Racconto | Nomadi ora, di Giancarlo Pitaro

Questo racconto ha uno stile veramente particolare. La durezza del viaggio, l'immediatezza, è restituita bene dal particolare uso dei tempi verbali. Il viaggio procede fra rito e movimenti del corpo, un procedere che non ha tempo: il lirismo lo fa trascendere. Le frasi, concise, scandiscono il viaggio; le assonanze gli conferiscono ritmo: è quasi una cantilena.



Sposto i piedi, muovo l’orizzonte, mi scuoto, mi fermo, ancora.


Sposto i piedi, chiudo gli occhi al sole, mi piego, trattengo il respiro.


Sposto i piedi, spalanco le mani, alzo la testa, inspiro.


Le gocce di grandine cristallo levigano il viso, le braccia, piomba dal cielo nero che avvolge.


Nel silenzio le gocce battenti ritmate sulla tenda, martello del divino, mi sdraio ancora un poco tra le umide coperte, il gelo entra dai polsi, nel naso e giù nel petto, le gambe, l’uccello indurito, non mi muovo.


Sospiro lungo, sul finire palpebre tremanti e labbra schiuse nell’aria spettrale del nord.


Partito che era buio e senza far rumore, una tazza di tè caldo contro il buio disperato.


Bardato quanto possibile, per come necessità impone, maglione pesante e consumato, pelle che è quella di sempre, pesante e consumata, bisaccia con del pane duro, miele, formaggio secco.


È spento il falò della sera prima, dei nostri discorsi dei nostri amori, niente di nulla, spento dall’acqua non resta più niente degli avanzi della cena divorati dai lupi.


Lento l’inizio del cammino nel freddo della notte, l’oscurità mi avvolge, trema il respiro, impaurito, lontano i latrati di lupi di cani di bestie fantastiche e uomini selvaggi, abitanti del sogno e spiriti maligni e spiriti benigni.


Che la nostra vita è solo un’altra vita tra le molte vite che son passate per di qua.


Che il nostro vagare è solo uno dei tanti che c’han preceduto e che saranno ancora, inutili e spontanei, illusi e scanzonati.


Che i rumori nella notte sono altri rumori e urla di altre grida di lupi affamati e soldati dementi morti per un pugno di mosche, un oceano di sangue questa umanità.


Ma non abbandonarmi e non mi abbandono e ancora il piede giù nel fango, le ossa sparse a terra, continuo. Partito che era buio, le tende scure e sonnolenti, confuse con gli yak, di pastori e sciamani alla deriva, senza meta che non sia la sorte, senza ventura, gioia o paura, solo gli eventi e il rispetto della morte.


Figlio casuale del mondo animale, figlio ancestrale di un altro a me uguale, nato in un giorno banale senza grazia e talento. Aperto la porta al mondo sconfinato, un nastro infinito di campi ed erba e bestie da pascolo e monti e inverni gelati che battono i denti dei cammelli e muore il bestiame. Vissuto più o meno consapevolmente gli anni del sogno, oracoli divini mostrati nel fumo da mio nonno, orgoglio tribale del clan.


Celebrati i riti dell’età, le urla, la musica, la festa che gira intorno al fuoco nella notte abissale. Goduto, pasciuto, veduto il viso largo e tondo della donna, la sua carne morbida, i fianchi bianchi, capelli neri e lunghi come crine di cavallo.


Bevuto vodka russa, fermento di latte di giumenta, cacciato marmotte, lepri e bisonti, guidato i montoni più a valle più a nord. Conosciuto il cavallo che non avevo ricordi, il morso, la gara, le fasce colorate di vittorie donate a molti altari. Rubato, raccolto, sgozzato, scuoiato, imparato i rudimenti, la tecnica, gli scritti, e come ci si muove tra i cani nelle steppe.


In cammino nell’aurora, la notte si schiarisce, l’alba pallida e antica, si alza la marmotta, stazionano in alto i rapaci in attesa della preda e branchi di cammelli maestosi e curiosi. E sorge il sole, si alza all’orizzonte una sfera di fuoco nella bruma poi torna la solita luce giù in pianura, pallida e bianca. Cammino con spirito sollevato, le ossa dei morti mescolate alla terra, teschi e costati, e stele di renna e tombe di antichi, mura di bazar in rovina e fortini e galere e tutto stritolato dal tempo immobile passato.


Dei cani lontano mi latrano contro, denti aguzzi spettrali assassini, il padrone li ferma uscendo da una tenda e mi invita ad entrare come è sempre stato, come è giusto che sia.


