Teatro | L'Attesa, un testo teatrale di Luca Aiello

Aggiornato il: ott 10




Testo vincitore del “Premio per la migliore scrittura drammaturgica” al concorso “La riviera dei monologhi 2018”.

Semifinalista nelle selezioni del “Premio Tragos - Ernesto Calindri 2019” (“Atti unici”).

Vincitore del bando di produzione “Belli lunghi” indetto dal Nuovo Teatro San Paolo in Roma dove è stato allestito il 2, 3 e 4 Ottobre 2020.




"Gli uomini non vivono,

ma sono sempre in attesa di vivere:

rimandano tutto al futuro."

(Lucio Anneo Seneca)





PERSONAGGI

MARCO: un uomo sui quarantacinque anni.

ANNA: una donna sui quarantacinque anni.

LA PICCOLA: una ragazza tra i quindici e i vent’anni.


ATTO UNICO


SCENA 1



Al centro del palco un tavolo e due sedie. Il tavolo presenta libri e quaderni in disordine. A destra del tavolo una gruccia con piedistallo su cui è ben piegata una maglietta rossa. All’estrema destra della scena degli scatoloni da trasloco pieni di oggetti da cucina, lenzuola, stracci ecc. All’estremità sinistra della scena un grande ripiano. MARCO siede sulla sedia a sinistra del tavolo. ANNA tira fuori dalle scatole vari oggetti da cucina e li porta sul ripiano a sinistra passando dietro alla gruccia. Entrambi vestono in modo neutro, probabilmente in grigio. In fondo alla scena una porta di comunicazione.


ANNA: Dovresti prendere una decisione, non puoi continuare a rimandare.

MARCO: Cosa?

ANNA: La maglietta.


Pausa


MARCO: Queste sedie sono insopportabili.

ANNA: Il tavolo va bene?

MARCO: Va spostato. Prima o poi.

ANNA: Lo cambieremo, col tempo.


Pausa


MARCO: È andata bene? Com’è andata oggi?

ANNA: Ero da sola. Ma ho fatto tutto, i documenti, le visite…

MARCO: Hai di che essere orgogliosa.

ANNA: Sono orgogliosa.

MARCO: Il lavoro è importante, dopotutto.

ANNA: Sì lo è.

MARCO: Clara?

ANNA: È sempre sola. Dorme poco.


Pausa


MARCO: (Con slancio ingiustificato) Ti ricordi la prima notte, quando siamo andati al Raddi, sul fiume, ti ricordi?

ANNA: Ricordo il freddo. La porta della camera socchiusa tutta la notte.

MARCO: Dormivo come un bambino in quelle lenzuola umide…


Si sente un cane abbaiare in lontananza


MARCO: Ci risiamo.

ANNA: Che vuoi fare…

MARCO: Uno di questi giorni lo vado a slegare.

ANNA: Ci mancherebbe.


Marco si alza dal tavolo e si avvicina alla gruccia, guarda la maglietta e ne distende una piega.


MARCO: Facciamo qualcosa nel finesettimana?

ANNA: Andiamo in montagna se vuoi.

MARCO: A funghi?

ANNA: No, alla piccola non piace il bosco. (Prendendo un lenzuolo due piazze sgualcito e appallottolato) mi aiuti?


Marco si avvicina e prende i lembi del lenzuolo, i due iniziano a piegarlo in rettangoli sempre più piccoli, quando si avvicinano per unire i quattro spigoli piegati, le loro mani si sfiorano e i due si fermano imbarazzati per un istante.


MARCO: A proposito. Non è in ritardo?

ANNA: Tra poco rientrerà.

MARCO: Certo.


Pausa


MARCO: (Risiedendosi al tavolo) Quando andavamo sul Raddi, voglio dire, quando lo facevamo allora, tu pensavi ancora che avresti potuto farlo anche con qualcun altro?


Pausa - Anna si avvicina alla gruccia.


ANNA: La posso spostare?

MARCO: Dove?

ANNA: Più in là, mi serve spazio.


Marco acconsente allargando le braccia e la guarda con attenzione mentre lei sposta di qualche metro verso il fondo la gruccia con la maglietta.


MARCO: Allora?

ANNA: Non saprei. Pensi che lo facessi anche con qualcun altro?

MARCO: No, ma lo credevi possibile?

ANNA: Non so. Forse. Però lo facevo con te.


Pausa


MARCO: Oggi è molto in ritardo, non trovi?

ANNA: Che giorno è?

MARCO: Giovedì.

ANNA: È normale.


Pausa. Marco fa un cenno di diniego con la testa.


MARCO: Io ci pensavo. Voglio dire che era tra le possibilità.

ANNA: È normale, credo. Vuoi qualcosa? Vino?

MARCO: Meglio di no.


Marco prende una bottiglia d’acqua e un bicchiere tra gli scatoloni, li mette sul tavolo e si versa dell’acqua.


MARCO: Potrei fare un lancio col paracadute.

