Recensione | Freeman's California

Avevo sedici anni quando ho preso un aereo per la California, jeans tagliati, t-shirt con le spalline fermate dal reggiseno e non sapevo che nel porto di San Francisco ci fossero i leoni marini.

Ma questo è il Golden Gate? Ho chiesto quando ci siamo passati con la macchina della Hertz. La baia era completamente a mollo nella nebbia e sembrava di percorrere la tangenziale di Padova in novembre, neanche la sommità dei piloni si vedeva né le funi. Io e mia sorella ci siamo strette nelle felpe che avevamo comprato alle bancarelle dove mio papà si era fatto un sandwich con gli shrimps e, nella foto scattata dalla mamma, sono venuti anche due uomini che passeggiavano abbracciati, uno dei quali indossava una gonna a balze. Non sembrava esattamente un sogno ma, in un certo modo, lo era lo stesso. I love California era proclamato sulla mia nuova felpa. Non importa che a San Diego un attacco di gastrite abbia steso mio papà dentro un’aiuola o che ci avessero dato indicazione di un fotografo di Venice che faceva fotomontaggi con sagome di cartone delle stars di Hollywood ma che noi siamo arrivati a negozio appena chiuso; a San Francisco, è stato fatto fuori qualcuno sotto il nostro hotel e, al mattino, non rimaneva di lui che la sagoma disegnata dal nastro adesivo della polizia.

In quell’albergo, con le scalette antincendio davanti alle finestre, e nei motel lungo la costa, guardavamo la televisione americana, le serie erano tutte avanti anni luce: Brenda Walsh sembrava incinta, più di un Forrester reincarnato in un corpo dalle sembianze diverse. Io e mia sorella ci sdraiavamo sul lettone a pancia in giù. Capiamo tutto, dicevamo sgranocchiando il ghiaccio del distributore e in effetti in amore è così: si va al di là delle parole.

Ho cercato oltre le parole nel terzo numero di Freeman’s, dedicato alla California, dove il nostro curatore preferito ci fa salire a bordo di una station wagon color banana e ci scorrazza come una guida che intenda mostrarci l’antisogno americano.

Qui l’incendio Carr, alberi azzurri di caligine e relitti urbani, lì i Sutter Buttes la catena montuosa più piccola del mondo strappata con le unghie e coi fucili ai nativi americani, e qui ancora il Golden Gate Park dove nel 1891 è stato rinchiuso un esemplare di bisonte, capostipite di una gloriosa discendenza di animali nati in cattività mentre quelli delle grandi pianure venivano sterminati per affamare gli Indiani.

Come i primi due numeri, Freeman’s California è una antologia di saggi, poesie e racconti dove la fiction è quasi sempre in stile diaristico. Testimonio, non invento. Nessun edulcorante.

Freeman sembra mettercela tutta. Ci mostra il mondo dello sport come esclusiva via di fuga per chi provenga da un contesto povero e non bianco (Natalie Diaz, Corpi a prova di gioco); squadre di calcio gay progressivamente assottigliate dall’Aids (Come fare il barista, Rabih Alameddine), case fatte di scatole di guanti in nitrile e auto con parasole argentato come case. Dalle coste della California si contemplano spettacolari scenari della crisi climatica (Appunti su un incendio: novembre 2018, Jaime Cortez).

Il protagonista di tutte le storie è il corpo: si parla di traslocare corpi con carichi di mobilio culturale più o meno ingombrante (La California di mia madre, Reyna Grande), di ossessione sulla fine del corpo (Copperopolis, Tommy Orange), corpi piccoli (Ritratto dell’artista da bambino abbandonato a se stesso, Hector Tobar), golosi (Ogni avocado, Xuan Jiuliana Wang), protetti dalle mascherine un po’ come noi in questo periodo (Gli incendi, T. Wollmann), corpi bidimensionali che rappresentano solo un aspetto della storia (La recita Californiana, Lauren Markhan), corpi in movimento (Il supremo viaggio su strada: la Highway 1 in California, Catherine Barnett), e tanti corpi non bianchi. Forse più che in Freeman’s Potere, nel numero sulla California le lacerazioni sono simboleggiate dal colore della pelle e la miscela sociale rimane inguaribilmente eterogenea.

E quindi, il numero sulla California ce la fa a guarirci dai sogni?

Nel suo immancabile editoriale, Freeman tradisce le sue vere intenzioni e lo fa inserendo un piccolo riferimento – giusto una pennellata, uno scarabocchio di biro - alla teoria del multiverso.

Se con Scrittori del futuro ci ha portati a bordo di un caudron c-630 sulla soglia di un mondo senza confini, e in Potere, salendo nella cabina di un camion al quale aveva disattivato distrattamente il freno di stazionamento, ci ha comunicato l’idea della distruttività, qui proclama l’irrinunciabilità del sogno. Non è necessario cercare un altro universo, ma imparare a sognare diversamente nel nostro. T.C. Boyle, che lui cita, dice: la letteratura è storia a forma di sogno.

Dopo che abbiamo letto ci sentiamo infreddoliti e fuggiaschi verso un posto che confini col mare per scaldare i nostri corpi al sole.

Fa proprio bene ai sogni l’inquietudine.

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