Recensione | Vinpeel degli orizzonti, di Peppe Millanta

Favola di rara bellezza, Vinpeel degli orizzonti è tutto quello che un barthelmiano – come me – vorrebbe trovare più spesso nella narrativa odierna. Lasciata infatti da parte ogni puerile istanza di realismo, ogni psicologismo adolescenziale, ci si può abbandonare alla bellezza della bizzarria immaginifica di una narrazione che, procedendo senza dare punti fermi al lettore, lo obbliga a un continuo sforzo riflessivo, che è volutamente interattivo, e sempre frustrato nella sua comprensibile-ma-superata voglia di conchiudere la storia entro uno schema, una trama.


Certo c'è Vinpeel, c'è Doan, l'amico che lui solo può vedere, ma quello che c'è soprattutto a Dinterbild è uno spazio bianco che si colora mano mano con sfumature sempre cangianti, senza l'impaccio di alcuna struttura fissa, e tuttavia riuscendo comunque a dare vita all'edificio romanzesco, che ne risulta, come si sarà capito, estremamente originale nella sua follia. Difficile perfino fare paragoni, o cercare di orientarsi all'interno del genere – e non c'è la volontà di farlo: se la lezione di Donald Barthelme è stata assimilata, queste stesse categorie concettuali vengono meno, e ciò che rimane è lo spazio libero e sacro di un'inventiva furiosamente libera, che infatti si muove nello spazio del sogno e irride perfino sé stessa attraverso un uso metalinguistico delle parentesi deliziosamente goliardico (sì).


C'è il sogno, una realtà trasfigurata che insegue la parodia di sé stessa, ma c'è anche il linguaggio: straordinaria e degna di menzione l'attenzione posta al linguaggio, a frustrarlo, a farne un giocattolo: dal vocabolario maltrattato alla storia della Locanba Biton (esatto, Locanba), il romanzo si prende gioco di sé stesso e delle proprie regole.


L'orizzonte, il mare, il matto: la rete di simboli in cui si muove il romanzo trascende l'allegoria per farsi materiale, distruggere il proprio dualismo simbolico nella concretezza della surrealtà, il piano dimensionale di questa grammatica onirica in cui le metafore vengono letteralizzate (un maiale viene fatto volare) e l'alchimia tra pensiero e linguaggio assume forme nuove: “krishebbata”, gesto folle, dal matto Krisheb, che forse non è così matto – qual è il paradigma? Chi è il folle?


La scrittura lisergica e a volte poetica di Peppe Millanta ci mostra quanto sia difficile rispondere a questa domanda e, forse, tutto sommato, inutile porsela: quello che possiamo fare, in definitiva, è smettere di cercare un orientamento e lasciarci trasportare dall'estetica folle ed esotica di questo mondo.

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