Recensione / Review | I ragazzi della Nickel / The Nickel Boys di Colson Whitehead

Colson Whitehead è una delle più interessanti voci americane di questo momento storico, ma voi lettori italiani probabilmente non lo sapete. Non è strano, non dovete preoccuparvi. Non siete voi a essere in difetto: lo è l’editoria italiana. Il mercato è piccolo, l’offerta è povera, gli autori sono egocentrici. In un panorama tutt’altro che favorevole, Yawp vuole essere l’anomalia: l’immenso spazio virtuale ci permette di avvicinare mondi diversi. Qui si spende il nostro impegno, col debito aiuto di The Serendipity Periodical, che non possiamo evitare di ringraziare. Ciò che vogliamo costruire è un punto d’incontro, oltrepassare le frontiere linguistiche e nazionali per prendere il meglio. Speriamo di ispirare voi, i lettori, gli editori, e chiunque sia insoddisfatto a cercare ancora, con la consapevolezza che il mondo è pieno di storie interessanti, oltre quelle che ci propongono. Cerchiamo ancora.

Michelangelo Franchini


ITA.

I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead (Fleet, 2019).

Colson Whitehead è un autore che abbiamo già introdotto su YAWP e che troppa poca risposta ottiene dai lettori italiani. Scrittore afroamericano, si spreme nel nome dell’uguaglianza sociale delle minoranze dall’inizio della sua carriera – Withehead ha esordito nel mondo dell’editoria con L’intuizionista nel 1999 e, da quel momento, non si è più fermato.


Con I ragazzi della Nickel (Mondadori, 2019), la strada continua.


In questo breve romanzo, appena sopra le duecento pagine, lo scrittore racconta una storia che, in Italia, è stata descritta come truce e macabra; la verità è che le vicende di Elwood, il protagonista del romanzo, sono semplicemente reali. Le sofferenze psicofisiche degli uomini e delle donne nere (queste ultime rappresentate idealmente dalla nonna di Elwood, Harriet), sono descritte in maniera magistrale, ma soprattutto schietta, perché l’autore stesso è inevitabilmente il prodotto della sofferenza di intere generazioni di uomini e donne nere prima di lui, un trauma ormai radicato nel DNA della comunità nera – così come è radicato il trauma della persecuzione sistematica nella comunità ebraica internazionale o quello della mancanza di una patria negli apolidi.


Inutile continuare a insistere sul talento di Colson Whitehead, soprattutto dopo una brillante carriera universitaria a Harvard e l’endorsement di John Updike, nel 2001, sul New Yorker.



Whitehead can try too hard (“Thick black mustaches shrub beneath their nostrils, intrepid vegetation on petrous faces”), but generally his writing does what writing should do; it refreshes our sense of the world, as when the hissing of steam heat is described as “sonic adipose” and a pedestrian’s eyes greet “the steel-eyed cop on the corner with the sun in his buttons.”[1]



Con queste premesse, è facile capire perché Whitehead sia un autore pluripremiato in America, ma è altrettanto difficile accettare il fatto che il lettore medio italiano – abituato a una prosa borghese, principalmente maschile, di respiro breve, che raramente esce dal proprio seminato – si approcci con fatica a un autore del genere.


È indubbiamente un’avventura affrontare anche il linguaggio di Whitehead, nell’edizione originale (Fleet, 2019). C’è necessità di masticare da molto la lingua inglese per capire le sottigliezze del linguaggio (pur molto consistente) di Whitehead, che non consiglieremmo a un lettore naïve; lo stile di questo autore non è qualcosa a cui ci si può avvicinare con atteggiamento inesperto e non è, comprensibilmente, facile trovare il coraggio per metabolizzare una serie di eventi del genere – che però, come abbiamo già detto, la comunità nera ha già assorbito, e continua ad assorbire, in un processo visceralmente traumatico.