Seduti in cerchio nella tenda l’intera famiglia ed io, mangiamo yogurt e dolci fritti. I bambini sporchi di moccio, d’incuria, il padre taglia del formaggio, la madre allatta la figlia.


Mi chiedono del posto da dove vengo, di quanto gregge ho, di mio padre e mia madre, della mia meta, poi mi congedo donandogli un pezzo di pane raffermo che non è la qualità, ma il rito.


Avanti il cielo si fa terso, il vento si agita sul viso, proseguo, mi cerco e mi inseguo.


Sagoma stagliante sulla riva nobile del fiume uno yak solitario, nero carbone sperduto in quel deserto verde, corna alte e fiere, sparge ostilità. Seguo la corrente, l’ansa del fiume più avanti si slarga, diventa piscina per bimbi nudi ci sguazzano le gambe, la madre li osserva cuocendo la zuppa di montone. La pista ora è chiara e pulita, percorsa nei millenni da quando esiste uomo, mi sorpassano vecchi pastori sdentati su moto sovietiche cariche di pacchi di farina e cavalieri su cavalli bradi e allevatori di renne di un popolo che è stato su transumanze vie d’istinto della bestia. Salgo su un colle, dono un feticcio all’altare, alla divinità. L’ovoo con le bandiere e i suoi idoli in piramide, ci giro in torno tre volte, mi attende più in là un anziano bardato da una cintura dorata il suo deel, mantello di azzurro cielo. Sniffiamo le foglie secche di tabacco in boccetta, la sua io, quella mia lui, mi offre del latte poi mi saluta gettando alle sue spalle ai punti cardinali le gocce bianche che siano fortuna per la mia strada bianca ancora in salita.


Si apre avanti il mondo la sua civiltà, gli accampamenti mongoli di tende bianche sotto il sole, i fumi che salgono, l’odore acre attorno che sa di carcasse sgozzate, di banchetti permanenti, di frutta marcia, di alcol di musica. Il campo dei fedeli in completa agitazione. Mercanti e pastori uniti nel commercio, e artisti di strada e saltimbanco. Tempo è giunto di varcare la soglia del monastero, con riverenza e in perfetta solitudine di pensiero, brucio l’incenso e mormoro preghiera nei tempi intorno sparsi. Come uno che non ha reso grazia mai, come chi la rende sempre, milioni di milioni di uomini passati e ancora a venire, granelli di polvere spazzata, e le carcasse abbandonate e le ossa affondando nella terra con le piogge, chi le ricorda chi le ricorderà? Giro le ruote di preghiera, le scritte incomprensibili, e brucio l’incenso e mi perdo nella folla di fedeli, famiglie raccolta da ogni dove. I monaci in abiti d’arancio acceso, rasati i capi e ronzano preghiere seduti sotto gli altari. Un bambino in tunica arancia gioca col cane sotto il sole, il capo raso, sorride al mondo. Scende il sole, lo attendo scomparire sopra un colle, lo scurire del cielo e i fuochi, si accende il campo e le voci aumentano l’entusiasmo e il sangue ribolle. Questa notte si attende l’angelo e non si dorme, l’odore di cibo cucinato, l’odore acre del sangue fresco, i cani e i cavalli da lontano, e la musica si accende tra archi e canti gutturali e le donne nei mantelli appariscenti danzano sul prato e gli uomini ubriachi brandiscono coltelli e rissa e sangue e botte e si spengono infine nella steppa. Sollevo un piede dopo l’altro per scavalcare l’uscio e non toccare l’ingresso della tenda, augurio di malanni. Una donna in penombra, scaldata dal braciere che brucia lento merda secca, sdraiata su una branda, rantola malata, sospira moribonda. E l’ombra si fa luce, delinea a mano a mano i volti preoccupati dei familiari. Mi siedo assieme a loro, attendo il rito nel ronzio della preghiera.


Preannunciata da campanellini e tamburelli e canti sincopati, trattenuti, fa il suo ingresso lo sciamano, donna anziana puzzolente, ingobbita, vestita di feticci. Completamente ubriaca scuote il tamburello, scuote il campanello, batte il bastone, mormora preghiere e canta canzoni e brucia l’incenso nel braciere e canta e suona fino allo svenimento.


La notte è piombata e tutto è finito, restano solo i cani in cerca di cibo, mi allontano, mi stendo tra le stelle: domani di buon mattino.


Giancarlo Pitaro

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