Racconto | Urban Lives, di Elisa Veronesi


Elisa, 32 anni, nata in provincia di Reggio Emilia. Laureata in Italianistica all'Università di Bologna e, dopo qualche anno passato a lavorare nei magazzini di un'azienda, insegna italiano in Francia. Ha un blog di racconti che non aggiorna quasi mai e che si chiama Finalmente è venerdì. Nel 2012 ha partecipato a RicercaBo. Ogni tanto, raramente, qualche breve prosa che ha scritto è apparsa qua e là. La maggior parte è scomparsa.


Una sera sono uscita con il mio amico Marco per andare a un concerto. Era agosto, nella pianura si crepava di caldo. Niente di emozionante, voglio dire, uscire con un amico per andare a un concerto. Solo che io in quel periodo lì, che sarà stato circa un anno fa, non uscivo quasi mai e così mi sembrava un'attività insolita uscire con un amico per andare a un concerto. Ecco io in quel periodo lì uscivo solo per andare a lavorare, per andare a fare la spesa o, non so, per andare dal dentista. E così mi era presa una certa insofferenza a stare fuori per via, credo, di tutte queste attività che erano il lavoro, fare la spesa, il dentista. E così preferivo starmene in casa, possibilmente da sola, che a stare in casa è meglio stare da soli, specie la sera, che il fare tardi mi procurava un invincibile mal di testa, occhi rossi, una stanchezza legnosa, le gambe gonfie. Ma mi preparavo dunque per uscire, quella sera di agosto che faceva un caldo cane, e all'ultimo mi era venuto da pensare che non ne avevo proprio voglia, la fatica del muoversi, del dovere parlare, ma all'ultimo ormai non si poteva più rimandare, era tardi, e così mi ero preparata controvoglia, costretta dall'impegno, dall'appuntamento, dalle scarpe da ginnastica, dicendomi che sì, dai, è estate, in estate la gente esce, ride per niente, si diverte. C'era odore di Autan. C'era una musica nel locale vicino a casa, una musica di quelle che dopo tre parole ti restano in mente. Nella tradizione cinese l'estate è la stagione della finta gioia, dell'attaccamento eccessivo alle cose. E infatti poi quando l'estate finisce ci sono tante persone improvvisamente tristi, forse perché si devono staccare delle cose. Non lo so se è vera questa cosa della tradizione cinese, però si adatta bene alle estati della pianura e così quella sera mi sono detta che sì, va beh, è estate, si può anche essere contenti per niente.

Comunque ormai ci vediamo così poco io e il mio amico Marco, in questi ultimi anni, dico, e salto tutte le motivazioni per filo e per segno: è solo che diciamo che viviamo in due città diverse della pianura e facciamo due lavori diversi. Già questo basta a far sì che ci incrociamo di rado, che gli incontri debbano essere programmati con anticipo, telefonicamente. Abitare e lavorare sono due questioni cruciali, che ti situano nel mondo, che ti avvicinano e ti allontanano.

Siamo diventati abili a condensare mesi di vita in un paio d'ore.

Mentre lo aspettavo davanti alla Coop della Canalina ripensavo alle cose che gli dovevo dire, alle cose importanti, quelle da condensare in poche parole.

In via della Canalina c'era poca gente, erano tutti al bar della Coop. Dentro al bar c'è l'aria condizionata. È un bar economico, dove il caffè costa un euro e le paste novanta centesimi, che non è sempre così negli altri bar. Io ci sono andata solo una volta al bar della Coop. In genere la mattina, in quel periodo lì, facevo colazione a casa, quando non facevo colazione a casa andavo in un bar che si trova lungo la strada che facevo tutte le mattine per andare a lavorare. Alla mattina presto c'erano sempre gli stessi clienti che facevano circa le stesse cose: uno mangiava due pizzette e camminava avanti e indietro per il locale, uno leggeva la Gazzetta dello sport e il caffè lo voleva sempre tra un po', una signora in piedi al bancone beveva un cappuccino senza schiuma, un signore con le braghe del pigiama e una giacca ordinava quattro brioches vuote da portare via. C'era sempre almeno un articolo del giornale locale che cominciava con presi con le mani nel sacco. Io prima delle otto di mattina parlavo solo con Cesare, il proprietario del bar. Cesare è milanista, è da trent'anni che si alza tutte le mattine per andare ad aprire il bar e tutte le mattina mi diceva sempre la stessa cosa: che se lui tornava a nascere, non me lo diceva neanche cosa faceva se tornava a nascere. E poi si impappinava sempre a darmi il resto se per caso non avevo la moneta giusta per pagare, così io dopo un po' avevo imparato che mi tenevo da parte le monete per pagare la colazione da Cesare.

