Recensione | Le serpi, di Marie Ndiaye

Tre donne che s’incontrano. Tutto è già compiuto. Non c’è azione in questa pièce, solo la statica scoperta del male – la non-azione ha fatto sì che un innocente, un bambino morisse.

Il male è stato già compiuto, s’indaga a posteriori. Non il male biblico: non è del serpente del vecchio testamento che si tratta, ma di serpi allevate in casa, il male quotidiano e meschino, l’incomprensibilità che impedisce di giungere a una risoluzione.

Questo male non ha tempo: l’unico marcatore in tal senso è la celebrazione del 14 luglio, festività annuale, a rimandare a un tempo ciclico, a un’eterna ripetizione senza scampo. Non ha neanche un luogo: avviene fuori dal mondo, in mezzo al mais, da qualche parte, non è chiaro dove. Non è conosciuto, soprattutto: le motivazioni del carnefice, irraggiungibile nella casa, sono soltanto ipotizzate. La purezza non si conosce, è perduta prima dell’inizio della pièce. l’uomo, il carnefice, non ha nome e non è presente: è l’autorità cieca, una sorta di dio vendicativo dal volere inconoscibile.

Non si può comprendere, si può solo attraversare, farne un rituale, ma nemmeno questo avviene: l’iniziazione non va a buon fine, la suocera si rifiuta di prendere atto della propria vita, assolvendo sé stessa e le proprie scelte, le stesse che l’hanno portata a un’esistenza distrutta in cui afferra ciò che può dalla nuora, oggetti che nemmeno la soddisfano, per scongiurare quello smembramento simbolico che, tramite la perdita, portava all’iniziazione eliadiana verso il tempo mitico. Il suo era e resta un tempo profano, in cui si avvolge nell’illusione di poter ancora agire.

Ma non si può agire: l’esistenzialismo si arrende, l’azione è consumata in quella casa nella quale regna l’uomo e la donna è interdetta.

Fin quando la pièce non si conclude nel modo più terribile: l’impossibilità di progredire nella stasi esistenziale non porta a nulla se non alla tragica reiterazione purgatoriale, forse eterna, del processo d’iniziazione, sancita da una battuta finale di sapore beckettiano in cui il dolore non ha portato a nulla e il tempo profano è stato dilapidato: “tornerò”.

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