Poesia I Sulla Produzione di Mario Famularo

Aggiornato il: set 2


© Mario Famularo



Con Favēte Linguis (Ladolfi, 2019) Mario Famularo continua la sua esplorazione del vuoto già chiamata in causa nell’opera precedente, L’Incoscienza del Letargo (Oèdipus, 2018). L’apertura della silloge più recente parte direttamente in quinta, senza scalare marce, denudando “inganni che sovraccaricano la nostra intimità”, esaminando contagi e contaminazioni, e descrivendo una certa radioattività dell’occorrenza, delle consuetudini, dei convenevoli che sanguinano per inghiottirci, smuoverci e salutarci (non necessariamente in questo ordine).

A testimoniare una sottile continuazione del lavoro precedente, un fil rouge infermabile, proveniente da un gomitolo che rotola giù dalla gradinata di uno stadio enorme o dalla vetta dell’Everest (giusto per dare un senso alle grandezze), è la prima parte della raccolta, intitolata appunto Dopo l’incoscienza. Da qui, si dipana un “punteggiare qualche frase tra i silenzi”, una carrellata di “innocue convenzioni”, la consuetudine dei “come stai, cosa hai fatto”. Essere al mondo non è respirare o esistere, restare vivi, è più un essere inconsapevoli testimoni del vuoto che esiste nonostante tutto, una certa letargia che ci rende ubriachi ed incoscienti. È una sorta di coscienza collettiva dell’inevitabilità degli eventi; qualcosa di cui non siamo consapevoli; qualcosa che esiste indipendentemente da noi. Nel nostro piccolo ne siamo misere comparse, attori secondari di una sceneggiatura ironica, a tratti nichilista ed indubbiamente minimalista; aspetti che compaiono anche nella scelta stilistica dell’assenza di maiuscole e di una punteggiatura scarna proprio per togliere anche dalla scrittura ciò che non è essenziale.


È una poetica che parla di cose che si rompono, che vanno in frantumi, cadute libere, la dolcezza di un “nettare dell’imperfezione che conserva le fratture”. Solo dai pezzi, dai frammenti, è possibile ricostruire. Il progetto di riassemblamento è però minacciato dall’“ubriacatura d’incoscienza che può causare naufragi”, può condurre al rischio di precipitare, spezzarsi ulteriormente. Famularo mette in tavola i tasselli per creare un mosaico dell’esistenza, uno stare al mondo rarefatto, confuso, imperturbabile, terribile, illuminato ed ombreggiato allo stesso momento da un pendolo che oscilla tra lo svuotarsi ed il riempirsi. In questa sconfinata “epidermide dell’esserci” accadono “resoconti di naufragi”, biografie del nulla e si aprono ferite che spurgano perdite, lutti, cancri e cure. Il ciclo della vita è accompagnato da immagini che fotografano anche il ciclo delle stagioni, gli stadi dei frutti: nascita, crescita, maturazione, fermentazione, decomposizione. Cadere dall’albero è pericoloso, sarebbe un andare in pezzi nuovamente, ma si può poco contro le regole della natura, le leggi del fato, perché tanto la dichiarazione finale non solo permane chiara e limpida “la terrà andrà in frantumi”, ma è anche seguita da uno spietato “fortunatamente”.


Eppure non è disperazione che evapora dalle pagine di questa raccolta. Ci troviamo di fronte ad una sfida contro il tempo, ad una presa di coscienza, una conquista di incoscienza, uno stare in punta di piedi ad osservare vasi schiantarsi, frammenti esplodere, consuetudini disintegrarsi, ma dalle crepe è possibile intravedere quel che rimane prima e dopo, l’essenzialità primordiale, una specie di invito minimalista a tenere solo quello che davvero ci serve, buttare tutto il resto.


I versi di Famularo sono un po’ come un pugno allo stomaco. A conclusione di ogni pezzo, sembra che dopo il pugno sia il turno di garze e disinfettante ma invece arrivano altri colpi (stavolta alla testa) prima che il pugile a terra possa medicarsi. Knock-out.

Sono poesie che ci colpiscono come fossimo una Piñata, e noi ce ne stiamo lì ad ondeggiare, mentre guardiamo i nostri intestini fatti papier-mâché uscire ed inondare il pavimento dopo la legnata. E nell'oscillazione si vedono bimbi raccogliere caramelle, sorridere e giocare. É così che ci si sente, appesi ad un filo tra l'innocenza dei bambini e la violenza del colpo. Una roulette russa tra gli schiamazzi di una festa in sottofondo e la tragedia dell'essere umani.

In questa frammentarietà e nel suo ripercorrere la fermentazione dei frutti - il momento giusto o la sua assenza - queste poesie fanno eco ai versi di Lime Tree dei Bright Eyes e ne ripercorrono il sentiero verso una presa di coscienza che: “Mi arriva in frammenti, anche quelli ancora divisi in due/sotto la grondaia di quel vecchio albero di limoni, rimasi ad esaminare i frutti/alcuni erano maturi e alcuni erano marci, mi sentivo nauseato dalla verità/non ci sarà mai un momento più opportuno”.