Poi una volta ero stata al bar della Coop, che è un bar nuovo, perché lì prima c'era un bar che era un bar fuori dalla Coop, e che poi si è spostato perché la Coop ha voluto metterci un bar dentro alla Coop e così sembra che abbiano chiesto al bar se per piacere si poteva spostare, e il bar, anche se non gli piaceva si era dovuto spostare. E così un sabato mattina sono andata al bar della Coop, perché quel sabato mattina non andavo a lavorare perché mi ero fatta male e avevo un braccio fasciato e non potevo guidare e non riuscivo neanche a prepararmi la colazione e così il bar più vicino era quello della Coop. Mi ero fatta male a lavorare, mi ero tagliata e avevo passato la notte al pronto soccorso e mi avevano chiesto cosa fosse successo e avevo detto che mi ero fatta male con un cutter, che era vero, mentre aprivo una scatola, che era vero, ma poi non è che avessi spiegato tutta la dinamica e non la sto a spiegare adesso. Mi avevano dato il foglio di dimissioni e mi avevano detto di andare in farmacia, il giorno dopo. Così quella notte avevo dormito scomoda, per paura di schiacciare la ferita e non avevo neanche mangiato, mi era passata la fame per via dell'odore che c'era al pronto soccorso, un odore di disinfettante, di miscugli di farmaci, di barelle e la mattina ero andata in farmacia e poi al bar della Coop. La ragazza alla cassa mi aveva sorriso e mi aveva detto buongiorno e mi aveva chiesto che cosa desideravo. Cercavo di indovinare i clienti fissi. Un signore, seduto in un angolo, leggeva il giornale. Due signori con i rispettivi cani chiacchieravano vicini all'ingresso. Un ragazzo ordinava un cold brew coffee. Gli annunci del supermercato coprivano la musica di sottofondo, che a sua volta copriva le voci della gente intorno. Lo scatto ritmico della porta scorrevole scandiva il tempo. Su un quotidiano nazionale c'era un articolo che parlava del fatto che quell'anno non sarebbe stato assegnato il premio Nobel per la letteratura. Avevo scoperto che le paste costavano meno che in altri bar e che c'era l'aria condizionata, avevo scoperto che i vecchi dei palazzoni ci vanno col cane e leggono il giornale, chiacchierano.


Quella sera di agosto io e il mio amico Marco abbiamo parcheggiato vicino alla vecchia stazione dei treni. In questa città della pianura ci sono due stazioni dei treni, che è una cosa curiosa per una città non tanto grande della pianura.

La vecchia stazione si trova tra il centro storico e la zona industriale, la zona nord della città. È una stazione uguale a tutte quelle che si trovano sulla linea ferroviaria che scende da nord e, con una semicurva un po' molle nella pianura, arriva fino al mare. Piccola, ricostruita uguale dopo la guerra perché bombardata, alla sala d'attesa, nel tempo, si è sostituito un McDonald e una pizzeria, la biglietteria è rimasta, anche se non ci lavora più nessuno, sotto agli sportelli c'è un bassorilievo ad opera di una scuola locale e sono state aggiunte le casse automatiche. Da qui passano i treni regionali, i notturni e i treni a due carrozze che arrivano da qualche piccola città della provincia, ad uso degli studenti. Qui la mattina presto e il pomeriggio viaggiano i pendolari, e quelli che prendono il treno a prezzo ridotto, in canottiera, con le borsine di plastica al posto delle valigie, studenti universitari, o ragazzi che hanno poco da fare, gente che beve vino nei cartoni tetrapack e, nel sottopasso, fanno la spola le biciclette che dal quartiere di Santa Croce vanno verso il centro.

