Recensione | Zodiaco street food, di Heman Zed

Lavora e tasi! diciamo in Veneto. Feudo dell’azione cattolica, in Veneto nelle giornate terse puoi vedere lo sbrilluccichio dei mosaici di San Marco dalle cime delle Dolomiti. La signorilità veneziana non si espande oltre i canali, però; il resto, come dice Marco Paolini, è tutto campagne. Appena oltre il Ponte della Libertà, già Mestre e Marghera, Padova e provincia: campagne – bisogna trascinare un po’ la e per dirlo bene. Si tirano su i tendoni e si mettono le costesine di maiale sulla brace, bicchierate di vin de uva, chi in Veneto non ha mai fatto la fila per gli gnocchi in sagra? Un piccolo meridione dagli autunni nebbiosi, i Colli Euganei che prendono quel colore bruciato così inospitale, i giostrai che montano e smontano le gabbie. La vita, anche quella malvagia, segue il corso dei fiumi; a Padova, uno fianco all’altro, si ergono i Due Palazzi, carcere di massima sicurezza con ospiti insigni, anche se da fuori paiono solo palazzoni del Peep. Da lì, nel 1994, Felicetto è evaso in tutta tranquillità, senza sangue, sgommate o polvere da sparo. Ci si guardava un po’ straniti in quei giorni, si diceva che Maniero si fosse nascosto sugli argini del Brentella in mezzo alle robinie. Stava a Torino, invece, a fare shopping alla Rinascente.

Saluto mia mamma, ha detto alle telecamere.

Gente giuliva i veneti, gente feroce. E su questo sfondo Heman Zed mette in scena Zodiaco street food, una sua Gomorra con le caratteristiche del territorio. Romeo Marconato è una sorta di Ciruzzo del panino onto – per chi non è di queste parti: panini venduti dagli ambulanti che sfiatano cipolla e grassi saturi a chilometri di distanza – leale a Maniero e da Maniero trattato con lealtà, con un suo codice d’onore: frega gnente, solo schei. Zodiaco street food è un noir che si snoda su fiumi d’oro e schei, strade padovane, qualche cartolina dalla Laguna, un cameo da Mosca. Sesso ce n’è, cattiveria pure, morti con poco sangue – noi veneti lo splatter anche no – e, anche senza essere meridionali, un forte attaccamento ai figli – non alla moglie ma si sa che, nella regione bianca, è arrivata la crisi. Inizialmente Marconato speri lo buttino nel Piovego, col suo Leone, la camicia attillata e il cd della lambada, poi dici xe un bon da gnente, poi dai che ghe la feto. Tifi per lui, alla fine, perché ha la giusta dose di gressaùra – non trovo corrispettivo soddisfacente in italiano per indicare la mancanza di raffinatezza - innocenza e dice centomila volte casso. Noi veneti lo diciamo sempre senza zeta, se no è offensivo.

Il mio personaggio preferito è stato Larisa, Nikita d’oltre cortina, finché non sono riuscita a comprendere la Milly.

La Milly, tosi, la Milly. La porterò nel cuore, insieme a quel desiderio mai sopito di fermarmi alle due di notte lungo la statale, cono di luce e pochi avventori tutti maschi, per farmi preparare sotto gli occhi il panino più onto del mondo con la salsiccia che ancora sfrigola e la cipolla che finisce di soffriggere in bocca.

Bono?

Casso!

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