Recensione | Il posto dove muoiono gli uccelli, di Tomás Downey

Aggiornato il: feb 11

Il romanzo è un proscenio in cui a dominare è spesso la vicenda, che occupa prepotentemente la ribalta e catalizza su di sé quasi tutta l’attenzione del lettore. La raccolta di racconti, invece, le interruzioni che necessariamente implica per passare da un tassello all’altro, è per certi versi più enigmatica, e pone una sfida ulteriore. Al lettore è imposto di confrontarsi non soltanto con le trame, ma anche con l’autore; una sorta di dialogo taciuto che emerge molto più concitatamente di quanto non faccia in una narrazione più distesa.


La voce di Tomás Downey è puntuale, asciutta, appena bisbigliata ma vividamente presente. Probabilmente uno dei suoi maggiori punti di forza è proprio la sua assenza fittizia, l’impressione che le storie procedano per conto proprio fino a quando il crescendo è compiuto e il lettore si chiede come ci sia riuscito.

Il posto dove muoiono gli uccelli (Gran vìa, 2019; trad. di Olga Alessandra Barbato) è l’opera seconda di questo giovane scrittore argentino. Dieci storie diverse legate assieme da fili sottili ma indubbiamente ben intrecciati da un burattinaio silenzioso. Storie che non raccontano nient’altro che sé stesse, ma efficaci per la loro capacità di suscitare l’impressione che si espandano oltre il punto che le conclude, come fossero schegge di un qualcosa di molto più grande, così conficcatesi a seguito di un’esplosione avvenuta chissà quanto tempo fa, di cui si avverte a tratti l’eco. C’è sempre un qualcosa di irrisolto, un alone sospeso che continua ad aleggiare anche dopo un nuovo incipit, assorbendo il lettore in una nube evanescente ma lentamente incalzante.


Questi racconti non provocano forti emozioni, non reazioni esplosive, ma in questo caso si tratta di un aspetto tutt’altro che negativo. A innervare la raccolta è una sottile e sfuggente atmosfera di presagio, che getta il lettore in uno stato di confusione, di attesa e di sensazioni indefinibili. Quasi sempre il fulcro è la pura e semplice quotidianità, entro cui emerge a poco a poco l’elemento perturbante, talvolta assurdo o addirittura paranormale (come in La pelle sensibile, dove la soffocante persistenza del ricordo del marito defunto prende forma in una figura abominevole che segue Ines dappertutto come una presenza infetta). Ma l’autore lo fa senza alcun commento, limitandosi a porgere la vicenda, negandoci delle coordinate.


In certi casi le dinamiche di una condizione complessa non vengono semplicemente descritte o evocate, piuttosto si trasformano in dispositivi narrativi. In Gli uomini vanno in guerra una donna è costretta ogni giorno a incontrare alti ufficiali e a ricevere da loro l’annuncio che suo marito è morto: il girare a vuoto della mente che torna sempre allo stesso pensiero funereo si tramuta in un loop che ne moltiplica l’ossessività e l’asfissia.


I personaggi che popolano queste pagine sono talvolta delicati, talvolta crudeli, altre volte ancora delicati nella loro crudeltà. In Sorelle, il racconto d’apertura, tanto breve quanto riuscito, tre ragazzine compiono un misterioso e macabro rito, sgozzando un povero maialino. Ma a seguire questa sensazione di disgusto, c’è poi il finale che lascia come intuire il proposito di un rito preparatorio (propiziatorio?) per liberare la loro madre dal fardello di un marito ubriacone e turbolento. E ancora delle figure infantili sono protagoniste dell’ultimo racconto, che chiude e dà il nome alla raccolta: due bambine annoiate e gelose della sorellina neonata passano l'estate con i genitori sulla costa e trovano nel posto dove muoiono gli uccelli un’inquietante occasione per sbarazzarsi della fonte dei loro problemi.


Dopo aver incuriosito col suo esordio Acá el tiempo es otra cosa (2015), Tomás Downey non delude le aspettative e offre anche stavolta una riuscitissima raccolta di racconti, forse sancendo il fatto che questo è il genere che più si confà alla sua scrittura misurata e perentoria, tutta tesa a lasciare in sospensione, senza una parola di più.



Federica Ruggiero

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