ANNA: Uno solo?

MARCO: No, magari potrei prendere il brevetto.

ANNA: Pensavo che volessi riscriverti all’università.

MARCO: Troppo impegnativo.

ANNA:Ti aiuterebbe con il lavoro.

MARCO: Il lavoro va bene così.

ANNA: E dove lo faresti?

MARCO: Cosa?

ANNA: Il lancio.

MARCO: Non so, dovrei informarmi.


Pausa


MARCO: Anna?

ANNA: Ti ascolto.

MARCO: Mi hanno detto che in ospedale lo si fa moltissimo.

ANNA: Chi te l’ha detto?

MARCO: È vero?

ANNA: Io no.

MARCO: Ma è vero?

ANNA: Sì, credo.

MARCO: E dove? Voglio dire, in che occasione?

ANNA: Durante i turni di notte, negli spogliatoi. In ascensore a volte.

MARCO: In ascensore?

ANNA: Ma chi ti ha detto che…?

MARCO: E tu niente?

ANNA: Prima di conoscerti un paio di volte.

MARCO: Perché non mi racconti?

ANNA:(nervosamente) Sono le notti… è per via del ritmo circadiano che si sballa, dipende, sai, da un sistema circadiano endogeno nato già nelle proto cellule con lo scopo di proteggere la replicazione del dna…

MARCO: Sì ma con chi l’hai fatto, com’era andata?

ANNA: Era uno… si fermò da noi solo un anno, non fu niente di che, in due diverse occasioni, durante i turni di notte.

MARCO: Non lo hai più visto?

ANNA: Non dopo che ha lasciato l’ospedale.

MARCO: Ci hai più pensato?

ANNA: Ogni tanto, ma era una cosa così, senza importanza.

MARCO: E dove l’avevate fatto?

ANNA: Perché ti intestardisci?

MARCO: È per parlare.

ANNA: Negli spogliatoi.

MARCO: Di notte.

ANNA: Sì.


Pausa


MARCO: Io le notti le facevo solo all’università.

ANNA: Per lo studio?

MARCO: Adesso non sopporto quando non dormo, prima mi piaceva.

ANNA: Io non ne vado matta.

MARCO: Peccato che non ci siamo conosciuti allora. Avevo un fisico perfetto sai? Ero pronto a tutto, impavido. Dicevo sempre la cosa giusta al momento giusto, come in un film. Osavo, capisci? Peccato aver preso lo studio così sul serio, una notte mi ubriaco così tanto da cadere in moto – ti ho mai raccontato dei giri in moto? - sbatto la faccia per terra, penso “qui resto sfregiato”, la faccia a terra capisci? Mi tiro su, una maschera di sangue, però rido e basta, si ferma l’auto che avevo dietro, si offrono di portarmi in ospedale, avrei potuto conoscerti già allora, invece rido e dico “no, grazie vado a casa…”


Si sente di nuovo in lontananza l’abbaiare del cane


MARCO: Ancora!

ANNA: Non è niente.

MARCO: Lo vado a slegare. (Anna gli mette una mano sulle spalle)

ANNA: Ci mancherebbe solo questo, porta pazienza.


Il cane smette di abbaiare, Anna lascia la spalla di Marco e torna alle sue faccende. Marco va alla gruccia e prende la maglietta,se la appunta sulla sua maglia, si guarda i fianchi, la ripiega e la riadagia con cura sulla gruccia.


MARCO: Il ministero ci darà dei soldi in più.

ANNA: Per cosa?

MARCO: Per aggiornarci, per acquisti. Soldi da spendere per noi.

ANNA: Ti ci lancerai col paracadute?

MARCO: No, vanno spesi per qualcosa di culturale.

ANNA: Potremmo visitare dei musei, portarci la piccola.

MARCO: Preferirei riscrivermi all’università.

ANNA: (piegando degli strofinacci) Te lo dicevo.

MARCO: Dovrei studiare però.

ANNA: Nessuno te lo impedisce.

MARCO: Non potrebbe più essere come prima, io che ripeto fino a poche ore prima dell’esame.

ANNA: All’infinito, sì, come se non fossi mai pronto.

MARCO: Come se non potessi perdonarmi una sconfitta.

ANNA: Per poi far cosa?

MARCO: Insegnare lettere.

ANNA: Eppure scrivevi.

MARCO: Sì.

ANNA: Ora stai bene così

MARCO: Qui sono al sicuro

ANNA: Basta esami…

MARCO: Nessuno che mi giudichi

ANNA: Basta prendersi cura di noi, della piccola.

MARCO: Già la piccola


Pausa


ANNA: I tuoi hanno mandato un pacco.

MARCO: Li hai sentiti?

ANNA: Ieri.

MARCO: e quando l’hanno spedito?

ANNA: Ieri.

MARCO: Col vino?

ANNA: Credo.

