Racconto | Quando la famiglia si riunisce attorno al tavolo, di Iana Boukova

Continuiamo a pubblicare il meglio della letteratura da tutto il mondo. Oggi per voi un racconto di Iana Boukova, per il quale ringraziamo, ancora una volta, Emilia Mirazchiyska, che l'ha tradotto dal bulgaro. La nostra epoca, a mio avviso, ha tanti difetti, ma anche alcuni pregi. Tra questi, la possibilità di essere una summa di tutte le precedenti. Letterariamente parlando, il postmodernismo al quale siamo abituati non è soltanto un pastiche di tutto ciò che c'è stato prima, che all'improvviso sviluppa un'autocoscienza (fin troppo) loquace, ma anche e soprattutto un pastiche che nella propria artificiosità mostra l'artificiosità di tutto ciò che c'è stato, e che ci sarà sempre. Il Senso, una volta condiviso e quindi sotteso alla narrazione, ora è messo in discussione, dal momento che, consapevole della propria volatilità storica, necessita di riaffermarsi ogni volta. E tuttavia, non potendo cancellare il passato, ogni segno segue i precedenti, e talvolta crea con gli stessi un discorso metastorico: leggere un racconto, in sintesi, ai giorni nostri, non è un'esperienza unica, ma è mediata dalle aspettative storicamente stratificate che in noi si affacciano leggendolo, e con il quale il racconto deve scontrarsi. Riuscirà a sfidare le convenzioni? O rimarrà confinato nel cliché? O prenderà coscienza di sé e ci mostrerà quanto acuto è l'autore nell'essere consapevole dei propri antenati letterari e delle loro tecniche? Ecco che in questo paradosso senza scampo, anche una scena apparentemente semplice non smette di trasfigurarsi a ogni riga, e quando pensiamo che la trasfigurazione giunga a una forma determinata, questa ci sorprende ancora. Che altro dire? Buona lettura.

“Dunque”, dico, “per prima cosa disegniamo la stella.” “Perché la stella?”, domanda Victor. Comunicare con Victor assomiglia ad un paradosso di Zenone sull’infinito. Ogni affermazione porta con sé una domanda, ogni risposta ne fa sorgere altre due nuove e così fino allo sfinimento totale. La conversazione continua, ma non evolve. Gli ultimi dieci minuti li abbiamo trascorsi discutendo sulla scelta dei colori. Cerco di pararlo dando due risposte. “Perché con la stella comincia tutto. E perché è la più facile da disegnare.” Spero che lui chieda “Perché è la più facile?” in quanto ho la battuta pronta per farlo star zitto: “Beh, prova tu a disegnare un cammello caricato di regali”, ma la battuta rimane inutilizzata. “Perché con la stella?” E subito dopo, ancora peggio: “E da dove comincia?” Preferirei guardare fuori dalla finestra. È molto bello fuori. Il lago è ghiacciato e le stelle sono enormi, non muovono un ciglio. L’aria è cristallina. Scommetto che potrei vedere una cerbiatta tra gli abeti coperti di neve. Invece devo stare seduto e disegnare cartoline natalizie con Victor, mentre gli altri indaffarati apparecchiano la tavola. “Inizia dal suo inizio. La stella è un segno.” A questo punto lui non domanda neanche, mi guarda soltanto in attesa. Ha l’abitudine insopportabile dei bambini di sei anni di socchiudere gli occhi quando qualcosa lo diverte. Dall’inizio della conversazione i suoi occhi sono sempre socchiusi. Angela sfreccia portando l’insalatiera verso il tavolo, completamente immersa nel suo ruolo di brava bambina. Il fiocco nei capelli le sta bene. Poco fa gliel’ha regalato Nonna. È stato un gesto carino – Nonna ha tirato fuori dalla sua borsa il fiocco, l’ha sistemato nei capelli di Angela e le ha accarezzato la