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Recensione | Tutto chiede salvezza, di Daniele Mencarelli

Tutto chiede salvezza (Mondadori, 2020) è questo il titolo dell’ultima fatica letteraria del poeta romano Daniele Mencarelli, figura di spicco del panorama letterario italiano, già celebre autore di raccolte poetiche di notevole valore.

Il romanzo (tra i candidati allo Strega del 2020) nasce dopo una lunga riflessione riguardo un avvenimento accaduto nella vita di Mencarelli è che lo ha veramente segnato. Si tratta di un contributo biografico che assieme al precedente romanzo La casa degli sguardi completa, a mio avviso, un mosaico di dolore e rinascita.


Se nel primo romanzo infatti il protagonista è un giovane poeta che fa di tutto per rompere con gli schemi imposti dalla società – dal lavoro alla famiglia, agli amori e ancora alla negazione di ogni possibile quotidiano- nell’ultima fatica letteraria affronta il tema della psichiatria attraverso una storia che risale al’94 a seguito di una crisi che richiese un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) al protagonista che è l’autore stesso.

La storia ambientata dunque in una clinica psichiatrica del Lazio, comunque in prossimità della città eterna, è quindi il teatro del dolore dove si consuma il dramma della vicenda. Il tutto visto con gli occhi del protagonista, allora, agli anni dei fatti, poco più che ventenne.

Non svelerò per ovvie ragioni i personaggi della vicenda, sarebbe cosa di cattivo gusto, mi limito quindi, allo scopo di invitare alla lettura, di parlare del libro e di fare alcune riflessioni in merito al tema della letteratura nata attorno alla psichiatria.

La storia narrata si sviluppa in sette giorni di detenzione e ogni capitolo è un giorno della settimana dove il protagonista è costretto a stazionare per essere sottoposto a una osservazione clinica da parte dei medici, dopo esserci arrivato dal pronto soccorso che ha placato la sua crisi.

Giunge quindi il tempo di parlare dell’operazione che Mencarelli fa di questo libro che pare essere incentrata – a differenza degli altri esempi letterari precedenti in materia- molto su se stessa ovviando a mio avviso il vero problema della psichiatria.

Ciò che è interessato al poeta romano è infatti l’urgenza di aver voluto comunicare questa brutta esperienza e nello specifico di come un ragazzo di vent'anni è costretto a viversela, denunciando molto spesso l’assenza di umanità da parte degli psichiatri che costretti a diagnosticare la malattia non vedono il paziente come persona ma come caso di studio.

Da qui parte una slavina di sensi di colpa, di perplessità, di paranoie che all'interno di un reparto di psichiatria si sviluppa partendo dal ventaglio di personaggio che vi abitano; dagli infermieri – prigionieri loro stessi per questioni professionali a essere costretti ad adottare comportamenti duri e distanti, sino ai medici, passando appunto dai pazienti.

Al protagonista infatti sin dal primo giorno si apre davanti ai suoi occhi un purgatorio di anime e possibilità strozzate, per non dire mancate, dove per loro non c’è neppure la consolazione del tempo che invece viene incanalato in un ritmo proprio, clinico, e l’alienazione vi regna senza redenzione.

Daniele infatti prova in questa bolgia dantesca di fare chiarezza partendo da se stesso, cercando di farsi amicizie all’interno della clinica a partire dai compagni della stessa sua camera. Ma la cosa riesce a metà: una clinica psichiatrica resta lontana dal reale e in essa pare saltare ogni riferimento possibile con il tangibile e la sola illusione umana e temporale è la metafisica della distorsione spazio tempo.

In una clinica privata l’aria che si respira, soprattutto se vista dagli occhi di un ragazzo, equivale non solo a un brutto sogno ma a una prigione senza possibilità di fuga. Per questo Daniele si affida alla speranza della salvezza che da singola possibilità di redenzione diviene un auspicio di vita collettivo.

Ecco allora che nel triste episodio narrato da Mencarelli spiccano personaggi in cui pare alberghi in loro ancora una gemma di vita, come nel caso del maestro elementare Mario degente all'interno del padiglione perché ha tentato di uccidere la moglie.