Le forme quotidiane descritte da Whitehead sono lontane dall’idea che uno, in Italia, possa avere della difficoltà dell’arrivare a fine mese; è complicato, per il lettore bianco, empatizzare con un giovane nero che, poco dopo la fine della segregazione razziale, si vede costretto ad accettare il fatto che questa non finirà con un semplice decreto-legge. La potenza razzista che guida i bianchi a essere disgustati dalla presenza di un afroamericano e alcuni afroamericani a odiare se stessi, vittime di quel processo che viene chiamato “razzismo interiorizzato”, pare non avere fine – e non ne ha. A quest’ultimo gruppo potrebbe apparentemente essere ascritta Harriet, la nonna di Elwood: una donna sola che, alla luce delle manifestazioni per i diritti dei neri nei primi ’60, il periodo storico in cui è ambientato I ragazzi della Nickel, preferisce rimanerne fuori – se non fosse che, in realtà, questo personaggio femminile non ha altro che la necessità di sopravvivere in un ambiente tanto minaccioso. La sua scelta può essere spiegata alla luce della sua esperienza di vita, dalla quale Harriet, nel bene e nel male, non riesce a sottrarsi: Harriet ha perso il marito, ha perso la figlia e si è ritrovata sola con un giovanissimo nipote da crescere. Il suo desiderio più grande è che Elwood diventi un uomo, un uomo buono, tranquillo, e lo vorrebbe soprattutto desideroso di sopravvivenza così come lo è lei, che tanto ha perso nella vita e altrettanto non vuole più perdere. Il fatto che lei e suo nipote siano una famiglia nera non rende chiaramente facile il lavoro di una madre single surrogata, con un lavoro da svolgere al meglio delle sue capacità e del cibo da portare in tavola. Quando, infatti, Harriet scopre la grande passione che suo nipote nutre nei confronti del reverendo King – che verrà assassinato solo pochi anni dopo le vicende di questo romanzo, nel 1968 – la sua reazione è violenta, giustificata dalla sua ancestrale paura di perdere l’unica cosa che gli è rimasta della figlia: Elwood.


Da parte sua, Elwood è un ottimo allievo di Martin Luther King, non solo perché ascolta con devozione gli insegnamenti di MLK, ma soprattutto perché li mette in discussione. Quando Elwood scopre di avere l’occasione di andare al college nonostante le sue evidenti difficoltà economiche, decide di fare l’autostop per andare a lezione, ma si ritrova, per pura casualità, a viaggiare insieme a un ladro di automobili e la polizia li intima di accostare («L’agente aveva tirato fuori la pistola. “La prima cosa che ho pensato quando mi hanno detto di cercare una Plymouth” disse. “È che il ladro poteva essere solo un negro.[2]”») le disgrazie di Elwood cominciano a prendere una forma concreta.


È parzialmente per caso e parzialmente a causa della sistematica criminalizzazione dell’uomo nero che il protagonista si ritrova ad essere studente/prigioniero della Nickel – che Whitehead ha basato sulla reale esperienza della Dozier School for Boys di Marianna, Florida, esplorando gli archivi del Tampa Bay Times e studiando Report on the Investigation into the Deaths and Burials at the Former Arthur G. Dozier School for Boys in Marianna, Florida (University of South Florida, 2016) oltre ad altri volumi, spesso di reduci della Dozier, che hanno descritto la loro esperienza nella scuola/riformatorio in resoconti come The White Boys: An American Tragedy (Roger Dean Kiser) e The Boys of the Dark: A story of betrayal and Redemption in the Deep South (Robin Gaby Fisher, Michael O’McCarthy, Robert W. Straley). «“La cosa peggiore che mi sia mai successa in cella d’isolamento mi succede tutti i giorni. È quando mi sveglio[3]”».