guancia. Angela ha sorriso. Ha delle fossette. “Segno di che cosa?”, insiste Victor. “Segno di ciò che sta per accadere... accadrà”. Non me la ricordo tutta la storia. Ricordo una cartolina con la grande stella su nell’angolo destro e le sagome dei cammelli tra le dune del deserto. Non ricordo i Re magi. Credo che avessero cappelli appuntiti. Victor continua a guardarmi. “Il cattivo re Erode…”, comincio. Non ci posso credere che io abbia pronunciato una cosa simile. Come dirlo in un altro modo, però? Ci sono cose che non si possono raccontare a un bambino senza aggettivi. Il cattivo omone Hitler, il cattivo omone Stalin... La strage degli innocenti non impressiona Victor in nessun modo, ma i Re magi lo fanno esaltare. “Tre Babbi Natale! Ti immagini tre Babbi Natale?! E tutti i regali moltiplicati per tre!” “La tavola è apparecchiata!”, annuncia finalmente Mamma. Mamma è tutta in stile sixties: biondi capelli cotonati, eyeliner che allunga la linea degli occhi, gonnellina svasata con sopra un grembiulino sagomato e bordato di pizzo. Indossa uno di quei reggiseni aerodinamici che fanno i seni appuntiti. Si toglie il grembiulino prima di sedersi. Inspiegabilmente lo stile di Mamma fa sembrare il Natale ancor più natalizio. Accanto a lei Papà sfoggia cordialità e un mento volenteroso. Se escludiamo quest’ultimo assomiglia un po’ a Ken. In confronto a loro Nonna e Nonno sembrano una coppia meno ben assemblata. Nonna ha un grosso chignon che tocca continuamente, come per assicurarsi della sua esistenza. Nonno ha esagerato un po’ con i baffi e tutto sommato ricorda un brizzolato e melancolico Frank Zappa. Se devo votare per qualcuno dalla famiglia, questo sarà sicuramente Nonno. Soprattutto, perché non parla e non si sente obbligato a sorridere benevolmente. Dall’inizio della serata sta seduto con le gambe appoggiate sul camino e osserva il fuoco. Mamma ha provato a dirgli qualcosa ma poi ha desistito. A tavola i membri della famiglia si passano l’un l’altro la coppa con l’insalata con movimenti lenti ed estremamente attenti come se fosse piena di qualcosa più pesante del suo contenuto e se fosse scivolata dalle mani di qualcuno sarebbe accaduta una grande disgrazia. “Come va la scuola, Ole?”, domanda Mamma. “Siamo in vacanza, mamma!”, rispondo con l’irascibilità tipica della mia età adolescenziale. “Allora racconta la vacanza”, dice Papà-Ken e sorride. “Mi piace il lago”, dico e mi fermo. L’insalata somiglia a un haiku. Foglie di lattuga in una coppa di vetro come alghe verdi fluorescenti nel loro ambito naturale tridimensionale e tra loro le gocce color rosa dei grani della melagrana. “Mamma”, dico, “è molto bella l’insalata!” Visibilmente le fa piacere. Versa del vino nei bicchieri degli adulti. A me una goccia allungata con molta acqua. Per i piccoli c’è succo di frutta. Papà taglia il tacchino con manualità elaborata. Ha assunto il colore di una borsa di vera pelle da donna. Ognuno ne riceve un pezzo. Ci passiamo il sale. “Nonno”, dico, “racconta di quella volta quando suonavi con quella rock band.” “Beh, è stato solo per due anni.” – È chiaro che non gli va di parlare. – “Suonavamo in un garage... poi ho smesso... con questo... per occuparmi... beh... di ingegneria.” “Cos’è questo rock?”, domanda Victor. Stava seduto alla mia sinistra e dovevo tagliargli la carne nel piatto. Ha ricci biondi scuri e grandi ciglia. “Uffa, che ignorante che sei!”, dice Angela. “Una specie di musica.” “Musica per gente vecchia?” “Per gente varia”, risponde Papà con calma. “Per tutti quelli a cui