Recensione | Vite coniugali, di Bernard Quiriny

Già a suo tempo Virginia Woolf avvertiva la necessità di cimentarsi in romanzi brevi: i tempi erano cambiati e diminuivano sempre di più i lettori disposti, per stile di vita frenetico o per inclinazione, a intraprendere narrazioni di 500 o 600 pagine. Ad oggi, per quanto si direbbe il genere che più si confà all’iperconvulsa contemporaneità e alle nuove abitudini di lettura che ha contribuito a sviluppare, il racconto è una forma su cui gli editori italiani tendono a investire poco. Se si tratta di un autore non affermato l’esordio in tal senso è fuori discussione, a meno che non ci si rivolga a piccole case editrici. Le cose cambiano quando a proporre raccolte sono scrittori che hanno già radunato un certo seguito, ma anche in questo caso la tendenza è di favorire il romanzo.


Sul piano letterario, però, la raccolta di racconti rende più visibile un aspetto che in opere più lunghe rimane più sfuggente. È possibile cioè scorgere in modo evidente, dietro ai racconti che si susseguono, la mano dello scrittore che persegue un certo disegno attraverso una narrazione discontinua. Senza contare che di solito non vi è necessariamente un forte leitmotiv a legare insieme tutte le tessere, e i singoli testi vivono di vita propria manifestando la varietà e al contempo le costanti dello stile.

Già per quanto riguarda questo fil rouge, Vite coniugali (L’orma editore, 2019) di Bernard Quiriny risulta fin da subito enigmatico. Stando al titolo, sarebbe del tutto lecito aspettarsi che la materia su cui ci si concentrerà sia la dinamica di coppia. Eppure, volendo fare un bilancio, di venti racconti soltanto pochissimi ne parlano, e nemmeno in senso stretto, persino nell’eponimo Vite coniugali, il penultimo della raccolta. Verrebbe da dire che quest’opera sia una beffa, fin dal titolo, e a confermare quest’impressione è il finale, intitolato Introduzioni, dediche, ringraziamenti, cioè un’introduzione a cose fatte, che invece di avviare conclude, di cui tra l’altro non abbiamo la prima redazione, ma solo le Versioni successive.

Una beffa, dunque. Ma si tratta di una beffa che non risparmia nessuno, si prende gioco di sé stessa, del lettore, dell’autore. La raccolta si conclude infatti con una serie di paragrafi quasi sconclusionati che non fanno che mettersi in discussione:

A tutti quelli che mi hanno aiutato a migliorare questo libro: T., per avermi persuaso della necessità di rivedere la prima stesura; C., stando al quale la seconda era troppo lunga; H., che ha abilmente distrutto la terza; D., al quale non sono sfuggiti i difetti della quarta; I., che alla fine mi ha caldamente suggerito di tornare alla prima.
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Allo sconosciuto che ha dimenticato sul tram il manoscritto di questo romanzo, del quale mi sono appropriato. Se mai si facesse vivo provando di esserne l’autore, gli restituirò tutti i diritti. (Fin dal 1926 la critica si arrovella nel tentativo di capire se questo ringraziamento, aggiunto dallo scrittore Leopold Axeles in calce al romanzo Bella di notte, sia una burla o una confessione. Diversi cialtroni hanno preso alla lettera il suo appello, ma puntualmente le prove da loro fornite si sono rivelate contraffatte. L’arcano è ancora irrisolto.

Erede di Marcel Aymé e di tutto il surreale tipicamente francese che va da Queneau a Vian, Quiriny rende la sua ironia ancor più efficace utilizzando situazioni assurde e paradossali che restano come inavvertite, attraverso un tono che ne parla come fossero assolutamente normali. Talvolta si intromette la voce del narratore, che sul finale chiude con affermazioni dal sapore di aforismi o di una morale. Ma tralasciando questi sporadici interventi poco riusciti, il punto di forza maggiore di Vite coniugali è l’esilarante bestiario borghese che si racconta con una leggerezza alla Calvino, leggerezza che “non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore”.



Federica Ruggiero

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