Recensione | La bambina ovunque, di Stefano Sgambati

Aggiornato il: 21 nov 2019

La bambina ovunque (Mondadori, 2018) è l’ultimo libro di Stefano Sgambati, autore di una raccolta di racconti, di due saggi narrativi, e del romanzo d’esordio Gli eroi imperfetti (Minimum fax, 2014). L’autore qui affronta la questione della paternità, cioè propone il tema della gravidanza attraverso la prospettiva dell’“Uomo Invisibile”, il padre.

Ciò che ne risulta è la storia - orchestrata da un largo uso di analessi e di considerazioni personali - di un rito di passaggio di un personaggio che evolve gradualmente da figlio a padre, ma che in questa iniziazione è relegato al ruolo di falso protagonista che "non percepisce i movimenti fetali, non perde per un istante il respiro mentre capisce che un altro essere vivente lo abita, poiché nessuno lo abita: in un padre non c'è posto. Né sente la vita che arriva: se la ritrova".

Il romanzo si serve del punto di vista del Lui per seguire le peripezie di una coppia ossessionata dal desiderio di avere un bambino. Nell’intessere l’intreccio Sgambati attua una scelta efficace: fissa inizialmente il proprio sguardo sul momento della nascita imminente, offrendo soltanto in seguito gli sforzi estenuanti che l’hanno innescato. La preistoria di quell’attimo, affidata alla seconda parte, è un percorso faticoso, costellato dai tentativi fallimentari di una coppia poco fertile che è infine costretta a ricorrere alla fecondazione in vitro.



Nel romanzo l’autore si impone tenacemente al lettore, tramite un esplicito rispecchiamento nel protagonista, in contrasto con una fabula che invece si profila come “un proscenio che tenderebbe a escluderlo”. Attraverso una prima persona ironica, paranoica, ipocondriaca, tormentata ma più spesso divertita, emerge il resoconto delle paure, della rabbia, dei dubbi, dell’amore, della tenerezza che accompagnano il delicato trapasso dall’essere figli al diventare genitori, che si conclude con un epilogo affettuoso rivolto direttamente alla bambina.

La scrittura di Sgambati suscita un qualche sconcerto: se la prima parte si presenta come più ardita, sorretta da una sperimentazione che mescola di continuo i piani temporali, passando repentinamente da descrizioni del presente a ricordi del passato e considerazioni dal futuro, la seconda parte invece smentisce la sfida iniziale, ritornando su binari del tutto tradizionali. Lo stile di Sgambati è certamente riuscito nel suo minimalismo e nella sua accortezza, ma appare fin troppo circospetto nel non arrischiarsi mai in scelte stilistiche che evadano da questo taglio paratattico, dimesso e intimistico.

La bambina ovunque si regge tutto su un autobiografismo dichiarato, che culmina in quell'unica, inequivocabile volta in cui il protagonista viene chiamato col suo nome, e cioè Stefano Sgambati. Nella lettura il lettore potrebbe avvertire il tipico imbarazzo che si prova quando si assiste per caso a un’intimità a cui non era previsto di prendere parte. Il romanzo di Sgambati ha più la fisionomia di uno sfogo catartico che di un invito all'atto comunicativo. Il lettore è scalzato da un dettato che lo fa sentire di troppo, fuori contesto, e l’unico posto che può occupare è il sedile di questo confessionale intessuto con un tono che sembra vagamente chiedere assoluzione, o se non altro comprensione.

Questo tipo di sensazione potrebbe essere tutt'altro che sgradevole e assurgere a perno portante della narrazione, rispondendo così a uno slancio di umana partecipazione, ma soprattutto a una forma di strisciante voyeurismo a cui nemmeno il più ritroso osa davvero sottrarsi, e lo stile asciutto e funzionale di Sgambati sembrerebbe conferirgli tutte le carte in regola per farne il punto di forza di tutto il romanzo; tuttavia accanto a questa esibizione così insistita ed eclatante si avverte a tratti il sentore – molto lieve ma comunque percepibile – di una cautela vagamente apologetica. L’autore sembra annunciare una decisa affermazione e al contempo contrastarla, concedendosi in larga misura formule attenuative, litoti, comparazioni, spostamenti d’attenzione: è come se si proponesse di offrire un ritratto quanto più possibile nitido di sé stesso, e invece si limitasse a porgere il profilo.

È soprattutto per questa ragione che La bambina ovunque, nonostante la scrittura agile e talora avvincente, non può dirsi un libro pienamente riuscito, perché delude nel venir meno alle sfide che all’inizio l’autore sembra lanciare.



Federica Ruggiero

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