piace.” “Pensavo piacesse solo alle persone vecchie...” “Victor”, dice Papà, “comportati bene!” “Ero la sua unica groupie”, dice Nonna. “Per questo mi ha sposata.” E ride. Nonno le sembra grato per il suo intervento. “Tanti anni insieme!”, aggiunge Papà. “Come ci siete riusciti? Provo semplicemente ammirazione!” “Con pazienza”, mormora Nonno. “Con senso di umorismo”, dice Nonna. “Quando la famiglia si riunisce intorno al tavolo...”, dice Victror e socchiude gli occhi. Sento quel breve rallentamento del tempo come un attimo prima che un bicchiere si rompa. “Quando la famiglia si riunisce intorno al tavolo”, dice Victor, “più probabilmente ne verrà fuori un horror. Poco dopo la cena il mostro appare in città. Statisticamente confermato. La gran parte degli horror cominciano con una cena di famiglia. O un pranzo. Poi si capisce quanto veloce corre ognuno e quanto forte sa gridare...” L’intervallo che subentra è più lungo dei precedenti. “Non è che sei un troll tu”, dice freddamente Angela. “È solo che mi annoio”, dice Victor. Tutti rimangono silenziosi. Mamma sembra sul punto di lasciare il tavolo e scappare. “Eheh, può bastare”, dice Victor, “Sapete che diventerà più interessante. Ognuno di noi dica com’è, perché... sennò ci addormenteremo attorno a questo tacchino.“ “Allora cominciamo con te!”, dice Angela. “Sui quaranta, cinquanta... in buona posizione dal punto di vista professionale. Ideale per il ruolo del bambino-tiranno...” “Ragazzi”, dice Papà, “smettetela di fare gli spiritosi!” Adesso Mamma comincia a piangere. “Semplicemente volevo un bel Natale! Ho fatto del mio meglio!” “Non piangere, cara”, dice Papà e le posa una mano sulla spalla. Mamma si spaventa talmente di questo gesto che subito smette di piangere. “Chiamami Bill”, dice e Papà fa uno balzo di lato. “Io non mordo”, dice lentamente Mamma. “Beh... almeno potevi avvertirmi prima di sposarci.” Papà-Ken aveva senso dell’umorismo. Forte! Victor scoppia a ridere per primo. “Ve l’avevo detto che sarebbe diventato più divertente”, trionfa. Avrà ritoccato il filtro vocale, ha un timbro più basso. “Sistemati la voce”, dice Papà. “È sgradevole.” Victor inaspettatamente obbedisce. Ormai abbiamo smesso di piluccare nei piatti e di tanto in tanto alziamo il braccio con qualche bicchiere, per fare qualcosa con le mani. “Potremmo avere... un problema... con l’Amministratore...”, dice Nonna. “L’Amministratore cena da qualche parte con la sua famiglia”, sogghigna Victor. “Non gli dar retta”, dice Papà. “Visto che abbiamo pagato”, dice Victor, “nessuno può impedirci di fare quello che ci pare.” Questo suona in un modo particolarmente cinico sulla sua bocca da bambino. “Insomma hai indovinato”, si rivolge a Angela. “A dire il vero, ho sempre voluto fare qualcosa simile. Ogni Natale, direi...” “Sovrappeso”, dice Angela. Inspiegabile ma la sua ira è svanita. “Quanto sovrappeso?”, chiede Victor. “Centoventi chili. Ventisei anni, centoventi chili. Non esco di casa...” “Ma carissima, tu non hai mangiato nulla”, dice Nonna. “Qui. Non hai nessun idea nel frattempo... cosa faccio.” “Pensate che volevo in ogni caso un Felice Natale”, dice Mamma-Bill. Tiene in mano uno dei bei coltelli di design sinuoso, posati sul tavolo e lo rigira tra le sue dita. Il coltello rifrange la luce sotto diverse angolazioni. “Non tipo Natale Esotico o Avventura a Natale ed altri simili. Volevo semplicemente Felice Natale. Ho prenotato iscrivendomi tre mesi in anticipo. C’era grande afflusso per questo... ruolo. Ti danno grande libertà. Il menù, l’arredamento...” “Pensavo