Il viaggio alla scoperta del vuoto si conclude con un invito che potrebbe quasi sembrare speranzoso, un ritorno al punto di partenza: “Riconosci l’essenziale”. Qui, sembra più una richiesta di fare spazio al necessario che un restare a guardare l’implosione del superfluo. Una specie di riordino alla Marie Kondo, poiché è opportuno disfarsi di tutto ciò che non sprizza gioia, che non rende felici.


È un riconoscimento che porta il rischio di essere mortale, però.


A questo punto dobbiamo immaginarci un uomo, o meglio l’Uomo, inteso come umanità, sul precipizio di un grattacielo, fare un passo di troppo, avere poco equilibrio, incorrere in un calo di pressione, un giramento di testa, mille altre possibilità - o semplicemente saltare nel vuoto. Sia stata una caduta voluta o capitata, a volo terminato sarà possibile riconoscere l’essenziale poiché quel che rimane, una volta tolto tutto è una certa bellezza sconfinata, ricca di incoscienza, silenzi e parole potentissime, ricolme e svuotate, strabordandi; un murales sull’asfalto, nel punto dell’impatto, fatto di sangue, ossa, muscoli, i residui di un corpo nell’incontro con il suolo… resta tutto questo, finché non verrà lavato via.

Il ciclo si chiude per poi riaprirsi, spalancarsi, richiudersi e formare un otto orizzontale, una promessa di infinito.

L’eternità del vuoto, del frantumarsi, del ricomporsi.

Ricostruire per poi tornare in pezzi.

Qualcuno ha dell’Attak?

Qualcuno ha un martello?

Qualcuno ha la pazienza di rincollare tutto?

Nell’ipotetico salto nel vuoto, potrebbe esserci un materasso ad aspettarci. D’altronde alla rottura di un vaso, sopravvivono i fiori.

Intanto saltiamo da quel grattacielo, poco importerà cosa resta dopo. Perché “se nulla è attendibile allora tutto è lecito”. Anche cadere, anche rompersi al suolo, anche volare, anche atterrare. Anche sopravvivere.

È ora di buttarsi.

E rimanere in ascolto dello splash.

Anche il vuoto fa rumore.

Nota critica a cura di Sara Comuzzo


***

le cose che non nomini

e non vedi

non esistono

gli oggetti e le creature

per un tratto

si distinguono


e se poi, figlio, si rivela falso?


benedetto inganno

che sfumando sovraccarica

le nostre intimità


della crepa sanguinante

non dirò la dispersione


ma solo l’occorrenza

di annientarsi nel contagio

della contaminazione


*


l’ondeggiare alla sera degli sguardi

disorienta, nel nostro punteggiare qualche

frase tra i silenzi


e ancora quasi

naufraga il consueto come stai,

cosa hai fatto, qualche innocua

convenzione

come quelle che propagano

ogni giorno tra i serpenti, o almeno

negli ambienti resi immuni dal lavoro


adesso confiniamo quelle formule

viscose, sorridimi qualcosa che disperda

quel contagio

o forse in fondo menti


pur sempre una migliore alternativa

al risuonare tra gli spigoli che assorbono

lo spettro degli eventi


la muta aspirazione a qualche cosa che

mi annienti


*


l’utilità del vaso sta nella sua capienza

in quella sua funzione di comprendere e raccogliere

di farsi intermediario di cose in fondo semplici


è vero può cadere frantumarsi e l’entropia

di certo non consente una ricomposizione

bisogna fare il vuoto valorizzare il nulla

che intorno ha prevalenza

su tutte quelle cose che sembrano impedirlo


e poi ad ogni caduta

ricostruire ancora

per trasportare il nettare

di quell’imperfezione che conserva le fratture


*

il foglio vuoto

dove abbiamo scritto

voglio esistere


diventa la bacheca

senza voce di un

profilo

impreziosire il bianco

di richieste senza

grazia


la penna non può

scrivere nell’aria le

pretese


il cielo accoglie il

fumo della carta

consumata

fuoco di quel

nulla che risolve ogni

capriccio


che ostenta contraffatta

l’epidermide

dell’esserci


*


e quanti sguardi fissano

quel vuoto

irragionevoli


senza rintracciarvi

fondamento e

direzione

se nulla è attendibile

allora tutto è

lecito


faro che deforma il

potenziale degli

erranti

incide nella roccia

il resoconto di un

naufragio


*


un passo ancora per andare dove

non importa attieniti al progetto

ritarda la dissoluzione

dissimula un’architettura


semplifica il processo compiacendo

la parabola della conservazione

nutriti riposa

accumula risorse

conserva la tua specie o quantomeno

fa’ qualcosa che possa avere

senso


sorridi quando istinto e relazioni

si rivelano il riflesso

di neuroni genoma enzimi carne

anche quel sorriso in fondo

è manutenzione


ci penserà il sole ad annientare

il nostro mondo

qualsiasi altro incidente tra le stelle

e la materia


non essere geloso della loro

indifferenza

attieniti al tuo ruolo

che tanto prima o dopo

la terra andrà in frantumi


fortunatamente


***

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