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Recensione | parole essiccate al sole dizionario krusk

Aggiornato il: 14 dic 2019

Interessante è il lavoro di Pino Rovitto, Le parole scomparse, dizionari innamorati senisesi e lucani,[1] edito come ennesima fatica letteraria di studi sulla Basilicata e il suo dialetto.



Il libro che si propone come una raccolta memoriale dei luoghi e dei detti, degli usi e dei costumi, dei termini dialettali scomparsi e non più in uso, e che sembrano invece veleggiare nella mente dello scrittore, senisese di nascita, che da sempre ripercorre nelle sue opere i paesaggi e le radici della propria terra: è la viva testimonianza di uno studio di rigore. Il lavoro presente, oggetto di questa breve analisi, quasi come fosse una segnalazione, è infatti una sorta di memoriale che se da una parte presenta aspetti di una operazione tecnica, tout court, quasi da linguista, dall'altra è invece il viaggio letterario, dove l’immaginazione si sovrappone al reale cucendo ricordi e emozioni, avventure e pensieri consumati al chiarore lunare della Val del Sinni.


Si tratta di una operazione a cavallo tra la narrativa e il certosino razionale approccio linguistico di un cruscante del sud. Se da una parte l’autore elenca i vocaboli, cioè compie un elenco da dizionario di termini dialettali, una sorta di glossario popolare, dall'altra da una giustificazione narrativa a queste parole, tanto che le elocuzioni elencate, se pur nel vernacolo locale, sembrano diventare persone narranti il proprio passato e la propria civiltà. L’intento di Pino Rovitto non è infatti quello di un tecnico a lavoro, ma l’operazione romanzata che s'addice ad un narratore e non occasionale. C’è quindi qualcosa di drammaturgico in questa intelaiatura del libro; qualcosa di mitico e di epico che sviluppa una narrazione dei ricordi e di suggestioni che da Senise, importante centro del sud lucano, uno dei paesi quasi ai piedi del Pollino, si diffonde per l’intera regione.


Si tratta quindi di un lavoro dal punto di vista della forma fuori dal genere canonico di un freddo vocabolario, mentre invece l’intento è quello di compiere una vera indagine letteraria; una sorta di viaggio in un’area interessante e sotto il profilo linguistico e sotto l’aspetto antropologico. Ci troviamo di fronte a una analisi di una terra particolare, dove la storia pare non essersi fermata sullo scrimolo del nulla, ma si sia protratta lambendo il tempo a noi coevo di ellenismo- questo sosteneva, e la teoria a mio avviso è ancora attuale, Ernesto De Martino. Ci troviamo di fronte ad’una regione antichissima, forse la più remota d’Italia; una terra che vive del rigurgito mai digerito di un rimorso atavico da dove nasce la civiltà moderna: è la Lucania dei salumi, delle lagane[2] , dei peperoni cruschi[3], dei due mari, Jonio e Tirreno, delle dolomiti del sud, dei paesi che sono un grumo di case incastonate tra speroni rocciosi; nella terra delle magere e dei santi, della magia e della civiltà contadina. Siamo in quel lembo d’Italia in cui il medioevo pare non esserci stato, o meglio sembra non aver intaccato- sempre secondo le teorie di De Martino e poi quelle del grande Carlo Levi, e del Croce- la civiltà autoctona. Si tratta di quella zona del bel paese in cui il Rohlfs intravide, da passeggero sulla linea ferroviaria Potenza -Taranto, elementi di un dialetto galloitalico.


La Lucania descritta dal libro di Rovitto, anche se si compie come un percorso geografico personale, intriso di suggestione e di avventura antro-linguistica, pertinente quanto legittimo per una gita fuori porta, è l’oggetto sul quale si viene a sommare una vasta letteratura che negli ultimi anni si è sviluppata attorno alla terra dei briganti. Una letteratura in espansione e non certo restauratrice ma neo-ghibellina, per certi aspetti, che è complice e protagonista, come il libro di Rovitto, di aver portato in luce episodi della nostra storia che gli storici del potere e il neo-guelfismo della storiografia hanno bandito per secoli. La Lucania, di fatto, da sempre crocevia di pellegrini, di rifugiati (basta pensare ai monaci di Bisanzio scappati ai tempi dell’iconoclastia imperiale), di passaggi temporali; da sempre una sorta di via Francigena del sud, è la regione più remota e mistica del nostro paese. La terra della storia bandita. Una cultura che si può leggere e verificare attraverso la gastronomia, gli usi, i nomi dei paesi e gli stemmi comunali, le feste patronali (molte legate a culti pagani) e soprattutto il dialetto.


Il dialetto è il vero protagonista del libro e da esso, cioè dalla sua epicità e animazione, si dipana il senso dell’indagine di questo dizionario mnemonico. Un dialetto meridionale centrale, cioè relativo al Meridione di mezzo, che segna la distanza per natura morfologica e per suono, sia dal napoletano (lontano anni luce) sia dal pugliese. Nello specifico il vernacolo narrato da Rovitto, quello di Senise, è il dialetto lucano arcaico, che presenta suoni e vocaboli remoti. Secondo la topografia eseguita dai linguisti, la lingua di quell'area ai piedi del Pollino,  posta tra la fine della Valle dell’Agri e il Sinni, è forse quella sacca linguistica più autoctona di tutta la Basilicata. La morfologia del suffisso iddo/u pare infatti subire l’asse simbolico di lingue più meridionali ancora.


Sta di fatto che ogni termine rimanda l’autore ad un periodo di un tempo andato, a una avventura consumata nel paese del paparuolo crust[4]  e della polvere. Senise è infatti uno dei maggiori centri di quella parte di Basilicata da dove partivano per i paesi del circondario gli ambulanti del peperoncino in polvere, i pastori della transumanza, i suonatori di ciaramelle. È il centro di una vasta e articolata umanità segnata dalla storia e dal tempo, figlia prossima di quella civiltà contadina che più che dalla fatica dei campi come braccianti, più che i soprusi dei proprietari terreni (i celebri baronati e latifondisti), sembra essere stata protagonista di un dramma arcaico, celato dal velo nero del lutto eterno (il rimpianto trasformato in rimorso) e dell’infido fascino[5] . Quel malocchio che solo le fasciane[6] potevano dipanare nella grazia del signore.

Personaggi, detti, proverbi, cantoni di strade, vicoli ridestano in Rovitto tanti ricordi, a cominciare dal maggio (mese mariano) e i riti a lui collegati, sino alle piazzette affollate dai uagliuncidd[7], alle botteghe aperte sui vicoli a schiena d’asino o a scale, sino ai propri parenti che con epica bellezza ma direi eticità cercano di sopravvivere tra i calanchi e le arenarie di una terra arsa, lunare e che affascinò persino il grande Federico II che, proprio in Basilicata, edificò un labirinto di castelli misteriosi pieni di leggende e misteri.


Si tratta di un libro che per sua fortuna è lontano da ogni lavoro tecnico, che dissente dal genere; è un vocabolario della coscienza, mnemonico, quasi un lunario biografico che, senza pretesa, preciso e dettagliato, segna e racconta il destino della storia di un intero paese.


[1] Pino Rovitto, Le Parole somparse, Risguardi edizioni, Reggio Calabria, 2018

[2] Tagliatelle

[3] Peperoni essiccati al sole e poi passati leggermente nell’olio bollente

[4] Peperone croccante

[5] Sorta di malocchio

[6] Donne che toglievano il malocchio

[7] ragazzi

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