Recensione | Il vangelo secondo Jack Kerouac, di Luca Miele

Il vangelo secondo il Piccolo Principe, Il vangelo secondo Star Wars, Il vangelo secondo Stephen King, Il vangelo secondo i Simpson, Il vangelo secondo Tex Willer sono solo alcuni tra i titoli della collana «Nostro tempo» con cui Claudiana cerca una apertura che potremmo definire pop: una operazione per avvicinare un pubblico eterogeneo, che incuriosisce, ma che vuole mostrarci soprattutto come prodotti culturali così diversi tra di loro possano incontrarsi o scontrarsi con la parola religiosa. Il vangelo secondo Jack Kerouac di Luca Miele ce ne dà un ottimo esempio, affrontando uno dei nodi più problematici dell'esperienza poetica e umana del «dannato Re dei Beatnik» (Big Sur): «Perché – è la tesi di questo libro – Jack Kerouac è stato un mistico e come tale va annoverato» (p. 28). E ai mistici si dà del tu. C'è una cosa che accomuna i lettori della Beat Generation: per tutti Kerouac diventa solo Jack. Così per Luca Miele. Le pagine introduttive non sono dedicate ai lettori, ma sono un dialogo aperto con «Jack», in un pellegrinaggio che ha portato Miele alla tomba di Ti Jean, John L. Kerouac all'Edison Catholic Cemetery a Lowell, Massachussets.

Esiste una letteratura sopranazionale di scrittori spirituali che si potrebbero collegare con dei puntini, da Arthur Rimbaud a Hermann Hesse, per fare dei nomi. Scrittori e scrittrici che si sono richiamati l'un, l'altro, a distanza di tempo, riconoscendosi su una strada comune. Ci sono così questioni che sono rimaste irrisolte in una data epoca e irrisolte poi anche in quella successiva. Ogni volta che penso a Jack Kerouac, per esempio, penso anche a Paul Verlaine, che non è mai riuscito a salire sulla cima della montagna abitata da Arthur Rimbaud; che a quella cima ha reagito con la vertigine e con un colpo di pistola. Verlaine non era Rimbaud. O meglio, c'è nel percorso di Rimbaud un buco che Verlaine non è mai riuscito a colmare: il dramma cioè è se si possa o meno diventare ciò che invece Rimbaud sembra nato per essere. Se si possa davvero lasciarsi alle spalle tutto. È una dinamica che si ripresenta un secolo dopo tra Jack e Allen Ginsberg o tra Jack e Neal Cassady. E proprio come Verlaine, anche Kerouac retrocede: torna a vivere dalla mamma, comincia a bere, esplora una forma personale di cattolicesimo. C'è una morale che tormenta entrambi e da cui non se ne esce.

Facciamo un esempio concreto. Il romanzo postumo Pic: storia di un vagabondo sulla stradadoveva terminare con l’incontro, dopo l’immenso vagabondare, tra i protagonisti del libro e quelli di On the Road: Sal Paradise e Dean Moriarty. Tuttavia la madre di Kerouac, che non approvava questo finale, costrinse il figlio a rielaborare la vicenda: nella nuova versione Pic e il fratello maggiore, assieme alla famiglia della compagna, cominciano una vita sicura a San Francisco, dove trovano lavoro. In senso più ampio, è evidente come la morale familiare eserciti sullo scrittore una pressione tale, da soffocare ogni possibilità di liberazione spirituale: piuttosto meglio il lavoro appunto, una casa, la sicurezza economica.

Se Kerouac è infatti il teorico formale della Beat Generation («Voglio essere considerato un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session d’una domenica pomeriggio» scrive in apertura a Mexico City Blues), è Allen Ginsberg che ne diventa il portavoce spirituale. On the road, il romanzo che ha dato il successo mondiale a Jack Kerouac, è stato anche il romanzo più incompreso e per questo, forse, tra i più odiati dal suo autore: «La sua opera merita un riscatto. Perché oscurata dal mito della strada [che] ha finito per smarrire il filo più vivo (e urticante) che la percorre: l'inquietudine religiosa» (p. 29). On the Road è una storia di idealismo, una speciale forma di idealismo che ha anche un nome e un cognome: Neal Cassady (in arte, Dean Moriarty). Tutto il contrario della liberazione spirituale e della «rivoluzione degli zaini» che potrebbe sembrare. È l'esperienza che insegna a Jack che lui non è Neal – che se lui vuole essere Neal, dovrà prendere una strada differente, più lunga e più difficile. Una strada tutta in salita.