MARCO: Da bambino anch’io ho fatto una vendemmia, con mia madre, sai, e mio fratello. Un’assenza da scuola di cinque giorni. E che fatica. Poi rientro con la schiena rotta e mia madre mi dà la chiave di casa, una responsabilità. Mi dice “la strada la sai, d’ora in poi torni da scuola da solo, arrivi a casa, apri con la chiave e cucini qualcosa. Poi studi, giochi e quando ti chiamo dalla finestra torni a casa senza farti pregare. Sei il mio tesoro, il piccolo di casa. Poi ogni tanto ti prendo qualcosa di speciale, ti proteggo, un gioco magari, e se non si può aspetti che tanto te lo porta papà quando ritorna, qualcosa di speciale che solo lui può portare da là, dove lavora. (con rabbia crescente) Papà sta lontano per noi sai, e quando torna non vuole sentire brutte storie su di te, vuole solo sentire che sei un bravo piccolo che non fa arrabbiare e tu devi apparecchiare anche per lui, non te ne puoi dimenticare e poi torna e tutti siamo felici e impazienti e impauriti…


Pausa, Marco si risiede, tremante


ANNA: (avvicinandosi) Tutto bene?

MARCO: (prendendole la mano) Sì bene, e tu?

ANNA: Siamo proprio fortunate ad avere te.

MARCO: Faccio del mio meglio.

ANNA: Lo fai splendidamente


Il cane ricomincia ad abbaiare.


MARCO: Adesso basta.


Marco scatta in piedi e fa per andare verso la porta, Anna gli si para davanti e cerca di trattenerlo


ANNA: Lascia stare, vuoi litigare con qualcuno?

MARCO: Questa storia deve finire.

ANNA: Tu esageri, dai, è che non sopporti più nulla.

MARCO: Non sopporto sì...

ANNA: Fallo per me dai.

MARCO: Vado solo a parlare. (Fa per spostare Anna)

ANNA: (perentoria) Adesso basta, basta.


Pausa.


MARCO: (si rassegna) Lo faccio per te.


Lentamente Marco torna a sedere.


ANNA: Sono un po’ preoccupata del fatto che la piccola non socializzi. Secondo me dovremmo mediare, visto che cerca sempre l’adulto. Potremmo farla parlare con qualcuno, uno psicologo magari. Ha così tanto bisogno di stare con gli altri. Ci vorrebbe qualcuno molto disponibile; è davvero un peccato che non usi questo tempo per fare le sue esperienze. È così matura. Ma troppo proiettata verso di noi. Mi spaventa quando dice che non vuol stare con gli altri. Ne ha proprio bisogno invece. Deve fare queste esperienze. Ricordi quando mi ha gridato arrabbiata che non so stare con gli altri, che non mi so divertire? Non erano frasi sue, deve averle sentite da qualcuno, speriamo che non gliel’abbiano detto così brutalmente, ne voglio parlare con un esperto …


Marco si avvicina alla gruccia, guarda la maglietta, e poi la indossa senza che Anna se ne accorga


…ha sempre così tanta curiosità verso il mondo, e l’entusiasmo con cui guarda la più piccola delle cose… riesce a farti vedere tutto come se tu stesso lo vedessi per la prima volta. Però così si isola, da sola con un nonnulla mentre gli altri si cercano. Dovrebbe star fuori più spesso, sarebbe diverso. Forse dovremmo…


Marco si aggiusta compiaciuto la maglietta.


…indirizzarla verso uno sport, le farebbe bene…


Pausa


MARCO: (distrattamente) bisogna lasciarla andare, Anna.


Anna si accorge che Marco ha indossato la maglietta.


ANNA: (Severa) Non sei ancora dimagrito abbastanza.

MARCO: (Assorto) non tornerò mai come prima.

ANNA: Andrà tutto bene.


Pausa. Anna si rialza e riprende con maggior fervore le sue attività.


MARCO: Hai ripreso le foto?

ANNA: Non ancora.

MARCO: Dovresti chiederle indietro.

ANNA: Perché?

MARCO: Non è normale che le abbia tua madre..

ANNA: (Irritata) Perché?

MARCO: Potrebbe non averle.

ANNA: Sono da mia madre.

MARCO: Anche quelle della piccola?

ANNA: (Angosciata) Me le ha chieste proprio per guardarle con calma.

MARCO: Ne sei certa?

ANNA: Spero solo che le tenga con cura.

MARCO: Tua madre ti vuole bene Anna.

ANNA: Potresti andarle a riprendere tu.

MARCO: Non è detto che le abbia, dopotutto.

ANNA: (decisa) Ho capito andrò a riprenderle io.


Pausa


MARCO: (Laconico) Va bene Anna.


Pausa


MARCO: (Insinuante) La piccola è in ritardo, non trovi?

ANNA: È giovedì, è normale.


Pausa


MARCO: Anna…

ANNA: Dimmi.


Marco si avvicina e le libera le mani dall’oggetto che sta riponendo sul ripiano


MARCO: Anna, parliamo.

ANNA: Di cosa?

MARCO: …non c’è mai stata una piccola.

