Recensione | I cani di strada non ballano, di Arturo Perez-Reverte

Sorta di noir animalesco, riesce a costruire una buona narrazione in cui la controparte animale del mondo umano è goliardicamente modellata su una non-troppo-velata parodia.

l’adozione del punto di vista animale è un tratto estremamente interessante, in letteratura meno frequente di quanto si spererebbe. Se infatti siamo lontani cronologicamente e tematicamente dai territori bulgakoviani in cui l’umanizzazione era un momento chiave per marcare la differenza umano/animale e contrabbandare la satira contro l’istituzione umana (in quel caso l’Urss), questo è sia un punto di forza che una debolezza.

Non è la satira il punto focale del romanzo: l’elemento più riuscito del romanzo è la creazione di un intreccio in cui l’antitesi uomo-animale abbia una rilevanza che arriva sottotraccia: l’uomo è qui il nemico, in questo hard-boiled in cui un vecchio mastino, veterano dei combattimenti clandestini, cerca gli amici scomparsi in un mondo sdoppiato: il mondo dei cani randagi che vivono nelle zone d’ombra della legge – la legge umana – o da reclusi se sono fortunati: comunque non possono costruire la propria esistenza se non negli spazi lasciati vuoti dagli umani.

E gli umani qui hanno tutti la stessa forma: quella di un’unica minaccia indistinta, verso la quale non si può che provare timore: la minaccia di una vita da schiavi, che obbliga a combattimenti sanguinolenti – sfrutta fino all’esaurimento: consuma letteralmente le vite dei cani.

Di fronte a queste premesse, il finale arriva come una delle due sole possibili conclusioni logiche, a proporre una riflessione finale che stona con una narrazione che invece sacrificava la possibilità dell’epica – dopotutto, le storie animalesche sono senza tempo, nella dimensione assoluta della fiaba – in favore di un generale umorismo capace sì di rendere scorrevole e gradevole il romanzo, ma forse non di sfruttare appieno le possibilità contenute dall’adozione di un punto di vista alternativo a quello umano.

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