Recensione | Cronofagia, di Davide Mazzocco

Più che uno studio sul tempo, il libro parrebbe essere uno studio sulla società, e la prospettiva temporale che adotta risalta come efficace indicatore del livello di alienazione che, se prima era accettata come giusto prezzo da pagare, adesso è la componente maggioritaria della vita di ogni essere umano dell'occidente civilizzato. Non si può fare a meno di fare un paragone con la Teoria della classe disagiata, il fortunato saggio di Raffaele Alberto Ventura (perla Minimum Fax che presto recensiremo), entrambi utili studi che gettano nuova luce su una società postcapitalista nella quale lo stesso lessico marxiano necessita aggiornamenti. Dalla Teoria, però, Cronofagia si distacca: non è c'è qui tanto una tesi da dimostrare, quanto il tentativo di rendere proficuo un nuovo tipo di osservazione e studio della realtà.


Perché di questo si tratta: mancando dell'impianto accademico della Teoria, Cronofagia si propone come saggio fruibile quanto solido, fornendo infatti continui riferimenti a dati e fatti di cronaca che, integrati in una prosa semplice e discorsiva, funzionano come dimostrazione e spunto allo stesso tempo.


Il punto di partenza viene da un'osservazione dei sottili modi con cui un capitalismo tecnofilo abbia eroso i confini del lavoro, creando nuove forme di profitto dall'accumulazione dei dati, e sostanzialmente indirizzando ogni attività umana all'interfacciarsi con un diverso tipo di consumo, e con la possibilità di aumentare in modo costante ed esponenziale quello stesso consumo, invitando allo stesso tempo a una produzione di contenuti virtuali da lasciar fruire, così dissolvendo la catena di montaggio all'interno di ogni ambito dell'esistenza.


Marx definiva il tempo di lavoro, indicatore della grandezza di valore, un segreto nascosto sotto i movimenti apparenti dei valori relativi delle merci: ed è esattamente così che si presenta anche oggi, un segreto nascosto dietro ogni illusione di libertà, il tempo del dopolavoro, pure eroso dalla fluidità dei ritmi lavorativi della società tecnocapitalista che, dietro una maggiore libertà altro non libera se non la catena di montaggio dagli involucri fisici, è in realtà rigidamente incanalato nella multimedialità dei colossi dell'intrattenimento, fast-food della spettacolarità in competizione col sonno nella corsa all'ingozzamento globale della dottrina consumistica: finisci la serie, smetti di dormire, guarda un'altra serie.


Il risultato è l'appiattimento: dell'encefalogramma, dell'entusiasmo, di ogni slancio vitale, e cosa peggiore per chi scrive: del linguaggio dell'arte visiva a una grammatica stereotipata e improntata alla mera efficienza degli scambi. Eppure anche di fronte al dogma ormai assorbito della produzione continua e del consumo costante scambiato per libertà, in quell'inversione che il maestro Orwell esemplificava coi rovesciamenti linguistici “guerra è pace” e “libertà è schiavitù” e che oggi è tristemente vera, non c'è da rassegnarsi: il libro infatti, per la fortuna di chi legge, non si rassegna allo sconsolato finale della Teoria, ma vuole anche fornire una serie di utili suggerimenti per riprendersi il tempo, anche qui estrapolati da esempi reali di individui che stanno elaborando diverse forme di ribellione alla psicopolizia del consumismo imposto dal tecnocapitalismo cronofago.


Perciò leggetelo, e per Dio fate qualcosa. (Qui per compare il libro).

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