ANNA: (nervosa, sorridendo) Non essere assurdo.


Pausa


MARCO: Anna, non c’è nessuna piccola.

ANNA: (arrabbiata) è in ritardo.

MARCO: è solo il gioco che facciamo da quando abbiamo iniziato a cercarla.

ANNA: poi finalmente è arrivata.

MARCO: per questo non le abbiamo mai dato un nome.

ANNA: Non è vero.

MARCO: Dove sono le sue cose?

ANNA: Negli scatoloni.

MARCO: Chi l’accompagna a scuola?

ANNA: Prende lo scuolabus.

MARCO: Dove sono i suoi vestiti?

ANNA: Nelle valigie.

MARCO: Chi sono i suoi amici?

ANNA: Qui non ne ha ancora.

MARCO: Dove sono le sue foto?

ANNA: Lo sai, le ha mia madre.

MARCO: è solo un personaggio immaginario Anna.

ANNA: (infuriata) Non è vero.


Buio


SCENA 2


Due luci soffuse su Anna e la Piccola (una ragazza tra i 15 e i 20 anni) che siedono al tavolo, Anna sulla sedia di destra, la piccola sulla sedia di sinistra. Alle spalle di Anna la gruccia tiene nuovamente in bella mostra e ben piegata la maglietta di Marco (o una identica). La piccola è vestita di bianco, tiene le braccia conserte sul tavolo e la testa è appoggiata su di esse, il viso resterà a lungo rivolto verso la platea. Anna è titubante, impaziente di comunicare.


ANNA: Anch’io da piccola non avevo molti amici sai…

PICCOLA: Davvero?


Pausa


ANNA: Mi è tornato utile quando studiavo, non avevo distrazioni.

PICCOLA: Sarà lo stesso per me allora.


Pausa


ANNA: Vorresti parlarne con qualcuno?

PICCOLA: Sì, se ti fa star bene.

ANNA: Sei proprio come me alla tua età... metti sempre gli altri prima di te stessa. Vuoi che cerchi qualcuno allora?

PICCOLA: Come vuoi mamma.


Pausa


ANNA: Con noi stai bene?

PICCOLA: Siete dei bravi genitori.


Pausa


ANNA: Ti manca qualcosa?

PICCOLA: No.


Pausa


ANNA: Magari, ti piacerebbe fare uno sport?

PICCOLA: Vorresti che lo facessi?

ANNA: Sei libera, come sempre, ma, se posso dire la mia, ti farebbe bene.

PICCOLA: D’accordo.


Pausa


ANNA: E cosa ti piacerebbe fare?

PICCOLA: Pattinaggio?

ANNA: Oh, io facevo pattinaggio artistico, ed ero brava sai, poi però la nonna non mi ha più portata. Ero arrivata ad un livello per cui ci volevano molti soldi, tra il vestiario e i pattini e gli allenamenti… (soffermandosi) però pattinaggio è uno sport individuale, cioè, il lavoro col partner viene dopo… non stringeresti molte amicizie…

PICCOLA: Non voglio stringere molte amicizie.

ANNA: Certo, certo, hai ragione, non conta la quantità…


Pausa


ANNA: Pattinare è proprio duro, non vorresti piuttosto fare pallavolo? La pallavolo è uno sport di squadra e a me sarebbe piaciuta tanto…

PICCOLA: Mi piacerebbe.

ANNA: Bene allora siamo d’accordo per la pallavolo, nei prossimi giorni vediamo.

PICCOLA: Va bene.


Pausa


ANNA: Con lo studio hai problemi? Hai bisogno di aiuto?

PICCOLA: No.


Pausa


ANNA: Hai un ragazzo?


La piccola alza la testa e la rivolge ad Anna


PICCOLA: Ce n’è uno a cui piaccio.

ANNA: È biondo e ha gli occhi azzurri.

PICCOLA: Sì.

ANNA: Come il mio primo vero ragazzo. Sai non era di qui. L’avevo conosciuto al mare, faceva il cameriere negli alberghi. Era un ragazzo rude e dolce allo stesso tempo. Era molto romantico, pensa, una volta per vedermi qualche ora, guidò per una notte intera. Sapeva intagliare il legno e mi portava sempre qualche oggetto buffo che aveva fatto con le sue mani. La nonna non voleva che stessimo insieme, ma, quando lui si trasferì, dovette arrendersi. Andammo a vivere insieme. Purtroppo lui era sempre fuori casa per via del suo lavoro, lavorava anche nei giorni di festa; e io mi stavo specializzando e tornavo a casa tardi. Ci logorammo. Lui veniva da una famiglia dov’erano tutte donne, era abituato ad avere tutto pronto. Io invece ero una ragazzina della tua età. Nel poco tempo libero guardavo la TV, o giocavo, o stavo al telefono. Il nonno lo aiutò a trovare un altro lavoro, in una ferramenta. Non era un granché, ma almeno riuscivamo a stare insieme.

