pesti, ma le sue labbra accennavano un sorriso gentile.


«Mi capisci?»


Lui annuì. «Tu sfortunata: io no così bello».


Susannah sorrise fra sé. Era bello fingere che quel momento sarebbe durato per sempre e che, dopo quel momento, ci sarebbero stati anni e anni d’amore e sorrisi. Che forte sete d’eterno dobbiamo avere, per illudere noi stessi così scopertamente.


Poi fecero l’amore ancora una volta. Cercando, nei giri e rigiri delle loro belle lotte, di non guardare il cielo che s’andava scurendo sempre di più, fuori dalla finestra.


Si scambiarono parole di dolcezza e coraggio, quel pomeriggio. Parlarono per ore su quel letto sfatto. Si raccontarono tutto. Finsero, per mutua e muta bugia, di farlo anche per amore, e non solo per disperazione. Comportamento giustificabile: ogni essere umano, anche il più abietto, ha diritto a un tepore di sorrisi quando s’avvicina alla fine. Iniziarono con le vanterie, finirono con le colpe.


Jonas le raccontò, col suo inglese spezzato, delle sue famiglie adottive, di come quella pistola per chiodi fosse esplosa anni fa nelle sue mani lasciandogli un pollice dai movimenti pigri e una cicatrice sopra l’occhio sinistro, di quando i suoi genitori erano ancora vivi e l’avevano portato a vedere il sole di mezzanotte e della sua collezione di dadi truccati.


Lei gli raccontò di Erik e dei pochissimi altri, dei suoi sogni infranti e della tristezza della sua vecchia casa. Gli disse che non le importava di stare per morire, perché non avrebbe potuto sperare di meglio per la sua fine e che il suo unico dispiacere era di non poter stare insieme a lui per più tempo e che era bello poter almeno morire insieme, lontana mille miglia da casa, stringendo la mano di chiunque e qualcuno. Furono queste le sue parole: qualcuno. Non si sentì di definire diversamente ciò che lei e Jonas erano, perché non erano un bel niente. Né lo sarebbero stati mai.


La cosa che le dispiaceva di più, però, era il fatto che forse, in altre circostanze, loro due sarebbero stati due estranei che s’incrociano per la strada, tanto poco avevano in comune. Lui era forte ed entusiasta, lei solitaria e paurosa. Ma entrambi concordarono sulla bellezza del dono che il destino aveva loro fatto: l’incontrarsi, il non essere soli davanti alla luce, quando questa sarebbe arrivata.


Parlarono con sincerità, sì, esimendosi anche da quell’ultimo centimetro di menzogna dietro il quale agguata la paura dell’altrui giudizio. Parlarono molto, mentre calava la notte e una nebbia troppo densa risaliva le pendici delle montagne.


Non s’accorsero di come, nel giro di poche ore, il cielo e i monti si fossero persi dietro a un oceano di fumi esangui, e di come luci dapprima lontane e ora sempre più prossime pulsassero come lanterne cieche al di là di quei velari. Sentirono sì un tremore, a fior di pelle, e un rumore d’inedita fonte: era insieme un crepitio elettrostatico, lo zampettare d’un topo in mezzo alla stoppia, il tendersi e lo strapparsi d’una pellicola di plastica. A passo di zoppo, quell’ultimo suono venne a sussurrare da dietro la porta della casa.


Al che tutt’e due s’alzarono e si rivestirono in fretta, al buio. Solo una breve occhiata per assicurarsi delle nebbiose presenze appostate là fuori.


Uscirono dalla porta insieme, a fronteggiare la luce.


Nebbia.


Colossali scale di vapori, svettanti a perdita d’occhio nella notte. Davanti al picco, il mondo era scomparso. Non c’era che bianco e lattiginoso nulla.


Fumiganti pilastri di nebbia, più grandi delle montagne stesse, confondevano il cielo col suolo. Volute di foschia sibilavano sul terreno, come serpi vive. Pennacchi di nembi immensi guizzavano disegnando forme mai viste. Davanti a loro, una luce levitava, un singolo occhio bianco e pulsante. Brusiva. Non aveva veri confini, il suo contorno sfumava nell’aria.


Poi qualcosa nella luce cambiò. La luce ronzò tremolando. Poi s’aprì, come una palpebra che si sollevi. E brillò. Fu indicibile: un rogo bianchissimo, un maremoto di fuoco, un baleno nel nucleo del sole. Ci fu una specie di dolce tepore, all’inizio, poi fu come precipitare nel cuore acceso d’un vulcano.


Non ci furono urla o preghiere. Le luci passarono oltre. Altre vallate, altre montagne. Alla fine anche la nebbia si diradò. Ciò che rimase sulla neve furono solo due corpi abbracciati, d’un biancore di gesso. Occhi di cera, capelli di cenere e nel volto una quiete. Più tardi, nella notte, tornò a nevicare.


Lorenzo Salamone


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