Racconto | Minutaggio #3

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Se tu fossi un po' più veloce a scrivere non avremmo questi problemi, mi dice mia moglie certe volte, certe sere, e allora io non dico nulla, tranne quando le rispondo: faccio il possibile, ma a lei non basta e sospira e sul tavolo c'è la bolletta della luce, e allora si limita a dire: lo so. Come fosse colpa mia, come se non fossi neanche in grado di accettare un cazziatone, ma non ci sto: le corro dietro e la prendo per un braccio e lei mi guarda come se si aspettasse che dicessi qualcosa, ma non ho granché da dire e allora se ne va in un'altra stanza a piangere, mentre io torno a macinare parole per quell'editore avvoltoio, perché questo è tutto quello che abbiamo, e lo so che non è molto tesoro, lo so che doveva essere meglio, ma non posso farci nulla. Ho provato, davvero, ma la scrittura non paga, e adesso neanche mi importa più di diventare bravo, solo di poterti comprare quel divanetto che volevi, solo quello. E allora scrivo quelle storiacce anche se non ne ho voglia, e scrivo i libri che firma quell'idiota, come avrà fatto a valere così tanto, quell'uomo è un modello in pratica. Lei è ancora di là che piange, non riesco a staccarmi dal computer, dev'essere quella roba che mi ha dato Cla, come gli studenti di Oxford che si pigliano le bombe per starsene svegli a studiare, già, ma loro se la passano meglio, dicevo a Cla, e lui mi rispondeva, potrebbe andare peggio. Potrebbe davvero, forse, non so come ma potrebbe, certe volte ci penso al peggio, e quelle sere esco di casa e dico che vado a fare una passeggiata, invece vado a bere un bicchiere di rum.


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Bevo solo un bicchiere di rum, dico a mia moglie, lei neanche protesta più, ma se anche protestasse, che vuoi farci. Io non ci faccio niente, mi siedo sempre nel solito posto e ascolto la musica che mettono in sottofondo, il barista è uno simpatico, ormai lo conosco. La musica fa schifo. Tutto qui, non è che chieda molto, giusto la possibilità di sgranchirmi al primo tavolinetto della saletta con un po' di rum che scende, e il corpo che s'intorpidisce, e sentire quel torpore solo per un po', solo quel torpore, niente sfuriate. Niente telefonate dell'editore, estratti conto miserevoli, dei fogliacci ripiegati che apri col cuore in gola e tua moglie che ti guarda con gli occhi liquidi come se ti chiedesse il permesso di sperare. Questo posto ha di bello che quegli occhi non li vedi più, e non puoi più deludere nessuno perché non c'è nessuno, solo il fresco della sera, e al massimo un'altra donna che viene e a volte si siede non lontano da te, sotto le bottiglie d'epoca. Niente di che, non chiedo molto, dicevi a tua moglie, e allora vai, diceva lei, sì, vado me lo merito, dicevi tu, e a quel punto lei non poteva più ribattere, perché era vero che ti sbattevi come un pazzo – tesoro non fare così, ti ho detto che quel tizio mi darà mille euro per scrivergli il suo cazzo di romanzo? Mille euro sono un sacco di soldi, tesoro. Ma lei continua a piangere.


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continua a piangere e proprio non capisci di che possa lamentarti visto che sei tu quello con la carriera a pezzi, sei tu quello che non farà mai lo scrittore, sono un fottuto proletario della letteratura le dici sempre, e allora hai bisogno di andare da quella donna, in quel bar. È sempre lì, prima o poi ci vai a parlare. È solo un bicchiere amore, le tranquillizzi prendendola tra le braccia, lei si lascia cullare, non dice nulla, e va bene, aggiunge poi, e quando stai per uscire: pensi che potremo andare a cena fuori un giorno di questi? Mi piacerebbe tanto andare a cena fuori, ti dice. Tu sorridi. Vuole andare a cena fuori, capito, e intende in un bel ristorante. Qual è il problema, chiede lei, il problema è che mi sta chiedendo una cosa, e chiedendomi una cosa poi me ne chiederà altre, perché non può semplicemente essere felice. La donna beve il suo rum – anche a te piace? Da morire, mi piace da morire, è come voglio che sia la vita: dura da mandare giù ma capace di farti sentire bene – e lo guarda con comprensione, ecco, non serve molto più di questo a un proletario della scrittura a fine giornata. Ma tua moglie non lo capisce che l'ultima volta che hai alzato la voce era perché ti aveva interrotto, non devi interrompermi tesoro, ti chiedo solo questo. Sei uno stronzo, dice lei, ma tu non cedi: c'è il cartello sulla stanza, lo sai che significa il cartello sulla stanza. Vaffanculo, dice lei.


