Recensione | Le Affacciate di Caterina Perali

Le Affacciate di Caterina Perali si presenta come un’escursione nella vita della protagonista in un momento di fallimento personale e sociale: il licenziamento. A partire da questo evento il lettore si trova immerso, per contrasto, in una dimensione quotidiana che non ha più nulla dei ritmi di lavoro insostenibili di una volta, e in un’amicizia in cui la costante presenza dell'altro è più virtuale che effettiva e materiale. In questa condizione, tra un messaggio di testo e l’altro, si cerca di fare delle tragedie che accadono nel mondo un antidoto al proprio vuoto esistenziale e della disperazione altrui la fonte di «una forza rigeneratrice che mi ammorbidisca la vita come uno scrub per il corpo».


Al crollare dell’unica certezza che si è costruita, la protagonista percepisce la propria inadeguatezza di fronte al mondo e agli altri. Nel momento in cui il suo tentativo di dare un senso all’esistenza riempendosi di impegni giunge a una fine, Nina sprofonda nella rassegnazione assistendo al naufragio dell’immagine di sé che ha consolidato attraverso giorni di lavoro estenuante. Eppure, benché consapevole che, nell’unica vita che abbiamo, ciò significa rendere ogni cosa sostituibile, desidera solo che tutto torni come prima, quando ancora nessun cambiamento sembrava poter sconvolgere questo stato di cose: «la mia rivoluzione può aspettare».


La protagonista viene allora precipitata in uno stato d’apatia e depressione da astinenza, dal quale solo un altro lavoro come quello che ha perso può risollevarla: «lavorare non è un mezzo per pagare l’affitto; lavorare è un’euforia, una botta di adrenalina, un modo di vivere». Lavorare è infatti un modo per sopravvivere come un altro, è qualcosa di catartico che libera endorfine, crea dipendenza e affranca dal senso di colpa verso i disastri che ci circondano.


È a questo punto che il cinismo si fa strada nella ricerca di storie di catastrofi che nell’alienazione e nell’automatismo lavorativo possano far tornare umani per un po’, dimenticando il bisogno di lamentarsi e magari donandoci uno sguardo positivo sulla giornata e sulla vita. Le tragedie diventano allora il palliativo ad una condizione esistenziale priva di reale contenuto e più simile al rimbalzo di una pallina da ping pong fra un campo lavorativo e l’altro che al «qui e ora», quell’attimo che la protagonista desidera e al quale tuttavia sceglie di rinunciare.


«Nel dominio dell’apparenza, ognuno ha il diritto di giocare come gli pare», e allora si sacrifica anche l’empatia nelle relazioni umane: quello che sembra il più autentico rapporto di amicizia della protagonista è segnato dalle stesse regole che determinano la sua vita professionale, l’apparenza, la connessione costante, la corsa frenetica tra un impegno e l’altro, tra una notizia e l’altra. Questa «fragilità empatica» è data dalla necessità di costruire con più accuratezza un’immagine sui social che possa restituire un feedback positivo all’utente nel modo di percepirsi in rapporto con gli altri, che una tangibile connessione umana. Così la rete dei social e gli scambi che Nina vi intrattiene si intromettono nel suo quotidiano, sovrapponendosi ai momenti di reale interazione con chi le sta intorno.


Il romanzo ci mette sotto gli occhi la frantumazione di un’identità che facilmente si sgretola al venir meno della forma lavorativa alla quale aveva totalmente aderito: «senza il mio perpetuo e trafelato presente, mi sento perduta». Ma ciò che più colpisce il lettore e che l’autrice espone è uno scacco ancora più amaro: benché il breve cammino di Nina fuori dalle righe del codice a cui è abituata la renda consapevole di quanto l’identità sia una sofferta e fragile conquista, e che la solidità interiore, come l’arte di vivere, non si apprende «per osmosi»; alla prima occasione la nostra protagonista decide che tutto torni com’era, ricerca quello sfinimento che solo riesce a darle l’impressione di sentirsi in pace con l’universo. Decisione che rivendica come un suo diritto, allo stesso modo in cui ognuno ha diritto di stare al mondo come meglio crede. A chiudere il romanzo è allora un sospiro di sollievo: «Ok. Tutto è tornato al suo posto», tutto può ricominciare uguale a se stesso.


A incrociare il racconto della protagonista diverse storie di cui veniamo a conoscenza per parti, come la storia della guerra in Serbia da cui fugge Svetlana, misteriosa donna, ingombrante relitto d’altri tempi e d’altri luoghi. Nina vuole nutrirsi di queste storie di miseria e ingiustizia per colmare il proprio disagio esistenziale e riacquisire un posto dignitoso nel mondo, eppure viene da esse delusa: «trovo ingiusto che le storie ingiuste non lo siano in modo assoluto. L’ingiustizia dev’essere totalizzante per essere consolatoria».


Peggio della perdita d’identità data dalla con-fusione nei social c’è il commercio e il consumo del materiale tragico del mondo come riabilitativo del nostro male di vivere. Peggio della nostra unica capacità di mostrarci in un «un gioco di ruolo anche per noi, diventare a nostra volta vittime della fragilizzazione delle relazioni», la nostra incapacità di pesare i drammi della vita secondo la giusta misura e affrontare ciò che esula dalla nostra comfort zone per quello che è.


In definitiva, nello stile magro, freddo e personale di una narrazione tutta al femminile condotta in prima persona dalla protagonista, siamo avvicinati attraverso i suoi pensieri e la sua visione del mondo a una realtà che ci appartiene e di cui riusciamo, tuttavia, a scorgere il limite. L’autosfruttamento del sé spinto alla massima produttività secondo un’ottica che abbiamo interiorizzato, lascia piano morire il terreno della nostra vita che non abbiamo il tempo di apprezzare mentre vi corriamo sopra. La morsa della massimizzazione della prestazione e della performatività ci possiede incondizionatamente, e a noi stessi ci sottrae.


Se siete interessati al romanzo, lo trovate qui: http://www.neoedizioni.it/neo/catalogo/le-affacciate/.

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