Recensione | Inciampi, di Gian Marco Griffi: un piccolo capolavoro

Aggiornato il: 20 dic 2019

Progredisce rispetto al libro precedente – c’è un chiaro percorso nella scrittura di Griffi, un’autorialità che si rafforza sempre più, acquisisce consapevolezza di sé. Se Più segreti degli angeli sono i suicidi già mostrava una capacità inventiva veramente impressionante, pirotecnica e barthelmiana, capace di irridere la mimesi della narrazione convenzionale, qui continuiamo con quel processo di liberazione della lingua già iniziato. La paura era che il gusto per l’invenzione-letteraria-in-quanto-tale fosse stato addomesticato alle esigenze dell’editoria mainstream – niente di più sbagliato. Anche la paura che una narrazione provincialisticamente realistica avesse soppiantato il sadismo folle della parodia viene presto smentita da un’acquisita capacità di coniugare sprazzi di quella stessa satira che innervava – ed era forse la parte più interessante – l’opera precedente con un’apparente normalizzazione della scrittura.


Ho detto apparente: Griffi non rinuncia mai alla follia ironica che trascende la storia, non c’è mai una preponderanza della vicenda sull’atto del narrare, che invece se ne distacca, e diventa autosufficiente – la scrittura come flusso a sé, tanto che i titoli sono spesso significativamente “storiella di”, a rimarcare il carattere intrinsecamente meta delle storie stesse, che non sono che ricadute di un’unica, generale, Scrittura – termine anche non calzante, essendo spesso la prosa adattata all’oralità di un narratore che, come un Saramago, si palesa come mediatore di una storia che qui ha tutta la verve della chiacchiera, e nasconde pertanto ogni ambizione più propriamente letteraria, che pure sappiamo esserci: lo deduciamo dalla straordinaria armonia ritmica delle frasi, il flusso del racconto che modula una voce narrante scadenzata – uno spartito, quasi, ma uno spartito con una melodia diversa: non è il flusso di coscienza kerouachiano, la scrittura automatica che rende l’urgenza del sentimento e del jazz – bensì il ritmo più controllato, regolare e a tratti quasi monotono della vita nei piccoli paesi – il provincialismo a cui accennavamo prima, e che fa da sfondo a questa raccolta. A interessare è la vita nella sua grottesca e a tratti surreale meschinità, la stravaganza di certi determinati aneddoti o luoghi, osservati con gli occhi curiosi di chi ha imparato a non dare la vita per scontata, ed è consapevole che è la vita stessa, in tutta la sua disarmante pochezza, a riservare una congerie di fatti abbastanza particolari da risultare ottimi spunti per dei racconti.


Griffi scrive una seconda raccolta di racconti, non gli interessa il romanzo e forse non ne scriverà: non gli interessa una narrazione compiuta e chiusa perché non gli interessa che la sua scrittura abbia termine, che si rinchiuda in un’opera-sistema: la sua è una narrazione semi-diaristica, come lo era quella di Bukowski, un letteraturizzare la vita attraverso la forma, una serie di racconti e storielle (termine suo) che non sono altro che ricadute – inciampi, appunto – della Scrittura, momenti particolari e non conclusi che costellano la vita dell’autore (modello ed empirico) e la rielaborano. È già un romanzo, a suo modo, ed è oltre il romanzo, è un riconoscimento implicito dell’impossibilità di chiusura di ogni testo – non c’è un romanzo e non c’è mai stato, ci sono solo persone che si raccontano storielle per passare il tempo e attendere la morte, che non è a sua volta una conclusione, perché – com’è deducibile da una delle prime storie – le nostre azioni ci sopravvivono in forma di storie, storielle ridicole che mantengono vivo il nostro ricordo, e quindi forse il nostro personaggio, essendo noi stessi nient’altro che ingranaggi narrativi e la vita nient’altro che una gigantesca narrazione, in cui confluiscono tutte le narrazioni individuali. Questo tratto, questa borgesianità della scrittura di Griffi, l’abbandono al fatto in sé e l’abbandono al sogno, sono, crediamo, alla base non tanto di quella grande immaginazione che pure si attribuisce, ma alla base di un esistenzialismo ironico che riesce – in virtù di un’idea gozzanianamente dimessa della letteratura e della gerarchia letteratura-vita – ad approcciarsi alla materia letteraria evitando la paralisi dell’anxiety of influence (e tutta una serie di concettualizzazioni altrettanto tediose e altrettanto tediosamente dibattute in ogni sede) e riuscendo a conferire alla scrittura una leggerezza che è solo sua, e un tono che non si può fare a meno di riconoscere – la voce, e che voce.

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