PICCOLA: Poi?

ANNA: Beh te l’ho detto, ci logorammo. Lui cominciò a star sempre fuori con un tizio che non mi piaceva...


Pausa


(assorta) Poi le cose sono andate come sono andate...

PICCOLA: Non volevo rattristarti.


Pausa


ANNA: (Sorridendo nervosamente) Non lo hai fatto!.

PICCOLA: Mi dispiace...

ANNA: Tu avrai una relazione intensa e romantica.

PICCOLA: Sì mamma.


Pausa


ANNA: Volevo dirti di Marco…

PICCOLA: Cosa?

ANNA: Devi perdonarlo sai.

PICCOLA: Per cosa?

ANNA: Non è stato molto bene ultimamente.

PICCOLA: Capisco.


Pausa


ANNA: Lui pensa sempre che la vita sia qualcos’altro diverso da quello che ha già.

PICCOLA: Perché me lo dici?

ANNA: Perché penso che forse l’hai visto distante.

PICCOLA: Sì.


Pausa


ANNA: C’è dell’altro.

PICCOLA: Cosa?

ANNA: Mi sembra strano dirlo proprio a te.

PICCOLA: Cosa c’è di strano?

ANNA:(decisa) Marco dice che tu non esisti…

PICCOLA: Non esisto.

ANNA: Sì, dice che tu non esisti.

PICCOLA: (titubante) Eppure mi avete concepito insieme.

ANNA: Non sembra voler cambiare opinione.

PICCOLA: Capisco.

ANNA: Per me non puoi non esistere.

PICCOLA: Mamma…

ANNA: È qualcosa che lui non può capire. Tu per me ci sei sempre.

PICCOLA: Lo so.

ANNA: Bisogna avere pazienza, è una brava persona.

PICCOLA: Vuoi che faccia qualcosa?

ANNA: (irritata) Oh, cosa puoi fare tu, che già non faccia io?

PICCOLA: Non saprei mamma, volevo rendermi utile.


Marco entra dal fondo portando una piccola poltrona-sedia con tanto di braccioli e imbottiture. Sulla seduta della sedia è adagiato un album fotografico. La Piccola resta seduta al tavolo a sinistra. Marco si dirige verso la gruccia, poggia la poltrona, sposta la gruccia dietro al tavolo, riprende la poltrona e la sistema a destra, al posto della gruccia stessa.


MARCO: (impaziente) Guarda cosa ho portato, tua madre ce la regala.

ANNA: (sorpresa) la vecchia poltrona di mio padre…


Anna si alza dalla sedia e si avvicina alla poltrona, intanto Marco va agli scatoloni e ne estrae un libro.


ANNA: (prendendo l’album fotografico) queste non sono le nostre foto…

MARCO: Lo so.


Anna si siede sulla poltrona mettendo l’album sulle ginocchia. Marco prende il posto di Anna sulla sedia di destra e, dando le spalle alla Piccola, rivolge la sua attenzione ad Anna.Per Marco la piccola non è in scena.


ANNA: (Aprendo l’album sorpresa) Te le ha date...

MARCO: Vuole che le tenga tu.


Marco inizia a sfogliare il libro che ha preso dagli scatoloni, durante la scena scriverà e leggerà a voce alta dei passi dei libri. La Piccola si alza, supera la gruccia, si inginocchia alle spalle della poltrona su cui siede Anna e guarda le foto insieme a lei.


ANNA: (Guardando l’album) …qui mio nonno ha il suo merlo in testa. Dei ragazzi del quartiere gliene hanno dato una decina, presi dai nidi di un edificio che è rimasto un cantiere per anni. Il cantiere è stato riaperto e i nidi distrutti. È sopravvissuto solo lui.

PICCOLA: Ciò che conta è la cura di ciò che conta.

ANNA: Mio nonno gli riempie una ciotola d’acqua e s’illumina quando il merlo spicca un salto e si bagna… non ride quasi mai, è bello vederlo felice.

PICCOLA: Ha sempre avuto qualcosa di buio tra le rughe delle labbra.

ANNA: Aveva sempre qualcosa di buio tra le rughe delle labbra, una smorfia amara…

PICCOLA: … come una cicatrice.


La piccola abbraccia la madre dallo schienale della poltrona.


ANNA: Ma questo merlo… davanti a questo merlo torna un ragazzo. Se lo tiene in testa e gli parla mentre l’uccello sta in equilibrio e ripete quei suoni…

MARCO: (leggendo) ogni interpretazione impoverisce il mito e lo soffoca …

ANNA: Il nonno ascolta il radiogiornale vicino alla gabbia, e il merlo ha imparato a riprodurre i suoni del segnale orario. Mangia pane e riconosce il nonno quando si avvicina, a volte lo fa uscire dalla gabbia.


Anna sfoglia l’album


PICCOLA: …il nido degli occhi innocenti è un pezzo di cielo incastrato tra i rami.