La nuova stazione dei treni è stata costruita in mezzo a un campo. È la stazione dei treni ad alta velocità, quelli che viaggiano a 300 chilometri orari e fanno poche fermate, collegano Milano a Roma, a Napoli. È una stazione molto grande, tutta bianca, tutta piena di luci bianche, progettata da un architetto che pare abbia dichiarato che questo suo progetto sia stato una forma di beneficenza alla città, o almeno lui si è sentito così, benevolo. Davanti alla stazione ci sono campi che a fine estate e in primavera vengono arati e si riempiono di rotoballe, e poi c'è una fila di taxi e le scale mobili. Si fanno delle belle fotografie in questa stazione, quasi tutti quelli che aspettano i treni dell'alta velocità fanno delle fotografie e anche quelli che non scendono dal treno, quando passano, fanno le fotografie e anche quelli delle aziende tessili, lì vicino, ci fanno i servizi fotografici. Appena la stazione è stata inaugurata un giornale locale aveva chiesto a uno scrittore di una città vicina della pianura di scrivere un articolo sulla nuova stazione dei treni e così lo scrittore ha scritto l'articolo e nell'articolo, tra varie cose, lo scrittore si chiedeva come mai una stazione dei treni era stata costruita in mezzo a un campo, in una zona industriale della città, che era una cosa rara, perché in genere le stazioni dei treni sono situate non lontane dai centri e quelle dell'alta velocità in genere sono accorpate alle stazioni già esistenti, e così aveva fatto diverse ipotesi, lo scrittore, e alcune di quelle ipotesi non erano piaciute a quelli del giornale locale e così il giornale non gli aveva pubblicato l'articolo. Per esempio che c'erano delle aziende importanti che erano proprio vicinissime alla stazione nuova, con tutti i vantaggi conseguenti questo gemellaggio industriale-architettonico.

Se si attraversa il sottopassaggio della vecchia stazione dei treni, come abbiamo fatto noi quella sera di agosto con il caldo e il frinire ininterrotto delle cicale, si arriva nel quartiere di Santa Croce. È un quartiere dove ci sono tante fabbriche dismesse, una moschea in affitto dentro a un capannone, delle case basse, qualche palazzina, il parco dove c'era il concerto dentro ad un famoso istituto di educazione diventato internazionale, e la grande fabbrica di treni e aerei, fallita anni fa e rimasta lì, enorme. Dentro ci dormono diverse persone e ha ricominciato a crescere l'erba. A Santa Croce c'è una toponomastica tutta particolare: via Axum, via Gondar, via Benadir, via Mogadiscio, via Adua. Tutti nomi tanto esotici quanto lo erano le colonie italiane. «Questo posto una volta lo chiamavano il Cairo.» Non c'entra niente l'Egitto, è che questo posto, prima, era come un deserto, ma un deserto tutto verde, fatto di pianura, di campi, di niente. Poi c'è venuta la ferrovia, poi la grande fabbrica OMI, poi un campo volo e poi le case per quelli che lavoravo nella fabbrica e che venivano dalla campagna, che dalle finestre vedevano un deserto tutto verde, e di notte non vedevano niente, perché era tutto buio al Cairo. Poi la fabbrica è fallita e il quartiere ha iniziato ad ospitare immigrati, soprattutto arabi, i cinesi sono rimasti nel quartiere davanti alla vecchia stazione dei treni.

Adesso è un posto pieno di cantieri. Ci sono questi grandi pannelli che si chiamano render, che ti fanno vedere il futuro. A vederli sono come delle fotografie, come delle istantanee, ma del futuro. Così anche se nessuno conosce il futuro però c'è sempre qualcuno che anche se non lo conosce vuole che sia come gli pare e così dà dei soldi a delle persone che glielo disegnano come vuole e poi lo costruiscono così come si vede nell'immagine enorme, che non è una fotografia, ma la resa grafica di un oggetto o di un'architettura, a partire da numeri matematici, dati, algoritmi. Non c'è mica scritto immagine a puro scopo illustrativo, deve essere tutto vero: tra un po' di anni al quartiere Santa Croce ci cammineranno queste persone che ci sono nell'immagine del futuro, mangeranno un gelato seduti su blocchi in cemento, usciranno con gli zaini o le cartelline in mano dai loro luoghi di lavoro, perché qui ci saranno dei luoghi di lavoro, delle piccole aziende, start up si chiamano, e poi ci saranno i bambini che giocano, perché nelle immagini ci sono sempre dei bambini che giocano, sul cemento.


Siccome eravamo in anticipo siamo entrati dentro alla grande fabbrica di treni e aerei. Ci sono dei cartelli con su scritto divieto di accesso, ci sono delle porte che sono state chiuse con il cemento, ma basta spostare una transenna e attraversare un fosso poco profondo. Così non si può entrare, ma si riesce a entrare. Su un muro c'è scritto: LASCIAMO L'ARTE ALLE VOLPI.

