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Recensione | Rocco Biondi portavoce della storia bandita: storiografia del brigantaggio postunitario

Aggiornato il: 11 dic 2019

Non è per fortuna l’unico lavoro storiografico sul Brigantaggio meridionale, questo libro edito da Addictions-Magenes Editoriale  di Rocco Biondi, Storiografia del brigantaggio post unitario (2018), ma è certamente un tassello che mancava e che va a coprire un vuoto della storia che gli studiosi non hanno mai voluto considerare, forse per ragioni di potere (se non altro per cosa?), di una guerra civile che scoppiò a sud del nostro paese durante l’unità d’Italia.


Si tratta della famosa storia bandita, delle avventure dei briganti e della loro opposizione al regno dei Savoia. Non è deontologico e non è giusto che il recensore sia di parte ma sta volta lo sono e anch'io come Rocco, operatore culturale infaticabile e studioso di storia ufficiosa, ho il forte desiderio di dire la mia su questa “incresciosa” faccenda, al punto che, nel mio piccolo, scrissi un romanzo sulla storia bandita, cercando di unire i pezzi di un mosaico depistato dalla storiografia ufficiale (che parla sempre a nome della maggioranza e adotta un linguaggio di stato), mistificato, quasi a celare una verità che negli ultimi anni sta emergendo da quel mare in cui era stata affogata con una pietra al collo e su cui le onde si richiusero come per l’Ulisse dantesco.


Non scendo in particolari e non vi dirò, o meglio non farò la storia del brigantaggio, perché ritengo giusto che ve l’andiate a vedere e a studiare e come fenomeno e come fatto, da non dover più demistificare, ma avendo lo stesso valore dei partigiani durante la resistenza al regime. Anche questi contadini, come Carmine Crocco, Ninco Nanco e tanti altri, ebbero a combattere una guerra di indipendenza e di dignità umana. Ma gli storici (per fortuna non tutti) che come i critici si infilano nei letti degli altri caldi d’amore, hanno capito sin troppo bene questo fenomeno al punto di volerlo dimenticare, spostarlo con i colpi della penna verso uno scrimolo sotto il quale si spalanca l’abisso della dimenticanza.


Ma come possiamo dimenticare la storia? E la storia, intesa come sequenza temporale di fatti, può essere occultata? Nel caso del brigantaggio è avvenuto proprio questo, almeno sino a quando un gruppo di letterati, romanzieri, poeti, studiosi, per lo più meridionali, hanno iniziato a parlarne al punto di riesumare una salma scomoda. E le salme non sono tutte uguali, lo insegna Sciascia: i cadaveri possono essere anche eccellenti e anche la morte non conosce uguaglianza.

Questo lavoro di Biondi si viene quindi a sommare, per la sua acutezza e ricerca, alle tante fatiche che in questi ultimi anni sono uscite dalla penna di Raffaele Nigro -I Fuochi del Basento (1987), Giustiziateli sul campo (2006) - di Pino Aprile (che ne firma la prefazione al libro) – Terroni (2010)- di Valentino Romano, e di tanti colleghi che con onestà hanno riportato l’attenzione distolta dal potere.


Rocco Biondi fa quindi un tipo di operazione di demistificazione; raccoglie in un volume interventi, articoli, brevi saggi, prefazioni di autori che hanno scritto sul brigantaggio a partire dall'ottocento quando, subito dopo l’unità d’Italia, i contadini del nostro sud imbracciarono il fucile e iniziarono la lunga battaglia agli eroi del risorgimento e alla casa Savoia; inaugurarono la loro corsa verso l’ergastolo e la prigionia nelle carceri del nord (Portoferraio, Torino) e in quelle dell’allora Stato Pontificio, nella Roma papalina, soffocati dall'abbraccio criminale della Legge Pica (1863).


Biondi quindi interagisce, si misura, e da meridionale (l’autore è del Salento brindisino) e da italiano, nel tentativo – e qui è difficile far passare il messaggio senza essere etichettato per cospiratore - di far capire, di sensibilizzare il lettore che il Risorgimento non è stato solo Cavour e Mazzini, Garibaldi e poi i pensatori del nord, non è stato solo il Re Vittorio Emanuele, non solo la casa Savoia ma anche questo: la storia bandita, emarginata, nascosta, depistata. Una storia legata a fatti di sangue, a una forza di volontà che non era solo (forse punto) a favore del re Borbone, ma all'indipendenza delle proprie radici, della propria cultura che veniva proprio durante il Risorgimento calpestata facendo del sud una riserva dello stato italiano.


La Legge Pica nel 1863 cerca quindi di soffocare certi focolai: ma forse non ci riuscì, e questo Rocco Biondi ce lo fa comprendere benissimo e prima di lui tanti altri. Banditi, ricercati, arrestati per estorsione nei confronti del nuovo stato, Crocco e tutti i compagni furono portati nelle carceri di massima sicurezza e là ci morirono, ma i benpensanti non riuscirono, con la loro cattura, a cancellarne il mito. Dal loro arresto nel sud, a partire dalla Lucania, dove nacque il fenomeno per poi allargarsi a macchia d’olio per tutto il mezzogiorno sino alle rive del Tronto, si sviluppò una nuova coscienza, una inedita letteratura; un certo vivaio di possibilità, di intrecci che hanno fortificato il mito. Morto il corpo, l’anima è resuscitata. Crocco dal carcere elbano di Portoferraio detterà la propria biografia a Eugenio Massa, Borjes il proprio diario. E poi per tutto il secolo successivo storici (così detti non organici, cioè non affiliati a logge o a essere portavoce del sistema) come Franco Molfese e scrittori del calibro di Carlo Alianello, e poi Raffaele Nigro, Francesco Jovine, Carlo Levi, Rocco Scotellaro hanno, se pur con fatica, cercato di sbrogliare la matassa facendo luce in una notte troppo buia.


Ecco allora che Biondi, consapevole dell’ausilio di altri colleghi che nel corso del tempo hanno sbrinato la neve sotto la quale dormiva una terra addormentata da un sonno indotto, si è cimentato con questo suo lavoro filologico, in cui di suo non apporta nulla per non essere invadente mentre invece fa parlare le carte, i documenti su di una tragedia che sarebbe ora di conoscere e forse – come è stato per me - di apprezzare al punto di non osannare o pregare il corpo dei defunti – tanti sarebbero i nomi perduti- ma da capirne il senso della storia facendosi accarezzare dal vento caldo del mito.

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