ANNA: Da bambina passavo ore ed ore sotto quest’olivo, il tronco pieno di nodi e cavità. Io ci metto dentro le mani come per sollevarlo, ci nascondo i sassi che trovo in terra; i miei tesori, le mie pietre preziose, e cambio la loro posizione come se si tratti di far scattare un congegno…

PICCOLA: A volte viene Lisa…

ANNA: A volte veniva la mia vicina di casa, e sotto quest’albero inventavamo delle storie, di viaggi in posti lontani, di rapimenti…

PICCOLA: di rapimenti e fughe…

ANNA: Mia nonna raccoglieva le olive man mano che cadevano, le metteva in un sacchetto di tela con sale e origano, poi sistemava il sacchetto sotto un grosso sasso, e lasciava che il sasso schiacciasse le olive per settimane …

MARCO: (Leggendo) Ritraiamo ciò che è notevole, e rendiamo notevole ciò che…

ANNA: mi arrampico, senza mai guardare sotto,

PICCOLA: …il nido degli occhi innocenti è un pezzo di cielo incastrato tra i rami.

ANNA: Qui sono a cavalcioni sul ramo e guardo tra le foglie…

Anna sfoglia l’album


PICCOLA: I tuoi genitori.

ANNA: Mio padre mi aiuta a scartare i regali. Quanto amava il Natale. I preparativi iniziavano settimane e settimane prima. Facevamo un enorme presepe di cartapesta su un vecchio tavolo che poi tenevamo in cantina. Mia madre ci guarda ferita…

PICCOLA: (alzandosi in piedi) e gelosa…

ANNA: Per lei è un’inutile spreco di energie, io devo solo pensare a studiare, lui a tenere i conti a posto.

PICCOLA: Qualche giorno dopo nevica e tu vorresti andare in strada con gli altri bambini. Tuo padre è al lavoro.

ANNA: Mia madre dice che faccio troppe storie.

MARCO: Infine la signora Morel giunse a disprezzare il marito…

PICCOLA: Tu insisti.

ANNA: (chiudendo l’album e alzandosi di scatto) Basta così. (Nervosamente, a Marco) Prepari una lezione?

MARCO: Ci sto lavorando.


Anna si affianca a Marco, la piccola la segue e le resta vicina.


PICCOLA: Anch’io vorrei andare in strada come gli altri…

ANNA: (nervosamente a Marco) A cosa lavori esattamente?

MARCO: "Le altre vite".

PICCOLA: Anch’io voglio vivere…

ANNA: Cos’è?

MARCO: (leggendo) Un lungo racconto.

PICCOLA: Voglio camminare sui marciapiedi, inciampare, cadere, farmi male, rialzarmi…

ANNA: (nervosamente) E di cosa tratta?

MARCO: (leggendo) È la storia di un dodicenne, un principe, che si arrampica sul tetto delle scuderie del suo castello e non ne scende mai più...

PICCOLA: Se qualcuno mi minaccerà mi difenderò, o scapperò.

ANNA: (nervosamente) Che assurdità, perché mai uno farebbe una simile sciocchezza?

MARCO: (leggendo) Volevano costringerlo a recitare una poesia di elogio a suo padre.

PICCOLA: Starò attenta e non tarderò...

ANNA: (nervosamente) Un capriccio, una storia basata su un capriccio…

PICCOLA: (arrabbiata) io non sono il tuo animale da compagnia!

MARCO: no, si vuole solo dimostrare la legittimità di un altro punto di vista.

PICCOLA: …sei così opprimente.

ANNA: (angosciata) I piccoli devono lasciarsi guidare dagli adulti.

MARCO: La sua libertà non gli si ritorce contro...

PICCOLA: Tu puoi essere migliore di tua madre…

MARCO: E partecipa alla vita di famiglia dai tetti…

ANNA: Io volevo essere migliore di mia madre…

MARCO: Tutti i figli lo vogliono …

PICCOLA: e vuoi dimostrarlo…

ANNA: Io lo volevo…

PICCOLA: Ed eccomi qui…

MARCO: Tu sei già migliore …


Anna si siede ai piedi di Marco e si appoggia alle sue gambe, la Piccola sta alle spalle dei due.


PICCOLA: un burattino…!

ANNA: Per lei non era mai il momento giusto…

MARCO: Per tua madre?

PICCOLA: (sarcastica) vuoi giocare un po'?.

ANNA: non ero abbastanza matura…

MARCO: Per essere migliore?

PICCOLA: (sarcastica) puoi fare la mamma…

ANNA: adesso sarei pronta…

MARCO: sei già migliore di tua madre…

PICCOLA: (con disprezzo) persino tu…

ANNA: anch’io.


Buio.


SCENA 3


Luce soffusa calda dall'alto sulla sedia-poltrona. Vi è seduta la piccola. La gruccia è priva della maglietta.