Tra i due infatti nasce una piccola ma preziosa amicizia, Mario è per Daniele il mentore di un’altra e possibile dimensione, un ponte di conoscenza che unisce rive di mondi distanti.

Il maestro elementare, fasciato da un pigiama di flanella logoro in pieno giugno, è il depositario di una sapienza; una sorta di Socrate non creduto, che probabilmente si è fatto fuori da solo, per via della paranoia che gli ha ristretto il ventaglio delle possibilità, della vita e che come uno scorpione – a seguito di dinamiche che lo hanno svuotato sino a portarlo a vivere il delirio- è come se si fosse giustiziato da solo pungendosi con la coda alla testa.

Detto questo, fatto le dovute considerazioni attorno a questa figura (per me tra le meglio riuscite dell’intero romanzo), è ovvio che l’operazione del Mencarelli è assai rispettabile, al punto che possiamo dire che si tratta di una narrazione di un poeta e non di un romanziere.

Il poeta lo si vede infatti nella forma, nella decisione di aver voluto ridurre le parti descrittive – quasi del tutto assenti- per favorire i dialoghi diretti in uno sfoggio poetico di locuzioni dialettali e evocazioni familiari.

Il linguaggio dei dialoghi diretti di Mencarelli è di fatto un dialogo da poeta e non da scrittore, sono battute in bocca ai personaggi che detengono un ruolo definito. Il dolore, la sofferenza fisica, emerge tutta da questi dialoghi e le parti descrittive del romanzo non fanno che svolgere un apporto quasi didascalico, come se si fosse all’interno di un dramma.

Insomma, il poeta si sente, si percepisce, anche perché è risaputo che non tutti i romanzieri sono poeti e non tutti i poeti sono romanzieri. Rimangono linguaggi opposti, diversi, come mestieri diversi.

Ciò che mi auguro e che l’intento dello scrittore non sia stato forviato da tagli o editing per favorire solo l’aspetto commerciale della cosa, poiché la parola di un poeta dovrebbe essere sacra e irremovibile anche a fronte di una querelle da prodotto editoriale.

La mia non è una polemica, è solo una innata riflessione che tende a difendere la verità della fonte, della schiettezza e della sublime ermeneutica della parola e della visione di un poeta.

Detto questo, leggendo le pagine del Mencarelli non ho trovato (non era obbligo trovarne ed è chiaro che l’urgenza dell’autore sia un’altra) un legame con la tradizione della letteratura nata in seno a eventi psichiatrici. In altre parole, non ho riscontrato nessuna similitudine con le opere di Mario Tobino o di Anton Cechov.

Mencarelli sembra infatti essere lontano da quei modelli, distante da Per le antiche scale o le Libere donne di Magliano, così come al Reparto n6 e per una semplice ragione: nelle intenzioni dello scrittore romano vi è il rifiuto di pensare che la malattia possa essere così assurda e vischiosa da non porre confine tra malato e curante, come avviene nel caso sia di Tobino sia di Cechov.


Il rifiuto della malattia (poi esiste davvero una malattia mentale?) è il ponte in lui che porta alla salvezza, che lo porta al salpo della società civile.

Ancora una volta, questo rifiuto è totalizzante e giustamente – posizione rispettabilissima- un atto di rivolta civile. A mio avviso infatti Mencarelli è stato capace di costruire una speranza di un mondo di integrazione e non di divisione, dove la psicosi si può tranquillamente curare all'interno del tessuto sociale senza intercorrere a divisioni nette di sorta, senza edificare eteroscopie; ecco perché è distante da esempi illustri come il poeta di Viareggio o lo scrittore russo.


Se di fatto sia in Tobino sia in Cechov tra il malato e il medico non c'è distinzione, in quanto la malattia unisce i due destini in un'unica dimensione, in un solo dramma, quasi all'unisono, e quindi il subordinante e il subordinato sono quasi la faccia di una sola moneta, in Mencarelli questa distinzione c'è ed è inequivocabile e c'è per un'ovvia ragione: il rifiuto di una malattia tentacolare è lo spiraglio per la salvezza e la redenzione.

Il suo tentativo, con il suo rifiuto è quello di abbattere i muri, di costruire una nuova civiltà per una democrazia non solo politica ma anche ontologica.

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