Recensione | Se la rivoluzione d'ottobre fosse stata di maggio di Giovanni Greco

Aggiornato il: 11 dic 2019


Deposizione di fiori sul luogo della morte di Giorgiana Masi.

Al Teatro Torlonia, l’11 maggio, è andata in scena Se la rivoluzione d’ottobre fosse stata di maggio – Lamento per la morte di Giorgiana Masi, abile messa in scena di Giovanni Greco, che dirige e recita insieme a Nika Perrone, Aurora Simeone e Alessandro Melis, che cura anche le sonorizzazioni dal vivo.

«Se la rivoluzione d’ottobre fosse stata di maggio / se tu vivessi ancora / se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio / se la mia penna fosse stata vincente», sono solo alcune delle parole che gli attori utilizzano per raccontare una storia che l’Italia degli ultimi cinquant’anni conosce benissimo – e di cui tende, ultimamente, a dimenticare.

L’allestimento inizia con la proiezione di una serie di filmati di repertorio che elencano eventi come l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, l’attentato a Feltrinelli, l’esecuzione di Peppino Impastato, la morte di Ernesto Guevara e, chiaramente, l’assassinio della giovane Giorgiana Masi nel 1977, in piazza Giuseppe Gioachino Belli, a Roma. Nonostante non siano legati all’avvenimento, tutti gli avvenimenti citati nella proiezione iniziale sembrano essere legati da un filo conduttore che può prendere la forma di una pistola, di un clima sociale, di un movente economico o di un insabbiamento politico; tutto questo non si inserisce però in una narrazione dal carattere complottistico, ma è totalmente coerente con la posizione politica della messa in scena. Inoltre, il montaggio dei filmati d’archivio crea i presupposti, per lo spettatore, di comprendere il tono dello spettacolo e assimilare più facilmente tutto ciò che verrà successivamente; così, proiettare Alberto Moravia che dichiara nel 1975, al funerale di Pier Paolo Pasolini, che «abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto, in un secolo» non distoglie l’attenzione dal focus dello spettacolo, anzi lo amplifica e da occasione allo spettatore di ripercorrere un periodo storico che, possibilmente, non ha mai toccato con mano.

L’unica zona in cui operano i tre quattro attori è il proscenio, di cui una parte è occupata dalla postazione di Melis, mentre il resto dello è dedicato ai movimenti dei restanti tre attori. Lo spazio scenico è spoglio e i tre attori-narratori in azione vi operano insieme a pochi oggetti di scena, un tavolo e una pistola, interagendo, in alcuni momenti di più approfondita riflessione, con i suoni provenienti dalla piccola isola registica a vista, quella in cui il suono e la musica vengono realizzati davanti agli occhi dello spettatore, rivelando un tipo di artificio scenico solitamente nascosto al pubblico. Lo stesso svelamento degli ingranaggi della scena giustifica i movimenti del tavolo, che assume diverse identità a seconda delle necessità narrative: può essere tavolo mortuario, schermo, nascondiglio o tavolo da pranzo.

Insieme a esso, i movimenti sapientemente coreografati degli attori ricercano una naturalezza fisica che elimina ogni possibilità di ospitare del grottesco sulla scena, che esso sia in un gesto, in un’espressione o in uno spasmo.

Ogni piccolo elemento è specificatamente selezionato per alludere a qualcos’altro, ma mai senza prima essersi chiesti se quell’allusione sia fondamentale per la sopravvivenza dell’organico spettacolare: un fiore rosso, un vestito a pois, un panino incartato, una borsetta di pelle.

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