Recensione | Crocevia di punti morti, di Matteo Grilli

Rallegra che nel panorama letterario italiano si trovino prodotti tanto anticonformisti, con ciò intendendo prodotti che si pongano al di fuori della produzione letteraria comune, pregiandosi di un coraggioso sperimentalismo, capace di rompere una medietà divenuta routine e suggerire spunti nuovi per ciò che concerne la creazione di un oggetto romanzesco, sia per ciò che riguarda una struttura polifonica che possa vivacizzare la lettura, sia per una prosa schizofrenica che non teme i flussi di coscienza, seppur rielaborati nella poco letteraria versione del socialmediatico muro di testo.

Ma se lo sperimentalismo vivacizza, e certo non si può dire che ci si trovi di fronte a un libro mediocre o comune, è pure vero che questo stesso sperimentalismo allontana: l’estro creativo non sembra rispondere a una più generale idea letteraria quanto alla volontà, pur comprensibile, di una rottura netta con un modello letterario. E certamente la connotazione generazionale non manca, essendo il libro focalizzato su quattro protagonisti giovani e sui loro problemi, riportando quattro interessanti versioni di un ritratto non così comune com’è quello del giovane post-adolescente italiano bloccato in un limbo d’incertezza socioeconomica, e dunque anche affettivo-relazionale; lo straniamento provocato da una tale prosa, però, a quali criteri risponde, se ve ne sono? Se si tratta, com’era il caso del realismo isterico, di restituire alla letteratura quel potere di shock che la lingua ha perduto nella quotidianità, allora pare che lo scivolamento verso il barocco abbia preso il sopravvento; diversamente, se si trattasse, come si potrebbe dedurre dai numerosi inserti colloquiali, di una più vaga ricerca di una prosa nuova, allora non si potrebbe che suggerire all’autore di aggiustare il tiro, utilizzando la tecnica con più misura, concentrando la deviazione dalla norma laddove si vuole l’attenzione del lettore, che altrimenti si trova presto a proprio agio con questo pastiche fluviale di mistilinguismo a scopo mimetico, che cercando di ricreare una lingua parlata in tutte le sue sfumature, si diletta comunque eccessivamente con una commistione di registri che crea una discontinuità che impedisce l’assimilazione.

Per ciò che riguarda l’utilizzo di simbolismo post-kinghiano, non parrebbe adatta la scelta, specie se in consonanza con la cornice qui fornita: se l’ispirazione originale era legata a un fiabescamente horrorifico bildungsroman che, anche negli accessi di pathos, non pretendeva mai di rifarsi a una dimensione compiutamente mimetica, e che, soprattutto, defletteva sempre il nocciolo del discorso, qui il tema è fin troppo esplicito, e il recupero di un solo elemento non mantiene l’efficacia originaria, pur contribuendo a una narrazione interessante e certamente non poco originale.

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