Recensione | Odio di Daniele Rielli

Il romanzo di Daniele Rielli ci parla di un mondo che possiede molti tratti di quello che potrebbe essere il nostro futuro, ma è già ampiamente il nostro presente: l’«epoca della globalizzazione tecnologica» in cui il protagonista, laureato in filosofia, si dedica a quello che ben presto si dimostra essere un «patto faustiano con la tecnologia». Egli scala così i vertici della società della gig economy - in cui è fondamentale occupare una precisa posizione all’interno del mercato - soprattutto grazie all’invenzione di BEFORE: un’applicazione che, a partire dall’analisi dei più semplici desideri dei consumatori, consente di predirne i comportamenti per monetizzarli.

Lo scenario è quello di una società in cui la verità è data dall’informazione fornita dai dati, venduti e sfruttati per indirizzare il futuro del consumatore. Una società in cui realtà come quelle delle grandi multinazionali possono soddisfare i desideri che hanno indotto negli individui; in cui gli inserzionisti possono accedere a ciascuno proprio grazie ai dati costantemente rilasciati e tracciati, per soddisfare quel «bisogno di autorealizzazione dell’uomo occidentale» e la sua «pulsione culturale alla ricerca della felicità». È la società dell’attenzione con la sua perdita di soggettività, in cui sono gli algoritmi predittivi e le reti neurali artificiali a misurare ogni aspetto della vita fin nell’interiorità, per rendere anche l’attenzione, i desideri e ogni traccia nel web una merce.

Il protagonista si muove allora all’interno di complicate relazioni umane che sembrano tutte sottoposte al vaglio del lavoro per la tecnologia, uno scenario in cui si ritrova a ritirarsi in un’angosciosa solitudine. Se egli si rende conto che il pericolo maggiore di questo tipo di tendenza è essere costantemente tracciati fino al controllo assoluto e l’istituzione di un nuovo Panopticon rappresentato proprio da Internet, allo stesso tempo sa e riconosce anche ciò che l’avvento di Internet ha rappresentato: lo scardinamento delle élite culturali, della concezione dell’opinione pubblica, e di conseguenza l’orizzontalità del sapere in cui non è più necessaria alcuna mediazione per dire la propria ed essere ascoltati – chiunque infatti può essere il media –, ma basta crearsi il proprio pubblico e riuscire ancora una volta a vendere intrattenimento ed acquistare attenzione: la società della «pubblicabilità universale».

In questa realtà dove l’ignorante diventa «misura di tutte le cose», è però l’odio a divenire il sentimento di maggior valore, nella facile deformazione data dalla virtualità. Un altro problema centrale, quello della disoccupazione tecnologica è poi legato al fatto che con la tecnologia si ricreano i monopoli e le disuguaglianze economiche, in contraddizione con l’intento originario di porre tutti sullo stesso piano, con le stesse possibilità e lo stesso accesso a una realtà complessa come quella della rete. E così il protagonista – attento lettore di Girard – si rende conto di come quel desiderio mimetico che si diffonde tra tutti i consumatori allo stesso modo con l’effetto contagio, porta ciascuno a desiderare esattamente quello che desiderano anche gli altri, nell’impossibilità tuttavia di soddisfare i desideri di tutti e nella costituzione quindi di uno stato di tensione chiamato «reciprocità negativa».

Allora Internet da piattaforma di liberazione si trasforma in un luogo da guerra civile, in cui si crea una sorta di paradossale «liturgia del dato», legata proprio alla sua natura di verità scientifica che schiaccia vecchie strategie come la retorica. Ci si è quindi emancipati da quel pensiero magico che reggeva il mondo con la mitologia e le religioni, ma in qualche modo ritorna questo aspetto liturgico e primordiale, atavico, riprendendo azioni simboliche per contrastare quel sentimento di totale e costante sostituibilità.

Ed è nella constatazione di questo stato di cose che il protagonista – ancora sulle orme di Girard – capisce che gli esseri umani sono pronti a unirsi e a riconfigurare la società, per ristabilire l’ordine e sciogliere questa tensione da guerra civile, soltanto attorno al sacrificio di un capro espiatorio, di una vittima: ragione per cui tale società, ormai fiaccata dai fallimenti delle sinistre e delle democrazie, è volta a osannare l’ascesa degli autoritarismi di matrice populista.

Resta però un problema residuo che è forse la chiave di tutta questa realtà che appare come un grande delirio collettivo, globale e irreversibile: il protagonista scopre infatti la vera ricerca umana celata dietro le grandi pretese del suo capo, dietro la corsa alla tecnologia digitale e a uno sviluppo che pare non avere limiti: il problema della morte. L’intelligenza artificiale pertiene in qualche modo anche a questo e, quando se ne rende conto, il nostro personaggio comincia a chiedersi se non si tratti proprio dell’ultimo degli stadi evolutivi, il punto di arrivo del processo: eliminare la morte per assicurare in assoluto quella pulsione di specie alla sopravvivenza e perpetuazione del DNA.

Ma il paradosso è proprio questo: l’umanità rischia di approdare al fine opposto per via degli stessi strumenti che adopererebbe in questo processo, causando l’estinzione della specie stessa. A questo punto ci si chiede col protagonista se davvero abbiamo scelta, o se forse quello che chiamiamo scelta e decisione è solo una «finzione narrativa» che ci autocostruiamo a posteriori a sostegno di ciò che da essa consegue. Così anche in merito al digitale, la tecnologia non sarebbe altro che «un destino con le sembianze mendaci della scelta» per la specie umana, una strada verso la fine. O forse il nostro sguardo non è ancora capace di visualizzare con lucidità il quadro completo, scivolando facilmente verso un nichilismo di cui il romanzo del nostro autore cerca di sondare le implicazioni.

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