• Antonio Merola

Recensione | La «Dead Poets Society» di Isabella Leardini

Aggiornato il: 14 dic 2019

Avete presente il film L'attimo fuggente? Credo che non ci sia bisogno di presentazioni, anche perché è probabilissimo che la metà di voi abbia già chiuso questo articolo. E così, senza neanche accorgercene, siamo diventati improvvisamente un noi: è questo che fa l'odio, divide. C'è sempre stato uno sfacciato disprezzo da pare di alcuni addetti ai lavori nei confronti della pellicola di Peter Weir. Se dovessi cercarne una motivazione, ecco direi che per molti il problema non è mai stato nella semplicità del messaggio, ma nella semplicità del linguaggio. Spero a questo punto di non avervi perso per l'uso del termine «probabilissimo» o per la semplicità con cui ho affrontato una conseguenza diretta dell'odio. Ammettiamolo: c'è a chi, immaginando le prime pagine del proprio libro strappate via di netto da una masnada di ragazzini viziati, si rizzerebbero i capelli. Altri vorrebbero correre incontro al preside del collegio maschile Welton, per essere rassicurati dal fatto che nessuno affronterà mai più la poesia di Walt Whitman salendo su un tavolo e invitando in questo modo l'auditorio a «guardare le cose da angolazioni diverse».





Anche noi però abbiamo fatto un errore: davanti all'odio, ci siamo trincerati a nostra volta in un «noi» – un gruppo chiuso. È più o meno ciò che ha fatto la poesia italiana contemporanea: tanto più i lettori interessati al “genere” diminuivano, tanto più ci siamo dati a erigere un castello incantato in cui rifugiarci. Ora è meglio che ci intendiamo subito: la letteratura non è affatto democratica – ecco perché un castello e non, per esempio, una comune. Però un castello incantato che vive di parole morte è destinato a diventare presto una roccaforte. E tra i miei coetanei abbiamo incominciato a vedere mura, anziché cancelli spalancati. C'è stata chi, come Giovanna Cristina Vivinetto, è riuscita ad aprire una piccola breccia da cui fare entrare le persone che vivevano nei villaggi intorno al castello: con loro stupore, invece di trovarsi di fronte un messo del re che li intimava a prepararsi all'ennesima campagna militare, hanno incontrato una giovane donna che gli ha invitati a sedersi in cerchio per ascoltare della poesia. O chi, come Valerio Magrelli, ha provato a riportare la poesia nei teatri dove, si diceva, il popolo era solito riunirsi per macchiarsi di impudicizia. E sapete una cosa? Gli è piaciuto. Solo che gli abitanti del castello hanno preferito punire con il loro sdegno chi aveva aperto una breccia nelle mura con... e dei teatri a nessuno importava niente, perché dopotutto questi erano costruiti fuori il perimetro.


Quale che sia la malefica preoccupazione dei guardiani del castello, portare un messaggio a qualcuno non significa necessariamente che questo venga accolto in maniera uguale da tutti. E neppure che debba essere accolto per forza. Se le lezioni di letteratura inglese del prof. Keating si svolgono in una classe, è quando una parte dei giovani studenti rifonda «la setta dei poeti estinti» che il passaggio di testimone è avvenuto davvero. Quando, cioè, i giovani studenti compiono una scelta.

«Quei venti ragazzi tra i banchi dell’aula magna hanno l’aria di chi non sa dove mettere i piedi, non si conoscono, fanno scuole e classi diverse, quelli dell’ultimo anno si ritrovano accanto a quelli del primo. Che siano i più popolari della scuola o quelli che preferiscono sparire, i ruoli e le etichette inalterabili che nella vita normale li tengono al riparo di colpo nel laboratorio di poesia non valgono più, sono tutti ugualmente allo scoperto, entrano in quella che io chiamo la zona franca. Non sanno ancora chi sarà il più forte, chi tra loro diventerà una piccola guida, perché qui le regole sono altre e il più forte potrebbe essere tra le fila dei più giovani o dei meno brillanti a scuola», (Domare il drago).

Anche Isabella Leardini ha appena spalancato una porta: l'ha lasciata aperta e un poco illuminata, aspettando che qualcuno entrasse di sua spontanea volontà a una delle prime lezioni di uno strano laboratorio di poesia. Quando sentiamo parole come «laboratorio di poesia», «laboratorio di scrittura», «corso di scrittura creativa» o, per i più audaci, «corso intensivo di editing in quarantotto ore» siamo portati a storcere il naso: è una delle conseguenze di avere eretto un castello, dove per sopravvivere uno scrittore conosciuto è disposto anche a beffare gli altri. Ma non è il caso di Leardini: in Domare il drago (Mondadori, 2018) cerca di raccontare al lettore l'esperienza di quelli che erano i suoi laboratori di poesia: «Io non insegno a diventare poeti» ci tiene a dirmi subito durante una conversazione che ho avuto con lei dopo avere letto il libro. Soprattutto perché: «Per correttezza devo dirlo da subito, il talento è squilibrato anche perché non è democratico, non è come la pioggia che cade su tutto, è piuttosto come il polline portato dal vento: da qualche parte ne è caduto molto e da qualche altra parte poco. Il talento non è un diritto, ma per chi lo possiede è un dovere», (Domare il drago).


