Recensione | La carne, di Cristò

Al liceo avevo un professore di filosofia che aveva insegnato all’università di Caracas. Era vecchio e ci guardava come se fossimo i suoi studenti venezuelani degli anni sessanta. Ci spiegava l’essere e il non essere di Parmenide e noi prendevamo appunti su foglietti volanti.

A sedici anni pensi che tutto ciò che scrivi lasci una traccia, che niente, neanche lo scarabocchio sul banco, sfugga a una visione di insieme. Eravamo in ventiquattro e cercavamo il principio primo, l’aula era piccola e le tre file di banchi così schiacciate una sull’altra che quello di dietro poteva allungare le gambe e sollevare la mia sedia facendomi galleggiare col mento sulla mano; Alessio, una volta, mi ha acceso l’accendino sotto la coscia per provare a sciogliermi i collant. A quei tempi soffrivo di un problema con la lettura a voce alta del latino, mi sfuggivano le regole elementari dell’accentazione: monĕre o monēre, legĕre o legēre. Ero in grado di deturpare Seneca, Livio e tutti gli altri ed ero contagiosa. Al mattino, prima della campana, i miei compagni si toglievano l’Huski e agguantavano il mio libro per segnarmi gli accenti di ogni parola con la matita prima che i miei dubbi li facessero vacillare. Condividevamo bic senza tappetto, aria satura e sacchettini di giambonetti che ci passavamo furtivamente fra i banchi. Ho una struggente nostalgia per quelle forme di intimità. Per le briciole bianche sulla cattedra che chiamavamo la forfora del professore, quando era lo sbriciolamento dell’intonaco tutt’intorno a una secolare chiazza di umido. Erano i tempi del tau e dei santini del Che Guevara, eravamo un’unità indiscussa, chi arrivasse a scuola con la kefiah sul naso e chi col maglione che copriva il sedere, chi si ghiacciasse in bici senza guanti e chi i genitori gli facessero la giustifica perché domenica era stato su in ritiro spirituale. Venivo da una delle parrocchie più fiere del contado, riempivamo pullman che sfilavano lungo il Costo per andare a passeggiare cantando per le strade di Asiago. Erano i tempi dei bans e del rock duro, fermagli per capelli imbottiti e giubbotto chiodo. Quando hai sedici anni pensi che si arrivi sempre a una spiegazione che valga per tutti. Quando hai sedici anni hai fede e credi che, sotto sotto, tutti abbiano la stessa tua.

Il professore parla di Parmenide e noi ci diamo dentro di penna, uniposca, qualcuno pennarello sul fazzoletto di carta. Scriviamo a fiume perché quando hai sedici anni sei in grado di fare più cose assieme, approfondire Parmenide e decorarti gli anfibi. Durante la ricreazione diciamo vediamo un po’ – si può anche sprecare il quarto d’ora per vedere cosa n’è venuto fuori, la luce è sempre dietro l’angolo– ma gli appunti sono peggio dei foglietti anarchici dei pazienti di Tancredi: non si capisce niente. Quel poco che sapevamo dire su Parmenide, cioè il mantra dell’essere e non essere, è ancora più confuso. Forse se li mettiamo uno in fila all’altro e li leggiamo senza respirare, propone uno. Non respiriamo e scioriniamo molte parole, filano bene ma non hanno senso. Applaudiamo, cantiamo, accartocciamo i foglietti. Chi se ne frega, c’è il senso, il senso siamo noi.

Senso ed essenza, quando hai sedici anni ci credi e non pensi che diventerai mai uno che fa la fila. Un paio di occhi in mezzo a un milione di occhi, testa viva e corpo morto perché quando sei giovane pensi che la testa basti e la testa spieghi. Non sai ancora che ciò che è nella testa che può contaminare, che la corruzione può cominciare da quelli che credi processi neuronali infallibili.

Questo forse potrebbe essere il discrimen fra giovinezza e vecchiaia.

Quando leggo che Carne di Cristò (Neo Edizioni) parla di zombi un po’ mi spiazza anche se è vero. Questa parola, sono andata a rileggere il libro per la terza quarta volta, corre e ricorre. La dice il vecchio anche se la ritiene troppo vera per poterla utilizzare, la dicono sarcastico Giulio e i suoi compagni della ronda, non la vuole dire Monica. Zombi, di primo impatto, evocherebbe horror con un certo splatter, un’immagine cadaverica che si impone sul resto. Se siamo inorriditi non ascoltiamo, se siamo inorriditi scappiamo a gambe levate. Uno zombi ci terrorizza non per quello che può farci - tanto siamo al sicuro nelle nostre casette, letti, divani col plaid, posti in treno vicino al finestrino - ma perché rappresenta quello che potremmo diventare. L’altro modo di essere corpo: corruzione senza trasfigurazione. È terribile, una rappresentazione in negativo dell’eternità, una non-resurrezione. Ma la Carne parla veramente di questo?

La Carne è un libro che a ciascuno racconta una storia diversa a seconda del cunicolo che imbocchi; a seconda dell’ora corse diverse. Ti prende con complesso meccanismo di risonanze e cavalloni emotivi, ricordi a casaccio, analogie fragili.

Gli zombi sono ora quelli della dittatura Duvalier, ora quelli dei film di Romero, ora gli zombi di Dolores O’Riordan.

La Carne mi parla, in questo viaggio, della corruzione delle identità particolari ed è una corruzione impietosa come le foto sui libri di medicina legale. I fenomeni cadaverici sono difficili da digerire.

Si tratta di una deriva o di un ritorno? A seconda dell’ora, a seconda se leggo respirando o senza respiro, la vedo in modo diverso.

Luce o buio? Lumi: una donna pietosa e una intelligente, un medico tenace, un vecchio dignitoso che si augura la morte. La necessità della fine, è la corsa di stavolta.

Chissà cosa ci avremmo visto, invece, se l’avessimo letto a sedici anni. Una promessa, forse, la via analogica che conduce all’assoluto come l’amore di Fedro, avrebbe potuto dire il nostro professore di Caracas ma qualcuno avrebbe fatto una battuta sul montaggio analogico di Fantozzi e giù tutti a ridere.

Si rideva sempre, nel mondo di quando avevo sedici anni.

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