Recensione | La società della performance, di Gancitano e Colamedici

Sorta di prosecuzione, o forse appendice, della più nota opera di Debord, la Società dello spettacolo, si propone di analizzare il mutamento del rapporto tra società e rappresentazione rispetto a quello individuato in precedenza – il mutamento è stato in peggio, repentino e totalizzante: nessuno più sfugge alla dimensione iconica di sé, alla brandizzazione di ogni pensiero o contenuto e, soprattutto, nessuno più sfugge all'obbligo di performare. Se infatti già ai tempi, lo spettacolo era la principale produzione della società – per questo detta spettacolista – dell'epoca, oggi tale produzione si è frammentata fino all'individuo, che altro non è se non un produttore di contenuti, un prosumer – termine coniato dal bravo Raffaele Alberto Ventura – obbligato a stare al passo. Come i verdi pascoli inglesi un tempo liberi per i contadini, gli sterminati spazi aperti del web sono un ricordo del passato: sono stati sacrificati per operare un cambiamento che non ha nulla da invidiare alla rivoluzione industriale, in quanto a portata storica.

La società della performance, soprattutto, ha una sfumatura coercitiva ulteriore rispetto a quella analizzata dalla disamina debordiana, ovvero l'obbligo di performare sempre, performare tutti. Con l'ausilio della tecnologia, il capitalismo ha dissolto il tempo del lavoro, come abbiamo visto nel bel Cronofagia, ma non solo: ha dissolto anche i confini del lavoro. Se infatti, ingabbiati negli enormi recinti eterei dei social network, siamo tutti prosumer, ovvero produttori e consumatori allo stesso tempo – in un'economia distopica in cui la nostra produzione di dati, dunque la nostra stessa esistenza, è merce per i grandi allevatori virtuali – siamo anche costretti a essere sempre performanti, per esistere. Dove esistere è solo creare contenuti, esistere nella dimensione spettacolare, correre dietro ai frenetici ritmi dell'algorimo. Ciò che esiste, esiste come performance. Come performance viene commentata, replicata, memata fino all'esaurimento – per continuare a esistere il performatore deve continuare a performare. Se esistere è performare, creare contenuti, performare è esistere: vengono in mente le reazioni viscerali delle persone nel pubblico della celeberrima performance artistica di Marina Abramovic, ai tempi già icona, che altro non comprendeva se non un incontro, autentico e non mediato dalla tecnologia, tra pubblico e artista, che è egli stesso l'opera. Tanto basta, nella società della performance, per recuperare in parte quel senso del sacro ormai perduto dall'onnipresente sorveglianza orwelliana dei device. Ciò costituisce anche uno spunto di riflessione interessante: può essere la performance artistica, e quindi l'arte performativa, cioè la performance al suo massimo grado di perfezionamento, la via d'uscita da quest'obbligo collettivo di performare contenuti? 

Ecco un altro punto fondamentale: le soluzioni. Il libro non è soltanto un'analisi fine a sé stessa, non si chiude col tono rassegnato seppur cinicamente realista di Teoria della classe disagiata, ma indica delle precise soluzioni.

Ovviamente non vi dirò quali, altrimenti evitereste di leggere questo interessante saggio che, insieme a Cronofagia e Teoria della classe disagiata, è un'ottima interpretazione di questa folle epoca in cui viviamo.

Vi basti sapere che sì, alla distopia ci sono rimedi: non tutto è perduto. (Qui per comprare il libro)

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