l’arredamento lo fornissero preconfezionato”, dice Nonna. “Insieme al paesaggio”, dice Nonno. Se non avesse così tanti baffi, averei supposto che sorridesse. “Puoi scegliere certe cose. I soprammobili sul camino, la decorazione dell’albero di Natale...” Non ricordo nessun soprammobile sul camino. “L’albero è stupendo!”, diciamo all’unisono con Papà. “Anche le posate”, aggiungo. La conversazione evolve in senso orario e quasi segue delle regole. Tocca a Papà e questo non gli piace per niente. “Diciamo che al momento non ho famiglia”, afferma e basta. Nonna, però, è impaziente: “Io ho la mia età”, dichiara. Sembra si diverta non meno di Victor. “L’altra variante era di cantare canzoni natalizie con un gruppo di vecchi semideficienti. Ho deciso di farmi un regalo.” “Non dirmi che hai anche lo chignon”, dice Nonno. “Ho i capelli rossi. Corti e non molto folti. Non era prevista una tale... opzione e ho puntato su qualcosa di più classico...” Sorride. Mamma versa ancora del vino nei bicchieri. Poi guardiamo verso Nonno. “Vi scoccio”, dice. “Il troll l’ha già fatto”, dice Angela. La finestra è sullo sfondo dietro le spalle di Nonno e copre quasi tutta la parete. Anche di qua posso vedere il lago. Il soffitto è molto alto con le travi in vista. “Comunque sia...”, dice Nonno. “Dunque... ho... mi hanno trovato... quello... quella diagnosi.... comunque sia... Succederà veloce... e... sempre peggio.... ehm... tumore...” Non ho mai sentito questa parola pronunciata con tanto disagio. “E molto veloce. Ehm... ecco...” La percentuale di probabilità che lui dica la verità è cinquanta a cinquanta e tutti lo sappiamo. Lui sa che noi lo sappiamo. “Non è che ha importanza,” dice Victor molto attento, “e se vuoi, puoi non rispondere, ma la tua età...?” “Ne ho cinquantadue”, dice Nonno. “Allora io ho l’età di tua madre”, dice Nonna. “Lei è ancora...?” “Sì, è viva”, dice Nonno. “E tu hai...?” “No, non ho figli”, dice Nonna. All’improvviso tutti hanno bisogno di cambiare argomento e il prossimo argomento sono io. “Non riesco a dormire...”, dico. Continuano a guardarmi. Inspiro. Cinquanta a cinquanta. Devo ammettere che guardano in modo affettuoso. “E quando mi addormento... mi vengono quegli... incubi. Sono in una trincea e sparano verso me, ma io non ho proiettili e non posso difendermi. Mia madre dice che devo smettere di lamentarmi e di cominciare a comportarmi da maschio... Ho vent’anni e dieci mesi fa sono tornato dall’Iraq.” Non so perché speravo che loro sorridessero. Nessuno sorride. Nonna sta con la mano sulla bocca come dopo un’esclamazione che non avevo sentito. “Questa storia mi sembra famigliare”, dice Victor. “Victor!”, dice Papa. Non c’è da meravigliarsi che gli sembri conosciuta. È una delle storie più famose in Fuck my life con più di 10 000 mi piace, 1800 condivisioni. “Alcune madri odiano i loro figli”, dice Angela. “C’è da stupirsi quanto spesso succede. Io conosco solo qualche esempio.” Victor ha perso ogni interesse nei miei confronti. “Scusami se insisto”, si rivolge a Nonno, “ma perché hai scelto proprio questo... ruolo?” “Era libero. E poi... comunque sia... pensavo... ho trovato un... beh... un... con effetto molto veloce... pensavo fosse una buona idea farlo mentre tutti... semplicemente parlano e... poteva sembrare naturale che il nonno si addormentasse sul divano... sarebbe stato disonesto che io fossi il papà.” “Disonesto”, ripete Papà. “Non hai... la famiglia?”, chiede Angela. “Ce l’ho, naturalmente”, dice Nonno di un tratto in modo brusco. Mentre sta