E allora che cosa insegna? «Il nome di quello che stiamo per fare l’ho scritto alla fine di uno dei primi laboratori, su un libro che possiedo in una sola copia. Lo abbiamo costruito tutti insieme, io e i ragazzi, come facevano i monaci, prima della stampa: piegando ogni singolo foglio, bucando la carta con chiodi e martello, come se essa fosse tornata alla sua natura di legno»: è un metodo preciso, quello dei «sette sì» da dire (e dare) alla poesia. E a leggere il passo, dobbiamo correggere l'aggettivo possessivo utilizzato sopra: non è un laboratorio di Isabella Leardini, ma ideato da e che diventa immediatamente percorso collettivo. A scoprirli in sequenza, i sette sì sarebbero i seguenti: al silenzio, alla parola, all'altro, al lavoro, al nodo, alla voce e alla forma fissa. In questa sede non entreremo nel merito di ciascuno di essi, non tanto perché non sarebbe interessante affrontarli uno a uno, ma perché in quanto percorso, il metodo dei sette sì obbliga il lettore a procedere per tappe che non possono essere anticipate prima del tempo. Se siete ancora qui e vi state chiedendo se questa non sia l'ennesima recensione che si basa solo sulla quarta di copertina, non posso che sottolineare che con il tempo non bisogna mai giocare: ognuno ha il proprio. E io non ho la minima idea di quale sia il vostro.


Cerchiamo piuttosto di ricongiungere i fili. Proprio come per la setta dei poeti estinti, la classe di Leardini si forma in maniera spontanea. Questo a mio avviso è uno stratagemma intelligente: chi entra nel laboratorio infatti probabilmente sente già in nuce qualcosa del poeta – non è poeta, forse non riuscirà mai a scrivere una (bella) poesia, però ne sente tuttavia il richiamo. Del resto, come abbiamo specificato in apertura, Leardini ricorda a tutti che il talento è una qualità data; e perciò, non può essere insegnato – neppure da lei. E a questo punto avviene più o meno ciò che avveniva anche nella setta: è uno che spicca rispetto a tutti gli altri, l'aspirante attore Neil Perry; qui sono invece dei piccoli bambini prodigio come Teddy che «quando scrive ha l’arte di nascondersi e svelarsi, tiene il numero al riparo talmente bene che per tutto il primo anno non siamo riusciti a scoprire il suo nome» o Federica, che sente già su di sé il peso del silenzio fino a innescare «col suo talento una faticosa lotta: più la materia non le cedeva più lei la fronteggiava, la stanava e ogni volta era come un trauma, dolorosamente aspettava le parole al varco, poi le torceva come un metallo» e che porta infine a risultati come questo:


Dimmi se riesci a scrivere con le trecce delle bambine con le fessure di una mano perché non so più se vedo come riesci a fare tu.


O ancora la beat Linda che con «il rigore di un monaco» quindicenne preferisce cominciare dalla fine fidandosi di Jack Kerouac e scrivendo una poesia che non posso citare, perché finirei per proporla nella sua interezza (diamine: andate a pagina sessantotto).


Ma ecco che nel castello i guardiani cominciano già ad agitarsi: sembra che ce ne siano già troppi, di poeti, nei paraggi. Forse hanno ragione quando denunciano che una caratteristica tipicamente del castello sia il sovraffollamento: io credo però che ciò sia in parte dovuto proprio alle mura. Laddove ci si contiene, è inevitabile che prima o poi si imploda. Se al contrario abbattiamo le mura che abbiamo cominciato a costruire, davanti a noi ci sarà uno spazio così vasto che i poeti potranno andare dove gli pare e piace. Che poi verranno davvero ascoltati, è un altro conto: ma almeno, avranno a che fare con delle orecchie nuove. E per tutti gli altri invece che cosa succede? Il segreto del laboratorio è in questo: sebbene alcuni dei partecipanti mostreranno fin da subito di avere una voce poetica, il resto di loro non è affatto sconfitto; Leardini ci dice anzi qualcosa che forse avevamo dimenticato immersi come eravamo nella fretta di pubblicare qui e là testi inediti sulle riviste o di scambiarci l'un l'altro testi da leggere in cambio di altrettanti testi da recensire: e cioè che la poesia non esiste solo per chi la scrive.


Per questo motivo devo fare ora una correzione: non tutti i laboratori di Isabella Leardini nascono in maniera spontanea. A volte capita anzi che invece di aspettare che qualcuno entri dalla porta rimasta aperta, Leardini preferisca uscire dal castello: leggendo Domare il drago per ragioni evidenti non conoscerete con esattezza i posti ai quali si fa riferimento, però vi basti sapere che esistono dei luoghi in cui la poesia non era mai entrata e dove l'indistinto sostituisce la spontaneità della scelta di partecipare o meno al laboratorio. In questi casi, Leardini deve muoversi come Keating: la classe le viene data e può solo sperare che, una volta terminato il lavoro, da qualche parte nascano nuove sette di poeti estinti o, come dicevamo prima, nuove orecchie – anche quelle ormai estinte da un pezzo. Ma una differenza con Keating c'è, sebbene a prima vista non si veda: quando glielo chiedo, mi dice che la sua paura più grande è che le persone sovrappongano i laboratori all'esperienza come direttore artistico al festival Parco Poesia legato al Premio Rimini – per la poesia giovane. Ricordiamolo ancora una volta: semplicità del linguaggio, non significa semplicità del messaggio. Scrivere è anche mestiere: questo Leardini lo sa. E a pensarci bene, dietro la giuria popolare di cinquecento studenti che affianca la giuria ufficiale a Rimini, il Premio ricorda(va?) proprio questo: alla parte creativa (che rimane la conditio sine qua non) si univa l'altro, il mestiere, la professionalità, le case editrici, eccetera. Da questo punto di vista l'esperienza potrebbe allora dirsi unita: ricorderete tutti la fine che fa Perry quando gli viene impedito dal padre di diventare attore. Oggi la figura severa del padre altro non è che il mercato editoriale: e per evitare gli assedi, la soluzione migliore è quella di non costruire muri dietro cui rifugiarci... invano. 

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