Nella seconda parte del romanzo di Whitehead, il lettore potrà trovare una serie di episodi che spiegano l’inizio apparentemente ingiustificato: così come alla Dozier, gli “studenti” della Nickel vengono regolarmente vessati e torturati e, quando periscono, i loro corpi vengono nascosti in maniera tale che nessuno venga a sapere che per “morte naturale” si intende “omicidio preterintenzionale”. Inoltre, nonostante lo sfondo apparentemente “positivo” dell’inesorabile corsa verso la parità sociale – quella innescata da coraggiose prese di posizione come quella della giovane Rosa Parks nel ’55 a Montgomery, Alabama –, Whitehead contrappone un’esistenza non solo sfortunata, ma ancora caratterizzata dalla persecuzione bianca. Elwood è convinto che gli insegnamenti del reverendo King siano giusti e mossi dalle uniche convinzioni morali che potranno liberare le sue sorelle e i suoi fratelli dall’oppressione quotidiana, ma questo non gli permette di uscirne vivo.


Il finale dei Ragazzi della Nickel è, infatti, un’ottima maniera per descrivere l’insignificanza di una vita nera agli occhi di una società principalmente bianca: quando Turner, altro studente/detenuto, prende il nome di Elwood per riuscire a evadere con successo dal riformatorio-lager, Whitehead mette magistralmente in evidenza quella che potremmo chiamare noncuranza sociale nei confronti del protagonista morto e di tutte le precedenti vittime della Nickel – di conseguenza, della Dozier. Turner riesce infatti a vivere tranquillamente per vent’anni senza che nessuno si renda conto che lui non è chi dice di essere e il finale del romanzo descrive un ritorno privo di ostacoli, nel suo ritorno alla Nickel. Turner dice di non sapere se sia ricercato o meno, ma che deve tornare e quando torna, nulla di spiacevole accade se non un nuovo confronto con la Madre di tutti i suoi traumi.


I ragazzi della Nickel non è un romanzo dal finale edificante, non lascia nel lettore un retrogusto di speranza nei confronti del futuro. C’è una forte rassegnazione nell’ultimo capoverso del romanzo, in cui Turner fa tappa al Richmond, luogo dell’infanzia di Elwood: «Se fosse stato meno stanco avrebbe forse ricordato quel nome da una storia che aveva sentito quando era giovane, su un ragazzo che amava leggere racconti di avventure in cucina, ma in quel momento gli sfuggì. Aveva fame e lì servivano tutto il giorno, e questo gli bastava»[4]. A Turner/Elwood non rimangono più forze per cercare vendetta o odiare i suoi carnefici, gli assassini del primo Elwood, morto sotto i colpi di fucile degli schiavi della Nickel Academy, traviati dal sistema carcerario.


Jack Turner, dopo aver rivelato il suo furto d’identità all’amata Millie, ripercorre la strada al contrario e torna indietro fino al punto di partenza, laddove non troverà più Harriet, morta a un anno di distanza dal nipote, e non troverà più Elwood; il Richmond di adesso non è più il Richmond in cui Elwood leggeva racconti d’avventura e faceva finte gare di asciugatura dei piatti in cucina e Turner è troppo vecchio ormai per ricordare i racconti del suo vecchio amico morto. Può solo raccontare.


Note.

[1] J. Updike, Tote that ephemera. An abitious new novel from gifted writer, apparso sul New Yorker il 29 Aprile 2001, https://www.newyorker.com/magazine/2001/05/07/tote-that-ephemera. [2] C. Whitehead, I ragazzi della Nickel, Mondadori, Milano, 2019, p. 45. [3] Ivi, p. 212. Citato da: N. Penn, Buried Alive: Stories From Inside Solitary Confinement, GQ. [4] Ivi, p. 209.

Per acquistare il volume in italiano qui. ISBN: 9788804713227

Per acquistare il volume in inglese qui. ISBN: 9780708899403


ENG.


