Recensione | Cadrò, sognando di volare, di Fabio Genovesi

Cadrò, sognando di volare. È questo il titolo dell’ultima avventura tra le parole di Fabio Genovesi, un’avventura che ce ne fa vivere un’altra: quella del ciclista Marco Pantani. E tutto il racconto ci sembra di percorrerlo volando in sella con lui, che questo 13 gennaio 2020 avrebbe compiuto 50 anni.


Le turbolenze nella vita del giovane protagonista Fabio nel momento delicato in cui, posto davanti al proprio avvenire, si rende conto di aver perso di vista la propria strada, sono così accompagnate dalla scalata che un altro giovane ragazzo come lui fa nello stesso momento nel mondo del ciclismo, per diventare Marco Pantani.


È la scalata dentro un sogno, quello di Marco e quello che diventerà il sogno di moltissimi italiani, come Fabio, che da lui si fa accompagnare nell’esplorazione degli spazi dell’impossibile di cui troppo spesso abbiamo irragionevolmente paura. E il motore che alimenta il sogno è lo sforzo e la dedizione, la sofferenza, perché «è questo che fa un campione. È un inventore, un esploratore, un palombaro che si spinge negli abissi della sofferenza e ci cammina in mezzo».


Il romanzo ci immerge, allora, dentro queste avventure a partire da un luogo d’eccezione, di isolamento, che davvero sembra essere il luogo scelto dall’impossibile per avvicinarsi benevolmente ai personaggi e calarsi nelle loro vite: uno strano convento, vuoto e abbandonato da tutti, tranne che da qualche prete anomalo e pochi altri, anch’essi troppo eccezionali per un mondo normale. Qui il protagonista troverà molto più di quanto si aspettava, e quello che appariva soltanto come un prete scontroso e cinico diventerà, invece, un maestro nella vita del giovane Fabio.


A stringerli in un’atmosfera di sogno è ancora una volta quel ragazzo che diventa sotto i loro occhi una leggenda, e nello stesso magico anno, il 1998, è capace di vincere il Giro d’Italia e il Tour de France. Nella favolosa estate del racconto, i due si redimono a vicenda: il vecchio prete avrà finalmente il coraggio di uscire dal convento in cui si era rinchiuso, e Fabio quello di liberarsi dallo spettro delle aspettative che lui stesso, più che gli altri, si era imposto.


In uno stile trasparente, puro, sincero e vicino al lettore, Genovesi ci regala una meraviglia che è quella in cui vogliamo continuare a sperare. Egli ci ripete che quello in cui abbiamo smesso di credere può realizzarsi e accadere a noi, e oggi: ci dice quello che vogliamo disperatamente che qualcuno ci dica. Ci invita a crederci, «perché credere è tutto. Se ci credi, parti, e se parti, rischi di arrivare». E ci commuove con la sua storia che è una storia vera, è la storia di Marco Pantani, è la storia di Fabio, e può diventare la storia di chiunque, la nostra.


Il cinismo di Don Basagni lo ricorda: «Siamo tutti uguali. Le stesse paure le stesse speranze i sogni le attese le delusioni. Tutti uguali e banali da morire. Ma sai qual è la cosa più banale che abbiamo? Che ognuno pensa di essere diverso». Eppure basta proprio pensare di essere diverso e crederci, per compiere grandi imprese; e infatti sarà lo stesso Don Basagni a sottolinearlo: «la meraviglia delle imprese vere è questa: che ne fanno nascere altre mille!». Ed è in Marco, nel “Pirata”, che gli italiani bruciano, come una volta, davanti allo «spettacolo maestoso della fatica», alla «passione scellerata che torna a farci sanguinare».


Ma le grandi imprese e la passione che si portano dentro esigono anche abnegazione, forza spropositata e una costellazione di cadute dalle quali non è sempre facile e immediato rialzarsi. La scalata di Marco è stata anche una lotta, e ogni corsa una corsa con se stesso, nel ricordo di coloro a cui questo sogno era stato dedicato. Ogni traguardo e ogni successo, una vittoria contro le circostanze che troppo lo hanno sfavorito. E un passo più in là nel terreno di quell’impossibile che ha preso ad abitare. Quando gli venne chiesto come facesse a pedalare così forte in salita, Marco rispose che lo faceva per «abbreviare la sua agonia» e, come ammira il nostro narratore, è proprio quest’agonia che Pantani «trasforma in un impressionante, lacerante spettacolo».


Il sogno è impastato di sofferenza e fallimenti, di scacchi e rovesci della sorte, avversari da battere che non raggiungono mai la ferocia del più spietato, che è noi stessi. Le cadute possono superare di gran lunga i successi, e rischiare di lasciarci inchiodati a riconsiderare gli slanci con cui siamo partiti. Come per Pantani, fedele compagnia di viaggio ci sarà sempre la solitudine, e una solitudine «irredimibile», una di quelle così grandi «che se ti avvicini non puoi portarle compagnia, ma è lei a ingoiarti», come la sua.


Ma se Pantani ha smesso di correre in sella al suo sogno troppo presto, noi vogliamo immaginarlo ancora «avanti verso un traguardo che nessuno sa, nemmeno lui. Ma sarà splendido arrivarci». È il nostro autore che, allora, nella straordinarietà degli eventi che presenta, ci trascina lontano dal tempo e dalle nostre categorie abituali. Ci fa capire che non si tratta più di spingersi al di sopra delle proprie capacità, ma di penetrarle fino in fondo. Si tratta di non rinchiudersi in proiezioni false di sé, silenziando ciò che in noi reclama di vivere veramente, di non prestare arrendevolmente il nostro corpo e la nostra mente a nient’altro che al consumo, in una società che ha già tracciato il percorso per noi, ma di disperderci nel volo delle passioni e riscoprirci intimamente liberi, ciascuno «senza orologi, senza percorsi e direzioni, per sempre così, gli occhi al cielo, immortale».


Sembra quasi di esagerare sui toni di una magia a cui non siamo abituati e che di rado riconosciamo intorno a noi, ma la storia a cui il lettore si lega è un turbine di coraggio e determinazione che dovrebbe esserci di esempio. È una storia concreta, di sacrificio e impegno incondizionato. Un viaggio impetuoso e avventato in cui vogliamo anche noi essere «naufraghi stupendi alla deriva», e imparare a spostare come questo campione il confine tra il possibile e l’impossibile un passo più in là, quel confine «sottile e finto, tracciato da noi stessi come quelli tra i paesi, righe sulla terra e nella testa che diventano sbarre della prigione dove ci chiudiamo da soli».


E non è per le prigioni che siamo fatti, ma per percorrere le strade di questo folle viaggio del quale non sappiamo niente: «Non sai quanto durerà né dove ti porterà. Sai solo che sarà così, che per mille volte sciagurate e favolose ancora tu cadrai, e io cadrò. Sognando di volare».



Se siete interessati al libro, lo trovate a questa pagina: https://www.mondadoristore.it/Cadro-sognando-di-volare-Fabio-Genovesi/eai978880472196/

Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità, la frequenza dei post non è prestabilita e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale o una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001. Tutti i diritti sono riservati – barbaricoyawp.com; la redazione di YAWP prima di pubblicare foto, video o testi ricavati da Internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti d'autori o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso di materiale riservato, scriveteci a yawp@outlook.it e provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.