Recensione | Azzorre, di Cecilia Giampaoli

Un’isola, un viaggio che inizia con una benedizione e finisce con un abbraccio, un diario che ricuce la bambina alla donna, ma per quanto mi riguarda il romanzo Azzorre di Cecilia Giampaoli, edito da Neo Edizioni, rimarrà simboleggiato da una fetta di formaggio Gruviera, come quello che fa venire l’acquolina in bocca a Tom e Jerry.

Io mangio il formaggio e tu i buchi, diceva papà quando ero piccola e io ci cascavo barattando perfino il dado, che era l’allora Carosello 2.0, per quelle gallerie cieche da scavare col dito.

Proprio dall’immagine del formaggio svizzero prende il via un modello di analisi del rischio: ogni fetta è una barriera contro un dato pericolo e ogni buco è la criticità; l’incidente è l’allineamento scientificamente possibile ma statisticamente non probabile di tutti quanti i buchi. Guardi dentro e vedi dall’altra parte di un formaggio che si spezza prima ancora che il lattaio lo incarti per bene, cibo troppo cedevole per garantire le qualità organolettiche, vulnerabile.

Ci vuole dunque una sommatoria anomala di fattori, alcuni di esecuzione e altri latenti, per far cadere un aereo; incominciando da Icaro, il volo è il tentativo sfidante della natura umana di decollare verso Dio ma è irrimediabilmente rischioso. La cera si scioglie, i buchi si allineano, c’è una nebbia come la panna del latte che grava sull’isola di Santa Maria, Arcipelago delle Azzorre, la comunicazione con la torre di controllo è disturbata, errori di calcolo dell’altezza e della pressione: il Boeing 707, partito da Orio al Serio, si schianta: 7 febbraio 1989: morti tutti, passeggeri e membri dell’equipaggio. A Pico Alto, in mezzo agli alberi distrutti dalla carlinga dell’aereo, rimangono solo pezzi del velivolo e di quanti volavano con le valige piene di vestiti da mare.

A trent’anni di distanza Cecilia torna a Santa Maria per raccogliere un po’ di ricordi e riempire la bara di suo padre, rientrata in Italia già chiusa. Cosa è rimasto di te là dentro, papà? I soccorritori sono riusciti a distinguere la tue caviglie sottili, la mano dove portavi la fede, la cintura dove avevi fatto un ultimo buco con un chiodo perché eri dimagrito? Immagino che una figlia si faccia domande del genere e per dare senso al disastro, Cecilia Giampaoli vola sull’isola senza programmare niente, lasciandosi portare dagli eventi, aperta alla natura selvatica e a tutto ciò che è nuovo per scrivere della fine di suo padre e di chi viaggiava con lui. Se non è possibile salvare il corpo, che si salvi la storia.

Azzorre è un diario di viaggio dove il viaggio è il gomitolo di un dolore che si dipana. Lo stile è quello del quaderno dove raccogliamo i nostri pensieri, con l’enfasi e le ingenuità, le piccole omissioni e le grandi rimozioni di quando mediamo fra noi e il mondo. Scrivere un romanzo partendo da un diario, è un modo di tornare indietro per guardare in lontananza. Accettare le perdite. Fare di piccole tracce – emblematico il particolare del pezzo di bambola che Cecilia porterà con sé – camei e reliquie.

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