Dentro è uno spazio molto grande, perché ci stavano i treni e gli aerei e adesso tutto il cemento si sta sbriciolando e si confonde di nuovo con la terra, con il fango quando piove. Fogli per terra, stanze svuotate, i pavimenti sono rigati e i muri cosparsi di macchie d'umidità. Le piante si arrampicano dall'ingresso dentro le finestre, gli uccelli hanno costruito nidi negli angoli dei muri. Scrivanie vuote e coperte di polvere e calcinacci sono rimaste appoggiate di fronte alle finestre che non ci sono più, che sono solo dei buchi nel muro. Per terra ci sono elenchi, registri, cataloghi e fatture che riportano nomi, date, timbri ufficiali, documenti che una volta devono essere stati importanti e riservati, e che ora sono stropicciati dall'umidità, macchiati da escrementi di animali e di uomini; sono tornati ad essere cose tra le cose, prima che la carta si sciolga del tutto e la plastica resti lì qualche milione di anni. L'ufficialità burocratica ha lasciato il posto all'anonimato del fallimento, del pignoramento. In questo enorme colombare ci dormono diverse persone, nei periodi invernali dicono più di un centinaio. Donne e uomini che fanno con quello che hanno, qualcuno si è arredato una stanza che una volta era un bagno, ha tirato i fili per stendere, ci va a lavarsi con un secchio d'acqua, un materasso in un angolo con delle coperte, delle ciabatte ai piedi del materasso. In mezzo al capannone che una volta era la sezione avio, dove sul muro in alto compariva netta la scritta: operai ricordate! Che un vostro errore non denunciato costa la vita a chi vola, ecco in mezzo al capannone c'è una struttura a forma di igloo, ricavata con coperte, bastoni, all'ingresso una fila di scarpe, un pupazzo sporco di terra. C'è odore di monossido di carbonio, accendono fuochi per cucinare. Fuori c'è una palazzina gialla. «Quella è la casa dei ghanesi, da dove viene la musica.» Cucinano su un fornello a gas e hanno arredato una specie di salotto con divani e poltrone. Le persone vanno e vengono con le biciclette, attraversano i capannoni con le borse della spesa.

Sono diventati abili ad allestire spazi imitando gli arredi di un'ipotetica casa.


Fuori, davanti a uno degli ingressi c'era della gente che quella sera si era riunita per commemorare la strage del ventotto luglio millenovecentoquarantatre, quando nove persone erano state uccise durante una manifestazione nella quale i lavoratori della fabbrica chiedevano la fine della guerra. Così siamo usciti e siamo andati lì anche noi ad ascoltare la commemorazione. I nomi dei morti sono stati ripetuti a voce alta, le corone di fiori messe ai piedi di una lapide che una volta si trovava all'interno della fabbrica, nel luogo preciso nel quale era stata uccisa una donna, ma che poi era stata spostata fuori, in un capannone ristrutturato.

Quella mattina del ventotto luglio del millenovecentoquarantatre in pochi erano a conoscenza delle parole del maresciallo Badoglio «la guerra continua a fianco dell'alleato tedesco... gelosa custode delle sue tradizioni millenarie...» così in tanti erano convinti che, caduto il governo, la guerra doveva anche finire e loro si erano sentiti di doverlo chiedere ufficialmente, non si poteva lavorare quella mattina, si doveva uscire dalla fabbrica. Solo che quella mattina nessuno sarebbe uscito dalla fabbrica, molte persone erano scappate, molti erano rimasti feriti, nove persone avevano perso la vita. Tra questa nove persone c'era una donna non tanto alta, con i capelli lunghi neri e un sorriso leggero: Domenica Secchi quella mattina era incinta di otto mesi e rimaneva uccisa insieme ai suoi colleghi per via di un'incauta manifestazione di gioia e per via di alcuni ordine precisi, ordini scritti e di una sindrome di cui all'epoca nessuno sospettava l'esistenza: la sindrome di Eichmann. Obbedire agli ordini.

Qualcuno ha chiesto se si poteva entrare dentro, a vedere dov'è che gli avevano sparato agli operai, ma qualcun altro ha risposto che non si poteva entrare, per motivi di sicurezza, e così siamo rimasti tutti lì a guardare la lapide, un quadrato in marmo grigio appiccicato su un muro nuovo, che si vedeva che era stata messa lì dopo, e che era diventata solo una targa commemorativa. Poi una donna ha preso la parola, era un assessore mi pare, e ha fatto un discorso come si fanno i discorsi alle commemorazioni, sul fatto che non si devono ripetere queste cose, che è importante ricordare, che la memoria, per non far sì che si ripetano queste cose ed è andata avanti a ripetersi per un po'. «Ma non si può proprio entrare?» «No, ci dispiace, meglio di no.» E intanto dietro alle transenne si intravedeva la casa dei ghanesi e un uomo con un asciugamano che andava a lavarsi in un bagno senz'acqua.

Ma poi abbiamo cominciato a sentire della musica, stava iniziando il concerto. E così siamo andati tutti verso il parco dov'era stato allestito il concerto, gratuito.