The Nickel Boys by Colson Whitehead (Fleet, 2019),

Colson Whitehead is a well-known author among YAWP readers, but he is not as known as we wish to the average Italian readership. The Afro-American author always stood up for social equality and minorities in general since his debut novel, The Intuitionist, published in 1999, and, from that moment, he never stopped.


The Nickel boys (Fleet, 2019) follows this path.


In this two-hundred-page novel, Whitehead tells us a story that, according to the Italian press, was morbid and violent. The truth is that the protagonist’s experiences - Elwood’s experiences - are real. The psycho-physical pain endured by black people (portrayed by the character of Harriet, Elwood’s grandmother) is represented in a magistral way. Whitehead is able to convey in a blunt but sincere style the suffering of entire generations, a whole ethnic group scarred forever. The author himself is, inevitably, the product of the suffering of entire generations of black men and women before him, a trauma rooted in the DNA of the black community – as well as is rooted the trauma of systematic persecution in the Jewish community or the trauma of the lack of a homeland, in the numerous country-less communities around the world.


Colson Whitehead’s talent speaks for himself: he started with a brilliant University career at Harvard and received the endorsement by John Updike on The New Yorker in 2001.



Whitehead can try too hard (“Thick black mustaches shrub beneath their nostrils, intrepid vegetation on petrous faces”), but generally his writing does what writing should do; it refreshes our sense of the world, as when the hissing of steam heat is described as “sonic adipose” and a pedestrian’s eyes greet “the steel-eyed cop on the corner with the sun in his buttons.”[1]



With this premise, it is easy to imagine why Whitehead is an award-winning author in U.S., as much as it is hard to accept that among the Italian readers - who are used to a bourgeoise prose, mainly written by men, and that always deals with the same topics - he has not reached a lot of success.


For the non-native-English speaker, Whitehead’s style is without a doubt challenging. Understanding every detail of the book is very difficult; it is not a recommended reading for those readers who don’t have a strong knowledge of English language. Not only that, the style of this author is not something that could be approached with an unexperienced attitude. This complex style accompanies an equally complex matter that is hard to process, a series of events that, as we said before, the black community already processed and continues to do so in a deep inner traumatic way.


The daily life described by Whitehead is very distant from the idea that the Italian audience has about not making it to the end of the month; it is very complicated for an Italian to sympathize for an American young black man who has to accept that racial segregation is not going to end with a decree law. The racism that runs among white people leads them to feel disgust when in presence of Afro-American people and this leads Afro-Americans to feel hate for themselves. They are victims of the process known as “interiorized racism” and that seems to have no end, even today. To the latter group belongs the character of Harriet, Elwood’s grandmother, a lonely woman who prefers to steer clear from the fighting for black people’s rights that occurred in the 60s, the time in which the novel The Nickel Boys takes place; the truth is this female character only wants to survive in such a threatening environments. Her choice can be explained by analyzing her life experience, considering both the bad and the good from which she cannot run from: Harriet lost her husband, her daughter and found herself with a very young nephew to raise. Her greatest wish is for Elwood to become a good man, a quiet man, someone who strives to survive just like her, someone who lost many things in life and fights so to protect what is left and more. Of course, the two being a black family does not make things easier for a single stepmother who struggles on her day job and brings the food home every day. As a matter of fact, when Harriet finds out about Elwood’s deep admiration for reverend King - who will be murdered shortly after the end of the novel, in 1968 – she has a violent reaction that reflects her ancestral fear of losing the only thing left by her daughter: Elwood.


On the other side, Elwood is devoted disciple of Martin Luther King; not only because does he listen to his teachings, but also because he questions them. When Elwood finds out he has the chance to go to college despite his financial situation, he decides to go to class via hitch-hiking. The problems start when, by chance, he found himself traveling with a car thief and the police ask them to pull over («“The deputy had his gun out now. “First thing I thought when they said to keep an eye out for a Plymouth” he said. “Only a nigger’d steal that.”[2]») all Elwood’s troubles start to take a tangible shape.


