Recensione | Attraversare i muri: la vita, l'arte di Marina Abramovic

Aggiornato il: 24 dic 2019

La prima cosa che viene in mente è che parlare dell'opera o della vita di Marina Abramovic è la stessa cosa perché Marina Abramovic è la propria arte. Questo è forse il lato più affascinante e controverso della performance art: un'arte immateriale. La prima cosa che viene da pensare dunque è: cosa c'è di diverso dal teatro? Questa domanda diventa ancora più difficile se si pensa a un certo tipo di teatro – il teatro di Carmelo Bene.


L'inseguimento dell'irriducibile accomuna l'atto e la performance, e forse proprio la performance è l'irriducibile al più alto livello di sintesi. Una volta iniziata la performance, spiega infatti Marina, non sai cosa può accadere. Questa frase risuona di ulteriore solennità se si tiene conto del fatto che le performance di chi l'ha scritta molto spesso includono digiuno, privazione del sonno e sono quasi sempre potenzialmente mortali. Il naturale scetticismo che ci nasce di fronte a questa forma d'arte, che pure non è nuova, è secondo me un impulso sano e doveroso quando non si trasforma in pregiudizio.


La difficoltà pertiene proprio all'immaterialità: un'arte che non lascia tracce sembra sbagliata. Un'arte che non rientri in determinati e ben definiti confini estetici, questo è quasi intollerabile. La difficoltà di immaginare l'artista come un atleta. Perché l'arte di Marina Abramovic e di molti altri performance artist è prima di tutto atletica. Rigorosi allenamenti, digiuni, viaggi ai confini della terra per imparare tecniche meditative da aborigeni e monaci buddisti. Ma perché questa componente atletica dovrebbe essere un elemento squalificante? Riportare il tutto su una dimensione fisica comporta molti rischi, molte cicatrici. È indispensabile che l'artista sia disposto a rischiare la propria stessa vita.


L'arte coreografata, all'interno di un dato spazio e di un dato tempo, secondo un progetto coerente, è qualcosa di molto simile al teatro e alla danza. La stessa Abramovic ha realizzato effettivamente dei filmati e degli spettacoli teatrali in alcuni momenti del proprio percorso. La documentazione, ci dice, è importante; il sottinteso è che sia importante a posteriori. A posteriori significa – e qui è il punto fondamentale – che non è sostitutiva della performance. Nulla è sostitutivo della performance perché la performance è l'attimo immanente. La struttura della performance non può contenere la sua attuazione.


Ecco l'atto che si svincola dall'azione. Durante “Incision in space” un ubriaco brandì una bottiglia rotta contro Marina Abramovic. Lei continuò a correre, l'uomo venne spostato all'ultimo. La performance non può essere interrotta: ecco l'arte. Continuare a correre vedendo i cocci affilati. Naturalmente la performance è replicabile, ma mai nella stessa maniera. Chiunque può farlo, ma non lo farà mai allo stesso modo. La documentazione è un detrito, l'atletica dell'arte è tutto nel momento, quello sì, imponderabile. Il sentimento del momento, tanto del pubblico quanto del performance artist, anche quello è imponderabile. In un'intervista, Marina Abramovic consiglia di bere un bicchiere d'acqua in tre ore. Il gesto così diventa qualcos'altro. Non più l'azione per un fine ma l'atto da solo. L'estetica come fine. Ma un'estetica immanente, appunto.


Una nota storico-epocale: che sia un'arte così, fenomenica, l'arte del futuro? Naturalmente, una locuzione come “arte del futuro” è di una banalità così esasperante da far pensare al titolo di un editoriale. E tuttavia, seguitemi: in un'epoca in cui l'accumulazione materialistica si fa metafisica e solipsistica, forse l'arte migliore è proprio quella immateriale, che si consuma nell'atto stesso di realizzarsi. Inizia, ed è finita. Certo: è replicabile. Chiunque può – pagando i diritti – ricreare una performance di Marina Abramovic di un altro dei tanti bravi e meno conosciuti performance artist, ma il concetto della performance è nulla rispetto a metterla in atto. Chiunque può farlo, chiunque può fare arte. Come si fa, nel concreto? La Abramovic dice: è come respirare, non ti chiedi come si fa, lo fai – altrimenti muori. Lei stessa nella sua vita ha passato il momento del furgone. Lo stesso momento che molti grandi attraversano prima di riuscire a vivere di ciò che fanno, e che per questo è un po' uno spartiacque: sei disposto a vivere in un furgone senza possedere nulla per continuare a fare ciò che credi di dover fare?


Senza dubbio, chi risponda sì a questa domanda è una persona, artista o no, padrona della propria vita. In un campo come quello artistico poi, il momento del furgone – che chiamo momento ma che può durare molti e molti anni – è quasi indispensabile – senza dubbio formativo. tutti possono decidere di attraversarlo, come tutti – con l'atleticità, la disciplina e la motivazione adatta – possono fare performance.


O, almeno, potrebbero; se solo lo volessero.

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