Recensione | L'età ridicola di Margherita Giacobino

Aggiornato il: gen 7


Copertina di L'età ridicola di Margherita Giacobino (Mondadori 2018).

Non è utile dire che tipo di romanzo sia L’età ridicola (Mondadori, 2018. ISBN: 9788804702177) di Margherita Giacobino, ma è fondamentale capire cosa porta con sé.

Una vecchia priva di nome, La Vecchia, è la protagonista del romanzo e della propria vita, che sta volgendo finalmente al termine. Il percorso che la vede stanca, ma non rassegnata, la mette alla prova in una quotidianità che smette progressivamente di essere la sua: deve ricorrere a una badante, il suo gatto muore, si trascina in un mondo che la lascia indietro con un corpo che non le permette di prendere una posizione. Si arma e decide di morire e urla rabbiosa al funerale della sua amica morta, degenerata in poco tempo in un ospizio in cui era diventata l’ombra di se stessa, un sacchetto vuoto a cui un’infermiera faceva la doccia e serviva il tè in bicchieri di plastica.

Una vecchia senza nome è l’unico vero riferimento che abbiamo per intrometterci in un’esistenza che vive principalmente di ricordi e non vede l’ora di estinguersi – finendo infatti per concludersi in maniera violenta, nel disperato tentativo di assumersi la responsabilità di tutto ciò che non è più. La compagna Nora, la giovinezza del gatto Veleno, i fasti dei colleghi Malvina e Max che ora sembrano essersi rassegnati a una vecchiaia sporca, pesante, odiata dai più giovani che vi rimangono impigliati sono poche tessere di un mosaico più grande.

La figlia del dirimpettaio, malata di cancro, che accusa l’anziano padre di essere l’unico vero tumore nella sua vita, si contrappone a Gabriela, badante della vecchia, giovane extra comunitaria piena di paure ma anche di qualche speranza; tormentata dalla presenza di un uomo-padrone, ossessionato dalla violenza di matrice terroristica, che la pedina e la bombarda per messaggio con immagini di cadaveri ed esecuzioni, immagini sconvolgenti per due occhi ingenui come i suoi.

Gabriela e la vecchia sono ai poli opposti della vita, una senza futuro, l’altra con la voglia di non averne uno. La soluzione finale le vede eccitate in un viaggio verso la morte che si interrompe poco dopo essere iniziato, seppur producendo lo stesso risultato.

La rosa di personaggi de L’età ridicola è formata quindi da vecchi artisti che non ricordano più chi erano prima della terza età, cosa è stata la loro carriera, né i prodotti della stessa. La vecchia, al contrario, ricorda: ricorda la sua compagna, ricorda i propri romanzi, ricorda la carriera di tutti gli altri e diventa furiosa quando affronta la concretezza dei fatti. Sono tutti vecchi, fanno tutti la bava, si fanno tutti sfruttare da nipoti-sanguisughe che li tengono in vita per intascare la pensione; tutto ciò che conosceva è ridotto a una macchietta e lei non può fare altro che uccidersi nel tentativo – comprensibile – di ritornare a essere padrona del proprio corpo.

Il vero pregio di questo romanzo è infatti il fattore corporale.

La vecchia, ostinata, non è il mucchietto d’ossa, pelle e convinzioni sorpassate delle figure asessuate che si trascinano per il mondo senza rendersene veramente conto; l’anzianità del romanzo di Giacobino è fisica, sessuale e amorosa. I sogni e i ricordi della compagna Nora (che pure spesso si confondono con la realtà, in quella forma di delirio tipico di chi ormai non ha più niente da perdere) sono lo strumento del narratore di definire un’interiorità non più separata dal corpo. L’anzianità racconta se stessa dall’interno ed elimina così ogni possibilità di fraintendimento: la vecchia è un essere umano a tutto tondo, un essere fatto di amore, desiderio sessuale, decisione e sofferenza – principalmente quella di dover constatare che ogni cosa che ha fatto nella vita si è risolta nello spauracchio del pannolone.

L’unica cosa ridicola della vecchiaia è quindi il costrutto sociale che vede gli anziani come sacchetti della spazzatura da riempire di idee altrui: Gabriela parla alla vecchia dando per scontato che lei risolverà tutti i suoi problemi, la riempie delle proprie preoccupazioni, dorme di nascosto nella sua soffitta, la chiama quando il suo stalker si piazza sotto il portone di casa sua, si infila a forza nella vita della sua datrice di lavoro perché è vecchia, la sua vita sta finendo ma la sua personalità ormai è andata, non importa più cosa pensa o non pensa, fa o non fa, quindi non è un problema occupare abusivamente la sua vita; a Garbiela, inconsciamente, non interessa la libertà della vecchia proprio perché è vecchia, quindi ha il permesso di vederla come una neonata in cui riversare tutte le proprie esperienze fallite e i traguardi da raggiungere.

In L’età ridicola, Margherita Giacobino costruisce la figura gobba e claudicante di una donna, prima di una vecchia. La protagonista non è una veste e un carrello di stoffa, ma un cervello, una personalità che avanza mentre tutti gli altri danno per scontato che lei sia ormai già terminata, ancora prima che abbia smesso di esistere a livello molecolare o anche solo cerebrale.

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