It is partially because of chance and because of the systematic criminalisation of black people that the protagonist understands that he is both a student and a prisoner in Nickel - the school is based upon the real experience of the Dozier School for Boys in Marianna, Florida, as he analysed the Tampa Bay Times archives and studying the Report on the Investigation into the Deaths and Burials at the Former Arthur G. Dozier School for Boys in Marianna, Florida (University of South Florida, 2016). He also read other books by people who studied at Dozier and reported their experience in the reformatory school, such as The White Boys: An American Tragedy (Roger Dean Kiser) and The Boys of the Dark: A story of betrayal and Redemption in the Deep South (Robin Gaby Fisher, Michal O’McCarthyy, Robert W. Straley). «“The worst thing that’s happened to me in solitary confinement happens to me every day. It’s when I wake up”[3]».


In the second half of Whitehead’s novel, the reader will come across a series of episodes that explain the apparently unmotivated beginning of it. As well as at Dozier, the students were regularly tortured and harassed at Nickel, and, when they perish because of the tortures, the bodies were hidden in order to conceal that when the write “natural death” is meant “premeditated homicide”. Moreover, even if there is a general “positive” background because of the inevitable run for equality-like the wave of positivity ignited by young Rosa Parks in Montgomery, Alabama in 1955 – Whitehead compares this general atmosphere with the story of a single individual that is marked not only by misfortune, but is characterized by white oppression against black people. Elwood strongly believes that Martin Luther King’s teachings are right and moved by moral beliefs that will set his brothers and sisters free from daily oppression, but this doesn’t save his life.


The epilogue of The Nickel Boys is a great way to describe the insignificance of a black person’s life to the eyes of a mainly white society: when Turner, a fellow student of Elwood’s steals his name in order to escape from the reformatory/lager school, Whitehead highlights in a magistral way what we could call social neglect: by stealing the name of the dead protagonist we can see how flawed and neglectful society is towards the victims of the Nickel - and so, of Dozier. Turner manages to live for twenty more years without anybody noticing he is not who he claims to be. In the end, he goes back to Nickel, he is not sure if he is wanted by the police or not, but he states that he needs to go back and when it happens nothing bad would occur to him; the only thing is that he has to face his own deeper trauma.


The Nickel Boys is not a novel with an uplifting finale; the reader is not left with a taste of hope about the future. There is a strong feeling of resignation in the last paragraph of the book, in which Turner returns to Richmond, the hotel of Elwood’s childhood: «If he had been less tired he might have recognized the name from a story he heard once when he was young, about a boy who liked to read adventure stories in the kitchen, but it eluded him. He was hungry and they served all day, and that was enough»[4]. Turner/Elwood is left with no energy to pursue any sort of revenge or hate his slaughters, the killers of the first Elwood, died for a bullet shot by the slaves corrupted by the prison system of Nickel Academy.


Jack Turner, after confessing the identity theft to his beloved Millie, walks the path backwards until the starting point; he won’t find Harriet anymore, dead the year before her nephew, and he won’t find Elwood. The Richmond itself is not the Richmond in which Elwood read adventure novels and created dish-drying competitions in the kitchen anymore; Turner himself is too old to remember the tales of his dead old pal. He can only tell a story.


Translated by Simona Ciavolella.



Note. [1] J. Updike, Tote that ephemera. An abitious new novel from gifted writer, apparso sul New Yorker il 29 Aprile 2001, https://www.newyorker.com/magazine/2001/05/07/tote-that-ephemera. [2] C. Whitehead, The Nickel Boys, Fleet, London, 2019, p. 40.

[3] Ivi, p. 2010. Quote by: N. Penn, Buried Alive: Stories From Inside Solitary Confinment, GQ.

[4] Ivi, p. 208.

You can buy the book in Italian here. ISBN: 9788804713227

You can buy the book in English here. ISBN: 9780708899403

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