Recensione | Volevo fermarmi a tre righe ben scritte, di Carlo Sperduti

Leggere le «microstorie», o «microfinzioni», di Carlo Sperduti in Volevo fermarmi a tre righe ben scritte, è come entrare nel mondo del possibile con gran disinvoltura. L’autore si propone semplicemente di scrivere in prima persona e non superare in tutto le 1000 battute, ed ecco fatto: ciò che ne risulta è una serie di avventure quotidiane o immaginarie in cui non è difficile riconoscere episodi già vissuti o derive del pensiero già percorse. Sarebbe ancora più corretto dire «episodi che credi di aver vissuto», e che invece il narratore concretizza secondo la logica di un possibile illogico.


Così come l’autore ripete per ben tre volte, «tutte le cose immaginate prima o poi accadono», ed ecco dispiegarsi sotto gli occhi del lettore una costellazione di storie a tratti bizzarre, dall’ordine invertito, dalla conclusione improbabile o dall’atmosfera di sogno lontano che si rende visibile, come le fantasie d’infanzia. La voce che narra queste storie, in prima persona, diviene familiare al lettore, che facilmente si allinea con quello che pare essere il lato autistico di ognuno di noi, più o meno emergente.


E allora, nella brevità di racconti che sfumano non appena focalizzati, nella leggerezza di uno stile piano, asciutto e trasparente, ci sembra davvero di avere la prova che tutto ciò che si può immaginare può tradursi in realtà, e con piacevole facilità in quell’universo retto da «la speranza, vecchia come il mondo, che a forza di raccontare questo non sia un racconto».

Molto spesso, poi, l’intrecciarsi dell’immaginazione rovescia la situazione presentata in paradosso, in conclusione del quale il lettore si trova preso tra la sottile ironia del testo e la cinica freddezza della voce imparziale.


L’assoluta disponibilità del narratore agli eventi mette nella stessa condizione il lettore, il cui pensiero logico non oppone resistenza alla grande variabilità del possibile che gli è posto di fronte. Un altro sentimento largamente presente tra le righe di queste storie è come un presentimento di catastrofe, sul quale la voce ammicca vagamente al lettore, che viene così a partecipare di queste allusioni.


Quello che più ci seduce alla lettura è, però, la semplicissima esplorazione del possibile nei luoghi della mente a cui non accordiamo autorevolezza, lasciando cadere ogni barriera tra ciò che pensiamo possa materialmente accadere e ciò che la nostra mente ordina a modo proprio. Viaggiare fra queste storie è come viaggiare in un inconscio moderato che, senza pretese di chissà quale grandezza, si limita a fabbricare la realtà come prodotto di scarto del pensiero ufficiale, e «scarto» solo in quanto ne è l’avanzo: ciò che vi è di più originale, e forse in qualche modo di più simile alla verità.


Ma non è soltanto di «tentare i confini» che si tratta: a seguire le microfinzioni, Carlo Sperduti colloca in Appendice una serie di «cose da dire in società», allegra manipolazione del linguaggio attraverso giochi di parole, brevissimi calembours dati per lo più da cambiamenti nella disposizione delle lettere delle parole, o per evocazione di suoni simili all’interno di frasi, modi di dire, espressioni proverbiali, titoli di canzoni… vengono così sconvolte in maniera spensierata, e che ci fa sorridere, alcune delle sedimentazioni del linguaggio, cuore della logica.


Insomma, ciò che questa raccolta sembra suggerirci è che non bisogna mai dar niente per scontato, e prestare invece sempre attenzione sulla soglia della porta a doppio senso verso la realtà, ché «ecco: una piccola distrazione, un tempismo mancato, maledizione, e le cose diventano vere».


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