Uno dei meriti operativi del lavoro di Luca Miele è quello di avere riconosciuto il nesso «letteratura come vita», che non è scindibile per alcuni scrittori americani. Così la fonte principale di questo saggio diventa la voce di Jack Kerouac e, in particolare, i suoi diari, riuniti in Un mondo battuto dal vento (Mondadori, 2006). Sono l'avantesto teorico per capire i motivi religiosi che permeano l'opera letteraria. Uno di questi pensieri recita: «L'oscurità da cui proveniamo è l'inferno? E la terra in cui viviamo la nostra esistenza è il paradiso? O il purgatorio? Io credo che il paradiso sia quello in cui viviamo e che quando moriamo restiamo sepolti qui per sempre. L'inferno è il luogo da cui proveniamo» (p. 79). Una religiosità che è ancorata alla strada. E una religiosità che è mobile, come fa giustamente notare Miele: dal cattolicesimo materno al buddhismo zen, dall'ebraismo mediato da Ginsberg alla reincarnazione, per poi tornare a una forma di cattolicesimo personale – se in questo Miele vede una climax, seppure sempre contraddittoria e in movimento, per quanto già detto sopra il ritorno al cattolicesimo potrebbe anche darsi come forma di morale cui Kerouac non riesce a sottrarsi, cioè di un ritorno al cattolicesimo come di un ritorno alla casa natale. Ann Charters, autrice di Vita di Kerouac, scriverà invece che: «Kerouac è nato cattolico, cresciuto cattolico e morto cattolico» (p. 45).

Così dai diari emerge pure molta psicologia dell'uomo: per esempio il senso di colpa che succede alla morte prematura del fratellino Gerard, il primo degli «angeli» kerouacchiani, «angeli caduti» assieme a Neal e a Tristessa, personaggio dell'omonimo romanzo. Per Kerouac gli angeli infatti «sono condannati a un unico movimento: precipitare. Un movimento che, per lo scrittore americano, ha una valenza cosmica» (p. 134) e il mito della Caduta si collega alla «legge dell'omicidio»: Gerard, diventato tramite della parola divina, «attribuisce agli animali una “funzione”: sono stati messi accanto agli uomini per saggiare la loro disponibilità al bene o il loro pervertimento al male» (p. 138). Questo aspetto della colpa omicida individuato da Miele mi ha fatto tornare in mente quello che altrove ho definito come «il peccato originale della Beat Generation», quando cioè alla Columbia University Lucien Carr finirà per scontrarsi con David Kammerer, per poi cercare rifugio proprio da Jack, che per tranquillizzarlo lo portò al cinema e al museo. Una storia di cui Kerouac racconterà in Gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche scritto assieme a William Burroughs.

Ci sono alcuni aspetti che non sono messi in luce da Miele. Per esempio, molto si insiste sul dialogo diretto tra Kerouac e la divinità, di volta in volta vezzeggiata, amata, pregata o cercata. Kerouac non ha bisogno di mediazioni, si rivolge direttamente a Dio. Ma forse si sarebbe dovuto mostrare come proprio questo aspetto sia retaggio della componente puritana americana, invece che di quella cattolica. O ancora, sebbene come si è mostrato Miele citi soprattutto a piene mani dalle opere di Kerouac, ci sono però dei buchi: niente si dice per esempio a proposito del Dottor Sax, che sarebbe potuto essere uno dei romanzi più significativi per la tesi che Miele cerca di dimostrare, dal momento che Kerouac mette in scena una vera e propria cosmogonia a Lowell, in una battaglia tra angeli del bene e angeli del male. Sono però delle annotazioni. Resta il fatto che Miele ha il merito non solo di avere scritto un libro sulla Beat Generation, tra i pochi che circolano in Italia, ma di avere insistito su una questione irrisolta. E dove c'è dell'irrisolto, significa che c'è ancora qualcosa da dire e da scrivere.

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