parlando non si ricorda di gesticolare. Le sue mani rimangono sul tavolo. “Più di ogni altra cosa vorrei essere con loro quando... ma uno non può farlo... questo... con la sua famiglia. Nessuno può fare questo con la sua famiglia.” “Ho visto due tossici in metropolitana”, dice all’improvviso Angela. “Uomo e donna...” “Cento chili e in metropolitana?!”, ammette Victor. “Interessante. Quanti anni hai infatti?” Angela non gli rivolge neanche uno sguardo prima di continuare: “Ne ho ventisei, non sono grassa. Sono d’aspetto normale. Non sono grassa. L’ho inventato per non dover ripetere tre volte che non sono grassa. Stavano seduti di fronte a me...” Inchino leggermente il bicchiere che ho in mano e guardo come il liquido rosa pallido raggiunge il bordo. Lo inchino in direzione opposta e di nuovo raggiunge il bordo. Non l’avevano fatto come dovevano. Riflette bene la luce, ma striscia come sabbia. Mi bruciano le orecchie. “Lei era più grande. Molto secca dai capelli tinti di biondo. Aveva in mano un caffè in tazzina di plastica e se n'era versata addosso un po’ senza volerlo. Lui le ha dato un fazzoletto di carta. Tutto la irritava. Parlava in modo più alto e aveva una voce sferzante. Parlavano di quando sarebbero rincasati e avrebbero fatto la doccia, prima lei, poi lui e avrebbero mangiato qualcosa. Lei ha detto che non aveva fame. Lui le ha risposto che doveva mangiare. Poi le ho visto le mani e sono rimasta scioccata. Aveva le dita nobili, bellissime, come una ragazza, unghie smaltate. Forse erano della stessa età tutti e due. Ho cominciato a pensare a delle sciocchezze: se l’eroina non rovina più velocemente la pelle delle donne come lo fa il tempo. Parlavano anche di un bambino...” “Oh, Dio!”, dice Nonna. “Questa era la cosa più strana. Volevo sentire in ogni modo, ma non sono riuscita a capire. La sua voce era così irritante che avevo la sensazione che alcune parole passassero tra le mie orecchie. Infatti non ho capito se quel bambino era il loro bambino, se viveva da loro o da qualche altra persona... volevo dire che lui era molto tenero... verso di te. Quel modo in cui le parlava. Il modo in cui la sosteneva quando si erano alzati per scendere alla loro fermata. Questa è la parola che mi era venuta in mente. Ognuno potrebbe far parte di una famiglia...” “Quella cosa che avevi preparato ora è da te”, dice Victor e nel primo momento non riesco a capire a chi si rivolga. “È sulla scrivania...”, risponde Nonno. “Accanto alla tastiera.” “Puoi farlo anche adesso, se vuoi. Solo se vuoi...” “Sei un sociopatico tu!”, dico. A voce alta. Istintivamente dirigo lo sguardo verso Papà. Lui tace e osserva tutti. Nonno fa un cenno con la testa. “Com'è di aspetto”, chiede Victor. “Polverina bianca, un bicchiere d’acqua.” Victor scende dalla sua sedia e va a prendere un bicchiere dal lavabo in cucina. Si alza in piedi e lo riempie d’acqua dal rubinetto. “Mamma, per favore, lo zucchero!”, dice e Mamma gli dà la zuccheriera. Victor ne mette due cucchiaini nel bicchiere e mescola attentamente. Porta il bicchiere a Nonno. “Grazie”, dice Nonno. Mescola ancora un po’. Regna pieno silenzio. Nonno beve il contenuto del bicchiere. “Brr... dolciastro”, dice e noi sorridiamo. Poi di nuovo silenzio. “Stavo per dimenticare il dolce!”, dice Mamma e si precipita in cucina. “Il dolce al cioccolato!” “E se vuoi sapere... ometto...”, dice Nonno rivolgendosi a Victor. “Suonavo davvero in quel garage. Basso elettrico. Ed ero bravo! Il rock non deve essere... sottovalutato.” “Victor ha dei vuoti