PICCOLA: Nessuno ti chiede se vuoi venire al mondo. E devi fare i conti, da subito, con la tua esistenza. Una donna decide che la sua vita non le basta più, che ne vuole un’altra in ostaggio, un uomo vuole alleviare il peso della sua inconcludenza o semplicemente accondiscendere, e tu inizi ad esistere, emergi dal nulla in cui ti trovavi. Dentro di te cumuli di cellule si aggregano, formano organi, mani, braccia nervi e cervello, e tutto questo ribollire sembra gridare il desiderio di essere unico, indecidibile, ma stai solo saltellando su due zampe come un cane. (Luci tenui. La Piccola si alza e cammina) Sei impastato con i tuoi escrementi finché qualcuno non ti pulisce, sei indifeso e impotente, e segui come un animale l’odore che ti porta al seno, il suono di un cuore che ti porta su un altro corpo, la traiettoria di uno sguardo che ti chiude in un ventre più soffocante di quello da cui provieni. Devi piangere, perché hai fame, devi annaspare, gambe e braccia, come una creatura acquatica arenata, solo per girarti su un fianco, e certo, puoi anche ridere, perché le tue mani che ondeggiano, sono un miraggio davanti ai tuoi occhi nuovi di zecca, ma sei incatenato al tuo corpo. (Pausa) Una volta sono stata libera: un liquido immerso in un liquido, una corrente marina. Non sono io, non sei tu. Ci affezioniamo a questo continuo bisogno, ne diventiamo una parte, e non sappiamo più chi siamo noi e chi sono i nostri soccorritori, e in questo modo diventiamo vincoli viventi noi stessi, per nuove esistenze. Vorrei tornare ad essere la materia grezza che userà l’artista e sfuggire da ogni sua intenzione, vorrei, ma sono già l’artista stesso, una sua appendice. (Pausa) Peggio, sono una sua opera incompiuta! Non più possibilità, non ancora storia. Ho creduto che fosse bello, mantenere vivo l’anelito a raggiungere tutti i mondi possibili, ma ciò che di me è già stato tratteggiato basta a rendermi un essere deforme, un grasso uccello le cui ali atrofizzate servono solo a tentare goffi salti tra paure insensate. La paura di non essere accolta nella gabbia che crea i miei bisogni. (Pausa) Eppure ti desidero profondamente. La paura degli altri uguali a me, naufraghi, che si aggrappano al mio corpo per non annegare e mi trascinano al fondo. (Pausa) Eppure voglio dare un appiglio sicuro. La paura che questa vita, che io non ho chiesto, finisca. (Pausa) Eppure vorrei essere libera. Ma poi, anche senza queste obiezioni, quanti divieti e imperativi e prescrizioni? Quante regole mettono fine al gioco? Quanti ostacoli ai propri banali desideri? Quanta violenza nel più gentile dei gesti? (Pausa) Eppure io voglio essere amata. (Pausa) Ed amare.


Entra Marco con indosso la maglietta rossa e sobbalza vedendo la piccola. I due si studiano.


MARCO: Sei tu allora.

PICCOLA: Sì.

MARCO: Non mi somigli.

PICCOLA: Forse più di quanto non creda…

MARCO: Forse…

PICCOLA: Credevo che mi vedesse solo…

MARCO: Tua madre vede solo te.


Pausa


PICCOLA: Pensi a me?

MARCO: Come non farlo?

PICCOLA: Non mi volevi?

MARCO: Avrei potuto non piacerti.

PICCOLA: Ma mi vuoi?

MARCO: Potrei anche non piacerti, ci hai pensato?


Pausa


PICCOLA: Saresti pronto?

MARCO: Potrei annegare, in te.

PICCOLA: Sarei un fiume?

MARCO: Saresti un oceano.

PICCOLA: Potresti vivere in me.

MARCO: Sarebbe un’altra vita.

PICCOLA: Come sarebbe?

MARCO: Magnifica. E spaventosa.

PICCOLA: Eppure anch’io vorrei un padre.

MARCO: Io non l’ho avuto.

PICCOLA: No. Ne hai avuto uno assente.

MARCO: Meglio non averne affatto.

PICCOLA: Potresti essere perfetto proprio perché…

MARCO: Potrei non piacerti, consideralo.

PICCOLA: Saresti mio padre.

MARCO: Potrei non esserlo mai stato.

PICCOLA: Ne dubiti?

MARCO: Potrei.


Pausa


PICCOLA: Potresti inventare storie per me.

MARCO: Potrei, sì.

PICCOLA: Potresti giocare con me.

MARCO: Mi piacerebbe.

PICCOLA: Potresti tenermi per mano…

MARCO: E se la mia mano fosse troppo grande?

PICCOLA: Sarebbe calda e forte.

MARCO: Dovrei tenerla per sempre.

PICCOLA: Solo finché non fossi grande.

MARCO: Saresti sempre piccola.


Pausa


PICCOLA: Potresti darmi consigli…

MARCO: Non potrei più essere ingenuo.

PICCOLA: Potremmo esserlo insieme.

MARCO: Sarebbe naturale?