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Questo è quello che becchi quando scrivi dieci ore al giorno e pubblichi due romanzi l'anno, e neanche vendono troppo bene, forse dovrai arrivare a tre, ti dice un ometto calvo e grasso, poi sorride, pensi di farcela?, cazzo. Questo è il motivo per cui devo venire qui, capisci?, sì, lei capisce. Questo è il motivo per cui prendi per un braccio tua moglie mentre se ne sta andando dopo che ti ha detto: potresti essere più veloce, e la guardi incazzato. Non hai il diritto di dirmi di essere più veloce, non sei il mio editore. La donna ti accarezza il volto e non dice nulla, ormai non c'è bisogno di dire più nulla, i giochi sono fatti. La cosa che gradisci di più è che lei non chieda nulla, che a lei basti passare del tempo insieme, e che possa godere di quel tempo e solo di quello, di ascoltare i respiri sincronizzati e la sensazione di un'altra pelle sotto le dita – è di questo che parlo!, saltella felice l'ometto, cioè non è che proprio saltelli, ma quando lo racconti usi quel verbo perché – perché?, non importa, è un'impressione, sta di fatto che l'uomo è contento, estremamente contento, dice, questo venderà sicuramente, lo pubblicheremo tra tre mesi. Sono felice che tu abbia intrapreso questa strada mi ha detto, ma tu pensa. Tua moglie ti dà un bacio e poi fate l'amore, perché quando i soldi ci sono le cose vanno sempre bene.


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quando i soldi ci sono le cose vanno bene, quando mancano ricominci ad andare al bar, a quel bar, col rum e la donna. Com'è? Come mai è successo questo? Le copie vendevano, è stato un buon anno, diceva l'editore, cos'è successo? Non lo so cos'è successo, ho bisogno di un po' di tempo, dici a tua moglie. E intanto non scrivi i tuoi romanzi, e allora rimani indietro col conteggio delle pagine, e l'unica che sembra capirti è la donna al bar. Lei non dice niente, si limita ad abbracciarti e a tenerti così per un po', fin quando non sembra una posizione naturale e ti dispiace tornare a casa da tua moglie, tornare a scrivere, tornare a vivere. Ti accarezza i capelli, ti versa un bicchiere e ti dice che non devi preoccuparti, e a te viene da piangere. Quando torni a casa ti viene da piangere, ma fai in modo che tua moglie non se ne accorga, perché è meglio così, è meglio essere presentabili – scusami, ho avuto una crisi creativa, ti porterò un romanzo nuovo per il prossimo mese, come al solito, dici all'editore. L'uomo scuote la testa, ma che puoi farci, niente puoi farci, quindi stringi i pugni e bevi anche a casa – sì, tesoro mio dolcissimo, bevo anche a casa, perché ne ho bisogno. E tu bevi, ti prendi le bombe, passeggi, t'incazzi, non serve. Tua moglie te lo fa notare – perché devi essere così? Ti fermi prima di dire: perché non puoi essere come lei?


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non hai scritto nulla, hai la pagina word vuota, il tuo editore aspetta qualcosa, perché il tuo nome può iniziare a rendere solo se infili una serie di successi, una serie di romanzi, uno ogni sei mesi, sai, e poi presentazioni a stecca fino al prossimo, ormai è così che funziona. In questo mercato girano pochi soldi, spiegava, la selezione è durissima, e tu invece te ne stavi sdraiato sul divano a pensare alla donna, e a quanto poteva essere miserabile la tua vita scappando con lei – dopo il divorzio e tutto s'intende. Ti guardi intorno, quella casa è la sola cosa che hai, c'è una persona di troppo – se la uccidessi? Potresti farlo? Potresti davvero farlo? Forse sì, ma invece ti alzi e la guardi negli occhi sapendo che non dice nulla per lasciare campo libero al tuo senso di colpa, e quindi non dici nulla, e la guardi con aria di sfida. Lei ti parla di tutti i progetti che stai lasciando indietro, e ti dice che se fossi più veloce non avreste questi problemi, e sta per andarsene incazzata, ma tu le prendi il braccio, l'afferri, e il gesto è più violento di quanto sembrasse, e lei cerca di scostarsi, ma tu non la lasci, e d'improvviso ti viene da baciarla, ma devi vincere la sua resistenza. Lo fai, e poi cominci a spogliarla con cattiveria, finché non fate l'amore in un impeto di rabbia, ma poi non dite nulla. Finché non ti alzi e dici che vuoi andare a bere, poi le prometti che scriverai. Lei ti dice fai quello che devi fare. Ti guarda come rassegnata, e allora la baci, lei dice non m'interessa, poi aggiunge, prima che te ne vai: mi porti a cena fuori? Tu le dici di sì, ed esci di casa, e vai a fare quello che devi fare, e ti dici che non è poi tanto male, e per una volta ci credi davvero.


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