nell’educazione”, dice Papà. “So una barzelletta”, dice Victor e sbatte le palpebre in modo teatrale con le sue ciglia lunghe. “Ve la dico?” Quando non socchiude gli occhi è un bambino davvero bello. “Immagino quanto sia stupida la barzelletta”, dice Angela. “Chuck Norris apre il frigo e guarda dentro dove c’è una gelatina che comincia a tremare. Tranqui, dice, ho aperto per una birra!” Tutti scoppiano in una risata nel momento in cui Mamma porta il dolce. “L’ho fatto a forma di albero di Natale”, dice, “ma non so come tagliarlo in parti uguali. Forse dovevo farlo tondo.” “Dammelo qua!”, dice Papà e lo taglia in fette quasi uguali. Ognuno ha sulla sua fetta una candelina e una pallina da albero di Natale. “Il fuoco”, dice Nonno “è molto bello...” “Hai sonno, caro? Vieni...”, dice Nonna e lo accompagna al divano dove lo mette a sdraiarsi tenendogli la testa sul grembo. Mamma porta una coperta. “Di qua vedi il fuoco?”, chiede Nonna, ma non sento cosa risponde Nonno. Vedo che gli accarezza la fronte con la mano. “Abbiamo anche la musica!”,dice Mamma. “Avevo scelto alcuni dischi...” L’arredamento include un giradischi enorme sulla credenza accanto la parete e Mamma cerca tra i dischi, borbottando qualcosa. “Non c’è bisogno, cara!”, dice Nonna. “Nonno si è addormentato.” Si alza e attentamente gli mette uno dei cuscinetti sul divano sotto la testa. Lo copre e gli dà un bacio sulla fronte. “Spero che quello che abbia bevuto non sia altro che un doppio whisky!”, dice Victor. “Non lo sapremo”, dice Papà. “Chissà se adesso ci vede”, dice Angela. “Intendo che dopo che si è disconnesso dalla partecipazione è possibile che ci veda in monitor? Cosa facciamo, di cosa parliamo...” “Questa è una domanda molto antica”, dice Mamma e scoppia a ridere. Sembra che il vino l’abbia intontita. Sembra anche molto felice. “C’è anche un secondo dessert”, dice. “Non l’ho annunciato, perché è una sorpresa. Frutti di bosco! Potete metterci anche panna.” I frutti di bosco sembrano una combinazione mozzafiato di porpora, violetto scuro e blu notte. “Mamma, hai un vero talento per il Natale!”, dico io. “Perché non scambiamo i regali”, dice Nonna. “Ormai li abbiamo preparati...” “Vi avverto che i miei non sono un granché”, dico. “Si suppone che io li abbia comprati con i soldi della mia paghetta. L’elenco delle proposte non consentiva una grande scelta...” “Non parliamone, i miei dovevo disegnarli...”, dice Victor. “Dobbiamo prevedere tempo anche per baciarci per la buona notte”, dice Mamma. “Mancano venti minuti a mezzanotte.” “E la carrozza diventerà una zucca”, dice Victor. “Tu sei una zucca!”, dice Angela. “Uffa, che noioso che sei”, dico. “Non puoi star zitto neanche un po’?” E da fratello gli do una pacca sulla nuca. Traduzione dal bulgaro di Emilia Mirazchiyska


Iana Boukova (1968) è poeta, scrittrice e traduttrice bulgara, nata a Sofia ma dal 1994 vive ad Atene. Autrice di tre libri di poesia, di una raccolta di racconti e di un romanzo. Traduce poesia e filosofia dal greco antico e moderno. Ha tradotto tutti i frammenti di Saffo in lingua bulgara, Pitiche di Pindaro e dal latino la raccolta completta delle poesie di Catullo. Il suo racconto “Quando la famiglia si riunisce intorno a tavolo” è stato pubblicato per prima volta sul numero natalizio del settimanale bulgaro “Kultura” nel 2011 e nel 2012 nella traduzione di Emilia Mirazchiyska è stato inserito nella raccolta antologica “Saluti a Dickens. 15 racconti di Natale”, edita da Scalino in italiano.

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