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Recensione | Antonin Artaud il teatro e il suo doppio

Aggiornato il: 14 dic 2019

Una raccolta di saggi brevi ma intensi quella di L’insorto del corpo (edita da Ombre Corte, 2018), dedicata alla figura di Antonin Artaud e al suo teatro della crudeltà.


Il libro che propone interventi di vari autori, studiosi delle arti dello spettacolo, rilegge Artaud partendo da quella che possiamo definire la sua rivoluzione senza pari: ossia la centralità del corpo nel suo teatro. Molti sono i parallelismi che vengono proposti: tra Artaud e Pasolini, Artaud e Carmelo Bene e poi con i simbolisti francesi, con i quali la sua arte trova una certa parentela.

Artaud stesso è messo in primo piano quindi, non tanto come drammaturgo, quanto come riformatore di un teatro che si compie attorno al corpo e in cui il vero soggetto dell’opera – fatta di dimenticanze, di attimi, non prestabilita a monte, come sarà quella di Bene successivamente - è appunto la materia e da essa si dipana lo stile, il senso dello spettacolo che è anche quello della vita.


Artaud infatti compie, mettendo in primo piano il corpo, il tentativo sinistro e intensamente poetico di inscenare l’indicibile, il non accettabile, capovolgendo le regole del buon costume della poetica teatrale. Come Caravaggio, Antonin Artaud mette in primo piano la vita e non il teatro confezionato, la bella prosa elisabettiana, non si infila in un genere, scarta ogni possibile ipotesi.

Il teatro è la vita quindi, il corpo: e il corpo diventa scena, palcoscenico, regia, scrittura. Controvertendo le regole del buon senso, Antonin narra la vita instaurandola in un contesto altro che sta nell'attimo della presenza. Ecco allora che il teatro, partendo dalla teoria da lui stesso avanzata ne Il Teatro e il suo doppio, sovverte le regole classiche: se l’indicibile sin dalle tragedie greche non poteva essere rappresentato in scena ecco che lui lo mette in primo piano, snatura l’atto tanto da fare un teatro di scena.


Ma cos'è il teatro di scena? Quanto si differenzia da quello di prosa?


Anzitutto dalla scrittura: il teatro di Artaud, il dramma che è poi la vita stessa, non prevede una scrittura a monte, una bella sceneggiatura in versi o in prosa che sia, ma la scrittura, l’impalcatura dell’opera avviene nell'attimo della messa in scena, nel momento a cui affida allo scandalo, alla dimenticanza di sé, all'oblio il ricordo di ciò che è stato recitato. Si può parlare quindi di scena e non di atto o atti, si può definire la questione, questa sorta di rivoluzione corporale, fisica, tangibile, come scrittura dell’attimo, del carpe diem ma mai di stato; cioè mai definita.


La messa in scena di un’opera si compie tutta sul momento, su se stessa raccontando il proprio nulla, l’impossibilità del teatro a essere teatro. A differenza della bella prosa elisabettiana, della recitazione interpretativa di un testo da portare in scena, il suo teatro si nutre di una libertà prenatale come se la fine e il principio fossero la stessa cosa. Artaud non interpreta un testo, una sceneggiatura, non declama versi di poeti prestati al dramma: Artaud fa teatro. E la tragedia – non più in termini classici - quasi fosse una commedia umana sta nello scandalo, in una questione ontica legata al momento, al fatto.


Nel suo caso compie una rivoluzione mai svolta in precedenza e neppure i due protagonisti del teatro dell’assurdo Becket e Ionesco sono riusciti a scardinare sino in fondo questo aspetto fondamentale. Artaud e con esso la sua teoria di prevaricazione alla bella prosa recitata, la quale fece dire a Baudelaire “in un teatro la cosa più interessante sono i lampadari”, non conosce la convenzione, il suo mondo è messo a soqquadro da lui stesso.


Alla fine si tratta di una raccolta di saggi, a parere mio ben fatta, che non solo rivisita un classico molto spesso boicottato dalla cultura di massa e dalla critica, ma di un personaggio che ha fatto la rivoluzione nel campo e della letteratura e dello spettacolo.


Non è un caso, come accennavo sopra, che tanti sono i riferimenti a Pasolini e a Carmelo Bene, entrambi caravaggeschi, e a quella cultura non reazionaria che ha smontato e che smantella tutt'oggi il buon gusto borghese.

Si tratta quindi un un libro coraggioso su di un autore del quale quasi più nulla viene edito nel panorama del mercato editoriale italiano.


Ma che senso ha quindi riproporre Artaud?


Il senso è quello della sua attualità, questo stare sullo scrimolo del possibile, questa sua rivoluzione complice dell’animo umano che  prevarica il tempo e non tramonta, non conosce moda. Insomma, si tratta di una scelta coraggiosa, chiara e netta, come per dire che la cultura non è quella sbandierata dai perbenisti ma è figlia di un quadro più vasto, di un insieme di contesti e stato di cose e che, probabilmente, potrà declinare solo oltrepassando la cognizione dell’esserci. Ma cos'è l’essere? Cosa vuole dire esserci? L’opera di Artaud cerca di spiegarcelo e noi dobbiamo solo intuire, cercare di comprendere il mare incontenibile della vita.

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