Recensione | L'estate muore giovane, di Mirko Sabatino

“L’estate muore giovane”(Nottetempo, 2018) è il romanzo d’esordio di Mirko Sabatino, autore trentenne proveniente da Foggia. La prima reazione provocata nel corso della lettura è che si stenta a credere che sia un primo romanzo. Lo stile di Sabatino è sorprendentemente maturo, asciutto e semplice, di una semplicità che non ha niente a che vedere con l’indigenza e che è pura essenzialità, che non svilisce la vis narrativa tramite artifici pleonastici, sebbene talvolta ci siano concessioni a un lirismo delicato e dimesso. Un procedere vero – potremmo dire, parafrasando Sabatino – “una qualità trasversale a oggetti, animali e persone, che abbatte i confini tra le categorie, vanifica nomi e classificazioni, gerarchie. A guardarle da una certa distanza, ci sono solo le cose vere e quelle non vere”


Il Bildungsroman di Sabatino ruota attorno ai personaggi di Primo, Damiano e Mimmo, tre ragazzini legati da una profonda amicizia che perviene a un solenne patto di alleanza tramite l’assunzione di una miscela fatta di acqua santa e di sangue. Il romanzo si nutre di un sentore neorealista che alberga in tutti i vicoli di un non specificato paesello del Gargano degli anni Sessanta, il quale si configura come microcosmo isolato senza alcuna pretesa allegorica.

La maggior parte degli eventi si concentra nell'ultimo centinaio di pagine, un percorso di iniziazione che subisce una repentina impennata quasi al limite, verso la fine. La perdita dell’innocenza è sorretta di contrappeso da un’economia narrativa che concede grande spazio a una stasi dinamica, come uno sguardo fisso che a poco a poco mette a fuoco i dettagli che sfuggono a prima vista. Da un sollievo quasi favolistico a un'impietosa e definitiva irreversibilità, da cui scaturisce un’amarezza a un tempo straniante e concitata. L’autore intesse una narrazione di un’ingenua freschezza verso un punto di non ritorno in cui gli eventi non possono che precipitare, con acuminata finezza che preserva sempre una venatura, sia pur lieve, di spensieratezza e che svela, al netto di tutto, l’umanità anche nella barbarie. “Un gesto irrazionale inquinato di umanità”.

E così il romanzo di Sabatino si veste dell’ambiguità dell’estate, assume le forme di una vivida macchia mediterranea, dell’odore del rosmarino, del penetrante blu del mare abbracciato da scogliere frastagliate, ma anche della spietata arsura estiva, della cocente e polverosa desolazione in cui prospera una paralisi solo apparentemente fisica.



Federica Ruggiero

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