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Recensione | Autopsia di un corpo immaginario, Germano Innocenti

Che cos’è una Autopsia di un corpo immaginario (Ensemble edizioni, 2020) è forse l’ultima fatica letteraria di Germano Innocenti? Secondo il calendario delle pubblicazioni avvenute nell’anno che ci sta lasciando pare di si. E parlare di Germano Innocenti non mi è facile per una serie di motivi che vengo a analizzare e a elencare.




Senza avere alcuna pretesa critica o di natura esegetica, ma da semplice lettore, possiamo sostenere che Germano è un autore fuori misura; vale a dire un autore che per nostra fortuna, per noi che godiamo della lettura, esercita la propria fantasia fuori dal genere.


Il genere che si è venuto a palesare negli anni, almeno dalla nascita del romanzo che qualche storico della letteratura fa accadere attorno all’età preromantica, non è altro che una etichetta di comodo che i critici (che Carmelo Bene riteneva perlopiù inutili) hanno attaccato per una questione di oggettivazione esegetica.


Germano va al di là di tutto questo, al punto che al romanzo lui attacca al pollice del piede l’etichetta al corpo deceduto, sottratto alla fruibilità dei più: l’archetipo narrativo diventa qualcosa di altro. I gatti – ci suggerisce- dalla fretta hanno partorito cuccioli ciechi.


E probabilmente solo il romanzo o i racconti, comunque il corpo narrativo, che vive fuori dal genere – per una sua ontologia, per una ortogenesi propria- è un essere – e non un prodotto- finito. Il romanzo o il testo narrativo è un Uomo finito, tanto per citare Papini.


Un uomo finito; vale a dire completo o in via di completezza. Il testo narrativo è dunque l’uomo papiniano in cerca di accrescere la propria conoscenza e il proprio essere semplicemente vivendo. La vita ho infatti il vago sospetto – e questo Germano lo sa bene- la si guarisce solo vivendo. Fuori dalla vita c’è il posticcio, il prodotto costruito a tavolino promosso da qualche cuor di leone di editore italiano, o peggio ancora da qualche editor da domenica mattina.

Per fare dei racconti, come per un romanzo finito, bisogna quindi fuori uscire dal genere, andare oltre, visitare costantemente il margine.


Ecco allora che se si fa questo, se si pratica questo modus operandi, ergo che il posticcio, il finto della finzione o la falsa finzione, l’apocrifa che ci hanno abituati a vedere sui banchi delle librerie o negli autogrill scompare e non ci resta altro che appenderle il cartellino in attesa della autopsia.


Innocenti è quindi uno scrittore di razza, che non è imprigionato dalle logiche preconcette, da quelle di un mercato che in teoria sarebbe impossibile, Pasolini stesso diceva che la poesia non è merce. E non lo può essere nel modo più categorico. Ciò che si può commerciare, ciò che si presta alla simonia della fiction è senza dubbio il posticcio: il romanzo morto, l’uomo in bilico.

Polemiche a parte, è chiaro che Innocenti ci ha da sempre abituati al bello, a dei lavori che vanno dalla prosa d’arte (così detta poetica) alla poesia più minimalista degli haiku.


E conoscendolo so bene quale sia la sua capacità di analisi, lui stesso critico cinematografico per diverse testate. E la capacità analitica in questo ultimo libro, ne Autopsia di un corpo immaginario, va ad analizzare le parti più nascoste dell’uomo, il margine che è indispensabile trovare, il corpo di quell’uomo finito che appunto non c’è in quanto allontanato per fare posto ai posticci di qualche editorucolo di troppo. D’altronde, d’altro canto, Sartre sosteneva che della pagina la letteratura è il margine bianco, il non detto.


Altro aspetto che salta all’occhio di noi lettori è certamente l’aspetto gioioso che questa autopsia ci porta. Si tratta di un modo di affrontare l’esistenza, di giocare con il morto – il prodotto editoriale- e farne una vivisezione straordinaria la cui allegria del naufrago, sfocia nel compimento del finito. E questa gioia la si trova solo stando al margine, come nelle pagine più belle di Miller ; di un margine inventato, fantasticato, il più delle volte voluto ma schietto e sincero. Questa gioia della vita anche nel cieco dolore porta il nostro a combinare la pagina verso una logica sua, apparentemente di-versa.


Nei racconti che compongono la raccolta Innocenti sperimenta e cuce tra di loro registri lingustici e di stile lontani. Al registro giornalistico della intervista nuda e cruda – anche se finta, non reale- salta a quello letterario; e tutto questo, la vertigine degli apogei non ci fa minimamente accorgere della immensa e paurosa voragine degli abissi. L’autopsia di Germano è quindi un’opera di stile. Una ricerca continua, un cantiere aperto dell’uomo finito. Un gioco senza esclusioni di colpi, un massacro di laboratorio nei confronti del romanzetto in provetta e commerciale. Il corpo invisibile, il fantoccio ne esce quindi distrutto. Neve sciolta al sole.

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