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Recensione | Matteo Fais e la Storia minima: forse il nuovo romanzo di formazione

Aggiornato il: 14 dic 2019

La seconda esperienza di Matteo Fais (Storia Minima, Robin, 2018), ancora fresca di stampa, la dice lunga sul romanzo contemporaneo e non solo per il discorso relativo al vuoto generazionale, ma per molto altro.



Per poter scriverci qualcosa sopra, che io non chiamerei recensione, lungi da me fare un discorso accademico o critico (per i motivi che conoscete oramai da un pezzo), mi ricollego alla bella prefazione di Franz Krauspenhaar sulla faccenda, se così vogliamo dire, del romanzo contemporaneo, più nello specifico di quello giovanile, non più fatto di grandi storie, ma del crudele e dei rottami.


Non scenderò quindi a descrivere la trama poiché non trattandosi di una recensione in termini classici, ma di uno scritto tramite il quale aggiungere una voce a una voce, come una sorta di amplificazione sui generis, mi limito a fare alcune considerazioni di fatto e non tanto sul romanzo di Fais quanto, a partire dalle sue pagine, sulla narrativa giovanile in Italia.

Viene in automatico domandarsi a questo punto la stupida domanda se il romanzo in Italia è morto; e la risposta – la mia, che non è di un critico ma di un autore, perdonatemi se lo dico ancora una volta - è assolutamente no.


Ed è no per il semplice fatto che come sostiene Krauspenhaar, scrittore anche lui, quindi non una figura inutile che poverino passerebbe i suoi giorni a studiare in una biblioteca, il romanzo giovanile ha smesso, ha messo in un angolo, ha battuto in zona Cesarini la grande esperienza dell’avventura, il grande romanzo di tradizione. Il nuovo romanzo è invece l’epica narrativa di un vuoto generazionale, dei rottami del tempo; una narrativa o impresa di narrazione che uccide l’eroe protagonista e sostituisce a esso, direi con maggiore incisività, l’antieroe, l’uomo comune.


Il romanzo dell’uomo comune, del giovane del nostro tempo, come il protagonista dell’opera di Fais, diventa quindi e per una ragione post-ontologica e per una natura post-industriale (diremmo meglio per sottrazione alla tradizione e all'allontanamento, se non all'attentato dell’io) un romanzo di formazione. Certo, perché anche se non è più l’epoca delle grandi pagine di avventura, se, come dice lo stesso scrittore milanese che firma la prefazione, sono stati messi da parte – io direi attentati - Balzac e Zola, la nuova stagione della narrativa, almeno in Italia, con il proporre, quasi fosse una esposizione di una natività laica – finalmente - e democratica, l’antieroe, non esclude il grande romanzo di formazione. Si tratta di una nuova epoca a mio avviso, di una nuova stagione sorta dopo l’attentato ontologico e sostanziale degli autori e delle pagine di tradizione.


Il nuovo romanzo di formazione, del quale Fais sembra uno dei protagonisti, approda per un livello sostanziale a questa nuova nascita e per due motivi, apparentemente meno esistenziali e non certo di forma; arriva cioè a esporre la nuova natività sia anagraficamente, quindi per una questione generazionale, sia per il periodo storico in cui scrive: l’età del dopo, dei rottami. In altre parole, nella stagione post-ideologica, post-ontologica, dopo l’attentato all’io.

Ma questa età, che non è neppure più di mezzo, cioè non un periodo incerto, ma per certi versi, se pur paradossalmente, l'età definita dei social network, della grande stagione liquida, ecco allora che il romanzo diventa l’habitat dell’antieroe; del non esserci, portando alla ribalta questo senso non più di incoscienza, non più di eroica virtù ma di estraniamento.


Ecco allora che Storia Minima trova un senso dietro a questa logica, dietro le quinte del grande dramma per essere una commedia agra di un giovane intellettuale dei nostri anni al quale davanti si spalanca l’indecisione del nulla. E d'altronde questo è il vero: disoccupazione, precariato, rapporti interpersonali legati a un filo sottile, quasi inesistente, lotte invano.

Rimangono quindi poche certezze, la lettura dei buoni vecchi ma intramontabili classici, Balzac e Zola in primis, e il sesso; la consolazione della miseria, come ebbe a dire Pasolini.


L’autore, Fais, il quale con questo libro dà la sua seconda prova, sa bene destreggiare l’essenza di quanto narrato e, se pur rimanendo fedele a una scrittura tradizionale, lontana da sperimentalismi particolari, ci sorprende nelle atmosfere descritte, nelle figure dei protagonisti del romanzo, e in quella di Caterina, che l’autore nelle pagine di piacevole lettura rincontra per una seconda volta instaurando un rapporto di natura sessuale.


La descrizione degli ambienti, che non è secondaria nella scelta stilistica dei capitoli e che forma l’architettura della storia, è volutamente sfumata proprio per regalarci e denunciare questo senso di estraniamento totale, tipico del nostro tempo. Di un’età che non ha profumo, non è religione, come direbbe ancora il poeta che aveva già fotografato la propria; mentre invece è il tempo di un esserci rapportato per sommi capi, a un io tramortito sotto i colpi dell’inquietudine.


Fais diventa quindi il testimone di una stagione amorfa, priva di certezze, appesa al filo di coloro che vengono dopo i’fochi, come si direbbe a Firenze, cioè di quella generazione che viene dopo l’evento. E se l’evento c’è già stato e non può più esserci, a noi non resta che percepirne il vuoto dopo l’attentato, lo spostamento d’aria che ritorna sul proprio asse, lo schema della dama scompaginato che ha mangiato tutte le pedine dell’avversario; e infine questo: il protagonista antieroe che cerca di sopravvivere per non perdere la partita. Ed è in zona Cesarini che la partita si potrebbe riprendere, magari con un calcio di rigore poco dopo, quando la partita cioè può elargire una mossa determinante a proprio favore e la pedina può diventare una dama, così che allora anche la storia, sia essa di stato sia degli antieroi, allora riprenda; e abbia finalmente la sua rivalsa.


Che, almeno nel caso di Fais, è la grande stagione del romanzo di formazione: una stagione che inaugura quel senso compiuto che si fa in un tempo in cui sono smarrite le narrazioni epiche, d’avventura e dove tutto è precario.


Fais diventa, come tanti colleghi scrittori del suo tempo, un equilibrista che cerca di rimanere sul filo dell’inquietudine, per me con maestria e generosità, in piedi fino alla fine della corda tesa, nascondendo bene la paura che un funambolo non può permettersi, e entrando con decisa attitudine e scaltrezza nel nuovo universo del romanzo a noi coevo: l’impareggiabile ed epico, proprio perché antieroico, di formazione.

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