PICCOLA: Non sarebbe del tutto sbagliato.

MARCO: E a giochi finiti?

PICCOLA: Mi mostreresti il mondo.

MARCO: Potrei non averne visto abbastanza.

PICCOLA: Un giorno me ne andrei.

MARCO: (triste) Sì, te ne andresti.

PICCOLA: Vorresti che restassi?

MARCO: Potrei trattenerti?


Pausa


PICCOLA: Allora non mi vuoi?

MARCO: Considera, davvero, potrei non piacerti …

PICCOLA: Potresti raccontarmi la tua storia.

MARCO: Me ne vergognerei.

PICCOLA: Potresti reinventarla.

MARCO: (tirandosi la maglietta) Non potrei più indossarla.

PICCOLA: Potresti lasciarla a me.

MARCO: Dovrei farlo.

PICCOLA: Potresti dettare le regole.

MARCO: Dovrei farlo.

PICCOLA: Non le trasgredirei.

MARCO: Le trasgrediresti.

PICCOLA: Per cercare me stessa.

MARCO: Avresti le tue ragioni.

PICCOLA: Allora non mi vuoi?

MARCO: Davvero, considera il fatto che potrei non…

PICCOLA: (infuriata) Basta! Dimmi solo se…

MARCO: (infuriato a sua volta) Non è colpa mia! (calmandosi) Non è colpa mia se tu....


Pausa. Lentamente la piccola si avvia verso l’uscita e quasi la raggiunge.


MARCO: Ti vorrei. Ti vorrei comunque.


La piccola annuisce ed esce. Buio.



SCENA 4


Per tutta la scena Anna raccoglie freneticamente magliette, calze e pantaloni dagli scatoli e da ogni angolo della scena e li ripone dentro un borsone. L’album fotografico è sulla poltrona sedia. Marco è seduto al tavolo sulla sedia di sinistra e indossa la maglietta rossa.


MARCO: (assorto nostalgico) La prima volta che ti ho visto avevi i capelli sciolti… Allora li portavi tanto più lunghi di adesso. Clara ti aveva trascinato a forza a quella festa e tu le raccontavi di quel primario, della sua ostinazione. Avevi una gonna così corta, e delle gambe bellissime. Tenevi una mano nell’altra e sorridevi… Ci presentò a metà serata, e io la conoscevo appena, ero un pesce fuor d’acqua lì, tra voi medici: parlavate solo dei vostri casi e della vostra carriera. Pensai che il tuo sorriso fosse come affamato … Di cosa era affamato Anna? (Pausa - Anna lo ignora e continua a raccogliere vestiti) Scoprimmo che entrambi da anni passavamo le vacanze al Giglio, e ci sembrò strano non esserci mai incontrati lì. Poi mi chiedesti dei miei studenti, e io ti raccontai alcune situazioni divertenti, e delle provocazioni di quella mia allieva (sorridendo) ti invitai a prendere un caffè, l’indomani. Andammo. C’era il sole e tutto era verde, e quel cane girava tra i tavoli, lento e pesante com’era, e mangiava dalle mani il cibo che i clienti gli davano. Mi chiedesti delle mie relazioni, e io ti chiesi delle tue. Mi parlasti di quell’uomo che ti aveva “tolto la pace” era così che dicesti, proprio così, “tolto la pace”. Te ne ricordi Anna? (Pausa) Poi mi raccontasti di quanto fosse stata impegnativa la facoltà di medicina e di un’amica che non avevi più visto… Francesca, era andata a vivere in Spagna, giusto Anna? È giusto? (Pausa) Due sere dopo andammo in centro. Mentre camminavamo mi prendesti la mano e mi sorridesti. Ero confuso e stordito, e non riuscivo a pensare, mi avvicinai e d’impulso ti baciai. Restammo così, fermi in mezzo alla gente per alcuni lunghissimi minuti come se ci fossimo solo noi ed il vuoto intorno (Anna mette nel borsone l’album fotografico e va verso la porta, Marco si alza e si avvicina ad Anna, parla con enfasi crescente) ...e quella sera, te la ricordi quella sera a casa mia? Ricordi le cose che ci siamo detti? Te le ricordi le parole? E le cose grandiose che avevamo negli occhi, le cose che tu potevi vedere guardandomi; e guardandoti. Allora dimmi, dentro, dico, come ti sentivi? Hai spostato i miei pochi mobili e poi hai aperto il mio armadio. (Rabbioso) Cosa cercavi frugando tra le mie cose, eh? (Infuriato) Cosa cercavi? E adesso poi, cosa cerchi adesso?


ANNA: (senza in nessun modo alludere a una gravidanza) Io aspetto...

Cala un silenzio tombale. I due si guardano. Anna esce di scena senza voltarsi. Marco resta attonito a fissare la porta. Passano alcuni secondi in silenzio. Si sente abbaiare il cane delle scene precedenti. Marco esce di scatto. Buio. Il cane continua ad abbaiare per dieci secondi.



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