E qui salto tutta un'ora e mezza di concerto, perché i concerti sono così, si beve una birra, ci si siede in un prato, si fuma, i più entusiasti si mettono nelle prime file e saltano, ballano. E salto anche tutte le parole condensate di noi due che siamo rimasti seduti nell'erba, abbiamo bevuto una birra piccola, la meno cara, perché in quel periodo lì Marco prendeva la Naspi, la nuova assicurazione sociale per l'impiego, che si traduce con disoccupazione, e io in quel periodo lì lavoravo in un magazzino con un contratto da facchino e mi facevo pagare l'assicurazione della macchina da mia madre, e anche il dentista. E lui aveva finito il tabacco e non abbiamo trovato nessuno che ce ne offrisse perché fumavano in pochi e così abbiamo fatto senza, come ci siamo abituati. L'assessore ha parlato anche prima del concerto e ha detto circa le stesse cose che aveva detto mezz'ora prima.

«Sì ma la storia è importante, bisogna studiare.» Faccio io. «Sì ma la storia è importante per me e te, che ci siamo affezionati. Ma a cosa ci serve poi la storia se non possiamo entrare dentro, se possiamo solo restare a guardare.» Mi risponde il mio amico.


«Veh, voi altri due, ve lo posso chiedere un lavoro. Sì, voi altri due.»

«Ci dica.»

«Ma cos'era stasera quel lavoro qua? Tutto questa cosa voglio dire, la musica, le luci, i poliziotti, ma chi la paga questa gente qua? No perché io dormo qua stasera, dormo per strada, al massimo nei capannoni, li vedete i capannoni, quelli là in fondo? Quella lì era una fabbrica una volta.»

E io che quando sento queste cose non ho mai voglia di rispondere, perché non so proprio mai cosa dire e avevo quasi una mezza idea di tirare dritto, perché cosa gli dici a uno che ti dice che dorme in mezzo a un piazzale e ti chiede che cos'era questa cosa qui, cosa gli dici, un concerto gratuito.

«Era un concerto, un concerto gratuito, è un gruppo musicale che parla di stato sociale, cioè, che vorrebbe che nessuno dovesse dormire qui in un piazzale.» Gli risponde il mio amico Marco.

«Sì bene, ecco io dormo qui. A cinquant'anni, dopo che per una via ho fatto il cuoco, ho lavorato in tanti posti io, poi è da un po' di giorni che si sente della musica ogni tanto, che ci sono degli operai che montano quella cosa, il palco, e io da dentro i capannoni la sentivo la musica e dicevo ma che cosa avranno da suonare, che noi altri dormiamo dentro a questi capannoni, ma cosa avranno da fare musica.»

Quando siamo usciti dal parco, prima che finisse il concerto siamo passati in mezzo a un cordone di poliziotti, vigili urbani, soccorritori della croce verde. Non ci hanno controllato come all'entrata, ci hanno detto buonanotte. E ci siamo incamminati verso il sottopassaggio della vecchia stazione dei treni e mentre camminavamo, senza dire una parola, abbiamo sentito una voce nel buio: veh, voi altri due, e c'eravamo solo noi due in tutto il piazzale, ci siamo anche guardati intorno, ma c'eravamo solo noi due e così ci siamo fermati e il signor P ci voleva offrire un bicchiere di plastica del suo vino nel cartone e ci ha stretto la mano e ci ha fatto delle domande, voleva sapere che cos'era tutto questo, che bisogno c'era di fare musica, e ci ha raccontato del suo mestiere di cuoco, con un accento della pianura che chissà da dove gli era saltato fuori, perché il signor P era tunisino e non ha neanche vissuto tanto nella pianura e quando ci ha salutati, dopo un po' che eravamo lì a parlare ci ha detto Inshallah e a me ha baciato la mano.

Abbiamo continuato a camminare in silenzio e a forza di domande anche a me mi veniva da chiedere che cos'era questa cosa qui, che cos'era il piazzale, il parco, la targa commemorativa, il signor P tunisino con accento della pianura e il vino nel cartone, i poliziotti, la vecchia stazione dei treni, era tutta una cosa talmente non si sa cosa che Marco a un certo punto ha detto, dal nulla, che uno scrittore delle pianure ci avrebbe scritto un racconto su questa serata di agosto che faceva un caldo porco e che tornavamo a casa attraversando il sottopassaggio della stazione dei treni.

Nel parcheggio delle corriere c'erano dei ragazzi in bicicletta che giravano a zigzag tra le pensiline, al buio.

Sul tabellone degli orari scorreva in arancione la scritta: 00:50 mercoledì 10 agosto Piazzale Europa.

Il sottopassaggio della stazione era pieno di tag, di scritte sui muri: PAPA FRANCESCO, banda AMIANTO, Urban Lives.




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